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Rotta Balcanica, il Coronavirus non ferma le violenze della polizia croata sui migranti

6 Aprile Apr 2020 1733 06 aprile 2020
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Campi profughi in quarantena dopo l’emergenza Coronavirus. In Bosnia la situazione è sempre più delicata. Nei campi ufficiali di Bihač e Velika Kladusa nel Cantone di Una-Sana non c’è spazio per tutti. Chi vive in strada sarà trasferito nella tendopoli che stanno allestendo a Lipa. Ma le precauzioni sanitarie per evitare il contagio non esistono. «Intanto», spiega Massimo Moratti vicedirettore Amnesty International Europa, «i migranti continuano a provare il “game”, ma se la polizia croata li trova li picchia, spoglia e deruba di tutto prima di riportarli illegalmente in Bosnia»

I campi profughi dei Paesi della Rotta Balcanica sono stati messi in quarantena dopo l’emergenza Coronavirus, ne abbiamo parlato in questo articolo Rotta Balcanica, campi profughi in quarantena. È la soluzione giusta?.

Abbiamo raccontato della Rotta Balcanica e della situazione dei profughi nel cantone di Una – Sana dove sono concentrate circa 6mila persone in questi due reportage Rotta Balcanica, attraversare i confini è un game disperato e Rotta Balcanica, migranti trattati come gli animali. Ma con il diffondersi dell’epidemia che si è velocemente trasformata in una pandemia a pagare un prezzo altissimo e poco raccontato sono loro, i migranti.

«Il problema, nello specifico in Bosnia», dice Massimo Moratti, vicedirettore delle ricerche sull’Europa di Amnesty International, «e che insieme ai campi ufficiali – comunque sovraffollati dov’è impossibile mantenere le distanze di sicurezza tra le persone – in tantissimi vivono in strutture informali, gli squat». Nel solo Cantone di Una – Sana, al confine con la Croazia, dove si registra il numero più alto di profughi, per almeno 3mila persone non c’è spazio ne campi ufficiali. Ci sono poi delle difficoltà tra il governo centrale di Sarajevo e quello degli altri cantoni, nello specifico quello di Una-Sana appunto dove si concentrano le persone in attesa di provare il “game”, l’espressione utilizzata per indicare il passaggio dal confine bosniaco a quello croato».

Una parte dei migranti che non hanno trovato spazio nei campi ufficiali sarà spostata a Lipa, tra Bihać e Bosanski Petrovac. Ma la situazione cambia di poco. In una prima fase si costruiranno 50 tende per 200 posti letto. «Ma non basta», continua Moratti. «I migranti continuano, anche se meno rispetto a prima, a provare il game e la violenza da parte della polizia croata non si ferma. I poliziotti croati sono posizionati lungo il confine, ma i rifugiati provano “il game” anche 30 volte e alla fine ci riescono. Ma la polizia può catturarli anche dopo aver superato il confine e li riporta indietro».

Il push-back descrive l'espulsione informale, senza il giusto processo, di un individuo o di un gruppo in un altro paese. Ciò è in contrasto con il termine "espulsione", condotto in un quadro giuridico. Solo nel 2019, stando ai dati di Border Violence Monitoring Network si stima che 25.000 persone siano state cacciate illegalmente dalla Croazia, non sorprende quindi che i gruppi di transito tentino mezzi sempre più pericolosi per evitare i controlli di polizia. Il database delle rimozioni illegali registrate dalla rete mostra che la legge in Croazia viene regolarmente violata da coloro che dovrebbero farla rispettare e che il trasferimento in un centro di asilo non è una procedura seguita in modo coerente.

«Dalle testimonianze dei migranti è emerso che c'è un gruppo di poliziotti», continua Moratti, «che indossano un passamontagna. Trovano i profughi, li catturano, li picchiano, spogliano e derubano di tutto. Poi li respingono un’altra volta in Bosnia. Un uso della violenza che non è giustificato e va contro il diritto internazionale: le persone non hanno la possibilità di chiedere il diritto d’asilo e una volta catturate vengono riportate in Bosnia. Dal punto di vista sanitario e delle misure di emergenza nella situazione attuale, lo status di migrante non deve essere una fonte di nuove discriminazioni, ai migranti deve essere garantito lo stesso trattamento dei residenti local».

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