Moise Katumbi

Katumbi: Il presidente Kabila deve andarsene, o farà una pessima fine

12 Settembre Set 2016 1201 12 settembre 2016
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Dall’esilio, parla in esclusiva a Vita.it l’oppositore più celebre e influente della Repubblica democratica del Congo. Per chi non lo conoscesse, è anche il presidente del T.P. Mazembe (sconfitto in finale della Coppa mondiale per club dall'Inter nel 2010), ma Moise Katumbi, oltre alla sua passione per il calcio, nutre ben altre ambizioni: quella di diventare il prossimo capo di Stato della RDC. Prima però dovrà sloggiare il presidente uscente, Joseph Kabila, che non intende lasciare il potere così facilmente.

Se c’è un uomo che il presidente congolese Joseph Kabila teme è lui: Moise Katumbi, ex governatore della ricchissima provincia del Katanga, in Repubblica democratica del Congo. Vita.it lo ha incontrato all’indomani di una conferenza sulla democrazia e l’alternanza politica in Africa organizzata al Parlamento Ue dall’europutata Cecile Kyenge e dal gruppo dei Socialisti e Democratici europei. Per il nostro sito, Katumbi passa in rassegna le sfide politiche più calde della RDC. Tutte ruotano attorno a tre quesiti: il primo riguarda la partenza o meno di Kabila, il cui secondo e ultimo mandato scade il 19 dicembre; il secondo chiama in causa il processo elettorale, perché in un paese grande quanto l’Europa occidentale, dilaniato da 20 anni di conflitti armati e da mezzo secolo di corruzione, organizzare elezioni presidenziali e legislative è un’impresa titanica. E Kabila lo sa, tanto da ritardare il più possibile il processo elettorale – previsto nel 2016 ma rinviato con ogni probabilità al 2017 – per rimanere il più a lungo possibile al potere e manovrare con comodo la propria successione. Infine il terzo quesito: lui, Moise Katumbi, candidato a diventare il prossimo capo di Stato congolese e pronto a sfidare le minacce di morte e di incarcerazione che lo attendono in Congo pur di “restituire al mio paese l’onore che ha perso”.


Signor Katumbi, Il 1 settembre si è aperto a Kinshasa un “dialogo politico nazionale inclusivo” proposto dal presidente uscente Joseph Kabila che riunisce la maggioranza presidenziale, una parte dell’opposizione e della società civile. L’obiettivo è di rilanciare un processo elettorale su cui divampano molte polemiche. Quali le sono le ragioni del suo rifiuto di aderiro all’appello del presidente congolese?
Si parla di dialogo politico, ma è un monologo del presidente Kabila
. Questa iniziativa avrebbe avuto un senso se tutti gli attori vi avessero aderito. L’inclusività è del resto prevista nella risoluzione 2277 delle Nazioni Unite ed è un documento che il facilitatore dell’Unione Africa, Edem Kodjo ha detto di voler rispettare alla lettera. Purtroppo le cose non sono andate come avremmo voluto. Eppure eravamo disposti a dialogare, ma a certe condizioni. Per alcuni di noi era impossibile intavolare discussioni senza la liberazione dei prigionieri politici, la fine delle persecuzioni giudiziari contro figure dell’opposizione e dei movimenti cittadini, senza un impegno serio da parte di Kabila di rispettare la Costituzione e quindi di lasciare il potere entro la fine del suo secondo e ultimo mandato previsto il 19 dicembre, e senza un dialogo sui massacri di Beni. Nessuna delle nostre rischieste è stata accolta.

Si parla di dialogo politico, ma è un monologo del presidente Kabila.

Ma tra fine agosto e inizio settembre Kabila ha fatto liberare alcuni leader dei movimenti Lucha e Filimbi. Non lo considera un segno di apertura?

E’ un gesto che abbiamo apprezzato. Ma bisogna ricordare che si tratta di una libertà provvisoria, nessuno dei capi di imputazione sono stati annullati. E’ un modo per ricattare i leader di questi movimenti per impedirli di reclamare i loro diritti. Peggio, nel giorno in cui il regime di Kabila ha liberato otto persone, ne ha messe altre 118 in carcere, tutti prigionieri politici. Anziché mettere in prigione cittadini che potrestano pacificamente contro la violazione della Costituzione, Kabila dovrebbe processare e incarcerare i ribelli del M-23, un movimento armato che ha ucciso migliaia di congolesi nell’Est del paese e che lui stesso ha aministiato! Non ha fatto nulla per favorire l’apertura di processi e temo che non lo farà. C’è qualcosa che invece il suo regime sa fare: uccidere 400 giovani manifestanti pacifici a Kinshasa, “dimenticandosi” di fermare i massacri di Beni e chiedere la creazione di un Tribunale penale internazionale simile a quello di Arusha, perché questo andrebbe fatto. Lei ha idea di cosa sta accadendo a Beni? Uomini, donne e bambini vengono uccisi in modo atroce, come maiali. E’ una carneficina che si sta consumando sotto gli occhi di tutti, ma nessuno sta facendo nulla. E’ gravissimo.

Come reagisce alle minacce della Chiesa cattolica congolese di volersi ritirare dal dialogo politico?

La Chiesa cattolica congolese ha perfettamente ragione perché rispetta la Costituzione e perché ha chiesto l’inclusività in questo dialogo. Quella congolese è una Chiesa cattolica che agisce bene e che non accetterà mai di far parte ad un monologo il cui unico obiettivo è quello di violare la Costituzione. Ed è la ragione per la quale che andremo a chiedere l’applicazione dell’articolo 64 di questa Costituzione.

Che cosa dice questo articolo?

Ogni congolese ha il dovere di impedire un individuo o un gruppo di individui che prende il potere con la forza o che esercita il potere in violazione delle disposizioni previste nella Costituzione. In altre parole, i congolesi hanno il diritto di far sì che Kabila lasci il potere entro il 19 dicembre.

Lei evoca un monologo politico anziché un dialogo. Ma a questo monologo ci partecipano alcune figure di spicco dell’opposizione come l’ex presidente dell’Assemblea nazionale, Vital Kamhere. Non c’è un rischio di implosione sul fronte degli oppositori?

Gli oppositori si sono riuniti nel Rassemblement, tra loro c’è anche Jean-Baptiste Ewanga, ex segretario generale del partito di Vital Kamhere che ha denunciato il dialogo proposto da Kabila. Quando si parla di inclusività, ci si riferisce alla partecipazione di tutti. Non è perché un individuo decide di partecipare al monologo del presidente congolese che gli oppositori vanno in crisi. Anzi, oggi l’opposizione è unita. Nel Rassemblement ci sono i principali partiti di opposizione del paese, a cominciare dell’UDPS di Etienne Tshisekedi. Possiamo anche contare sulla società civile, quella vera e non quella affiliata al regime.

Lei cosa si aspetta da Kabila e che cosa propone per uscire dall’impasse politica attuale?

Kabila deve tornare alla ragione e uscire dalla grande porta, perché nella vita bisogna saper andersne via. Cè una vita dopo la Presidenza. Sarà apprezzato soltanto se sarà in grado di lasciare libero il Congo. Oggi il presidente ha due opzioni: entrare nella Storia lasciando lo scranio nei tempi previsti, oppure fare la fine dell’ex presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, costretto ad esiliarsi in seguito alle proteste popolari e pacifiche che ne avevano chiesto la destituzione.

Che cosa chiede alla Comunità internazionale, in particolar modo all’Unione Africana?

L’Unione Africana ci deve aiutare perché la Costituzione congolese non si può e non si deve toccare. Apprezziamo quello che ha fatto sino ad oggi, ma deve leggere attentamente la nostra Costituzione, farla applicare e adottare delle sanzioni per che ne viola i principii. Le sanzioni sono uno strumento efficace per disuadere gli uomini del regime di violare i diritti civili e umani. Chiedo anche all’Unione Europea di adottarle, seguendo l’esempio degli Stati Uniti. Guardi cosa accade in Burundi. Senza sanzioni contro figure chiave di un regime, nessuno potrà capire i messaggi dell’Unione Europea della Comunità internazionale. Com’è possibile che una personalità come Kalev Mutond, il responsabile dei servizi di intelligence congolese, non sia stato ancora colpita da sanzioni? Quanta gente ha incarcerato e ucciso? E’ mai possibile che questa persona possa circolare liberamente senza che nessuno a livello internazionale gli chieda conto delle violazioni gravi che ha commesso? Non è serio.

Nel maggio scorso lei è stata costretta a lasciare il suo paese in seguito alle numerose minacce di morte che ha subito e a svariati tentativi di omicidio. Oggi si dice pronto a tornare in Repubblica democratica del Congo. Non teme per la sua vita?

Le minacce sono sempre lì. In Congo sono stato condannato a tre anni di carcere e, colmo del ridicolo, non si intende autorizzare i miei avvocati di difendermi. Dicono che mi arrestaranno, ma io nel mio paese ci voglio tornare e ci tornerò.

Quando?

E’ troppo presto per dirlo. In Congo un oppositore temuto dal regime sa che deve fare i conti con l’incarcerazione, all’avvelenamento e il rischio di finire al cimitero.

Cosa la convince a tornare?

Le sofferenze del popolo congolese. Potrei rimanere in tutta quiete in Europa, con i miei familiari, ma non ne ho voglia. Ho un sogno: che il Congo possa ritrovare l’onore che ha perduto.

Quali i suoi appoggi?

I congolesi, saranno loro i grandi protagonisti del cambiamento.

Intervista diffusa dall'agenzia d'informazione Infos Grands Lacs e realizzata nell'ambito di un progetto editoriale che associa VITA/Afronline a 25 media indipendenti africani.

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