Africa e cooperazione internazionale

Mario Giro: "Il 2017 sarà l'anno della cooperazione italiana allo sviluppo"

10 Febbraio Feb 2017 1016 10 febbraio 2017
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Dalla presidenza italiana del G7 al seggio non permanente dell'Italia al Consiglio di sicurezza dell'Onu, passando per i flussi migratori, le crisi umanitarie che colpiscono il continente africano, il Mediterraneo e il Medioriente, l’implementazione della Legge 125, il Fondo Africa, il nuovo approccio dell’Ue allo sviluppo e lo sbarco di Trump alla Casa Bianca, il vice ministro degli Esteri, Mario Giro, passa in rassegna le sfide che attendo il sistema italiano della cooperazione allo sviluppo nel 2017. "Una anno decisivo per la cooperazione internazionale".

Con i poteri che gli conferisce la Legge 125 adottata nel 2014, Mario Giro è al cuore del nuovo modello di cooperazione italiana allo sviluppo. Nominato vice ministro degli Esteri nel gennaio 2016, da allora ha contribuito fortemente a tracciare, senza mai tirarsi indietro, il nuovo percorso intrapreso dal nostro sistema. La presidenza italiana del G7 e il seggio non permanente che l’Italia occupa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fino a fine anno sono occasioni irripetibili per dare voce al mondo della cooperazione allo sviluppo nell’arena politica internazionale. Dall’emergenza migrazioni alle le crisi umanitarie che colpiscono il continente africano, il Mediterraneo e il Medioriente, passando per l’implementazione della Legge 125, il Fondo Africa adottato nell’ultima Legge di Bilancio, il nuovo approccio dell’Ue allo sviluppo e lo sbarco di Trump alla Casa Bianca, le sfide non mancano, Mario Giro le affronta tutte a modo suo, mentre all’orizzonte spuntano sull’Europa i venti populisti. Come ci spiega in questa lunga intervista che pubblichiamo in anteprima e che ritrovate nel numero di Vita di febbraio (in edicola), all’interno di un dossier speciale di 40 pagine dedicato alla cooperazione allo sviluppo.

Partiamo dal Fondo Africa. In ballo ci sono 200 milioni di euro nel 2017 per favorire interventi straordinari nei paesi africani prioritari situati sulle rotte migratorie. Tra la sua adozione nella Legge di Bilancio 2017 e la firma dell’atto di indirizzo da parte del ministro Alfano il 1 febbraio scorso, le organizzazioni della società civile (OCS) si sono fortemente mobilitate per limitarne l’approccio sicuritario e favorire le azioni di sviluppo. Lei che giudizio da a questo decreto?

Quello di Alfano è un buon decreto e la società civile, così come l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) fanno parte integrante della lista dei soggetti attuatori del Fondo. Ci saranno quindi finanziamenti a favore della cooperazione, di cui c’è bisogno, per contribuire a questo nostro tentativo di andare avanti sulla gestione dei flussi migratori.

Quello di Alfano è un buon decreto e la società civile, così come l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) fanno parte integrante della lista dei soggetti attuatori del Fondo Africa.

Come si colloca il Fondo Africa rispetto alle decisioni prese sulle migrazioni e la Libia durante l’ultimo Summit Ue di La Valletta?

Il Fondo Africa serve all’Italia per fare in modo che i partner europei ci seguano. Sulle migrazioni non siamo mai stati fermi, basti ricordare il migration compact proposto nel giugno scorso e sulla base del quale la Commissione europea ha elaborato il suo piano di investimenti (EIP) a favore dell’Africa e dei Paesi del Vicinato. In attesa che il Parlamento Ue si pronunci su questo Piano, l’Italia ha deciso di portarsi avanti adottanto un Fondo straordinario per l’Africa, ma non solo. Negli ultimi mesi si sono molteplicati i viaggi ufficiali di vari nostri ministri in Africa occidentale che ci hanno consentito di firmare accordi bilaterali, penso ad esempio al Niger con cui l’interazione è positiva. E poi proseguiamo coi corridoi umanitari.

Barcone con a bordo migranti nel Mar Mediterraneo.

In attesa che il Parlamento Ue si pronunci sul Piano di investimenti a favore dell'Africa e dei Paesi del Vicinato presentato dalla Commissione europea, l’Italia ha deciso di portarsi avanti adottanto un Fondo straordinario per l’Africa, ma non solo.

Quello con la Libia è invece al centro di molte polemiche...

So bene che la Libia desta molte preoccupazioni, anche perché si pensa che ci sia uno Stato inefficiente o che l’Italia o l’UE demandi alle milizie la gestione dei migranti. E’ esattamente il contrario che sta avvendendo. Con il Memorandum Italia-Libia firmato con il governo Serraj, miriamo a rafforzare il Primo ministro libico e a intervenire attraverso l’OIM nell’inferno dei centri di detenzione gestiti dalle milizie. Non dobbiamo mai dimenticare che l’obiettivo ultimo della nostra azione in Libia è quello di aiutare i migranti che vivono in condizioni drammatiche in questi centri e a consolidare lo Stato libico. Il Memorandum è molto diverso dal Trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato nel 2008.

In che modo si può intervenire a favore dei migranti in un paese in preda al caos, minacciato dal terrorismo e dove lo Stato non controlla il suo territorio e i migranti sono in mano alle milizie?

L’OIM farà una prima visita in queste settimane per intervenire nelle aree più critiche. Non si può dire che non ci sia coraggio politico nel fatto di mettere le mani in quello che ho definito a più riprese un inferno. Non è più giustificabile rimanere fermi davanti a situazioni simili. E poi mi scusi, l’alternativa qual è? Aspettare che la Libia diventi unita? Ci vorranno mesi, anni. No, qui è necessario intervenire subito ed è quello che da mesi cerchiamo di fare capire all’Europa. Oggi finalmente qualcosa si muove.

Con il Memorandum Italia-Libia firmato con il governo Serraj, miriamo a rafforzare il Primo ministro libico e a intervenire attraverso l’OIM nell’inferno dei centri di detenzione gestiti dalle milizie.

Ma con i migranti che cosa si intende fare? Rimpatriarli?

Sappiamo bene che nei centri di detenzione i migranti sono torturari e seviziati. Quindi prenderne il controllo per rimetterli nelle mani dell’OIM, come stiamo facendo del resto in Niger, è già di per sè un grande obiettivo: salviamo vite. L’UNHCR non è ancora convinto, intanto iniziamo con l’OIM. I rimpatri forzati peraltro non esistono, nemmeno dalla Libia. Ci vogliono accordi.

La società civile non è convinta. Medici senza frontiere ad esempio ha definito l’accordo tra l’Italia e la Libia “cinico, iprocrita e disumano”. Lei come reagisce?

Mi pare che le critiche siano giustificate dall’apprensione generale, ma sono anche legate ad un passato che non ritorna. Qui bisogna capire che l’Italia vuole mettere le mani in una situazione molto complessa, portandosi appresso l’Europa. Condivido le preoccupazioni di MSF ma non i processi alle intenzioni. Prendiamo i rimpatri, che suscitano allarmismi. Vale la regola che ci siamo applicati in Italia: non esistono rimpatri forzati, ma solo quelli volontari assistiti. Ogni caso dovrà ovviamente essere negoziato con i paesi di rientro.

E cosa facciamo con quelli che non vogliono tornare indietro?

Intanto bisogna toglierli dall’inferno in cui vivono. Per coloro che vogliono accedere allo status di rifugiato, vedremo chi ne avrà diritto come sempre. So che il Moas vuole aprire un canale umanitario dalla Libia, ma ciò potrà essere fatto solo dopo che i centri de detenzione saranno sotto controllo.

Migrante e un neonato salvati dalla guardia costiera libica al largo di Tripoli. Credito: Mahmud Turkia/Getty Images.

Sappiamo bene che nei centri di detenzione i migranti sono torturati e seviziati. Quindi prenderne il controllo per rimetterli nelle mani dell’OIM, come stiamo facendo del resto in Niger, è già di per sè un grande obiettivo: salviamo vite.

Ad oltre due anni e mezzo dall'approvazione della riforma della cooperazione internazionale, quali sono i motivi di soddisfazione?

L'aumento dei fondi è naturalmente motivo di soddisfazione perché ci ha permesso di riprendere una cooperazione a tutto raggio e di essere nuovamente laddove ci eravamo ritirati sia sul piano bilaterale che multilaterale. Motivo di soddisfazione è anche il fatto di essere riusciti ad intervenire in nuovi paesi, aumentando i paesi prioritari, cosa molto importante per noi perché la cooperazione italiana aveva una tradizione più vasta di quella a cui si era ridotta. Parlo soprattutto dell'Africa. Poi di non essere più ultimi nel G7, avendo aumentato la nostra parte di aiuto pubblico allo sviluppo sul Pil, e vorremmo continuare a salire.

Le frustrazioni non saranno mancate...

Quelle più grandi riguardano la messa a regime del nuovo sistema, in particolare della nuova Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), che otterremo davvero solo dopo aver fatto il famoso concorso, assolutamente cruciale per poter integrare nell’organigramma tecnici giovani di cui l’Agenzia ha un disperato bisogno, consentendoci di poter fare una cooperazione nuova. Per adesso la direttrice Frigenti e tutti i suoi stanno facendo salti mortali e li ringrazio con ammirazione.

L'aumento dei fondi è naturalmente motivo di soddisfazione perché ci ha permesso di riprendere una cooperazione a tutto raggio e di essere nuovamente laddove ci eravamo ritirati sia sul piano bilaterale che multilaterale.

Parliamo dell’Agenzia. I dati anagrafici ci ricordano che è nata ufficialmente il 4 gennaio 2016, ovvero appena un anno fa. Che lettura fà del percorso finora intrapreso dall’Aics e che cosa il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci) può fare per rafforzarne capacità e operatività?

L'agenzia è riuscita a non interrompere mai il suo lavoro, approvando quasi tutto quello che era in pipeline sul 2016. Quindi malgrado la mancanza di risorse umane è riuscita a tenere botta, grazie a Laura Frigenti e a tutto il suo personale. L'agenzia ha ancora bisogno di essere rafforzata. Non è una missione impossibile. Abbiamo i soldi e e le autorizzazioni per farlo. Si tenga conto che nel 2016 l'agenzia ha deliberato il 90% delle risorse assegnatele, superando di gran lunga il previsto, e ha erogato il 65% delle risorse in soli sei mesi e con il 50% degli arretrati ereditati. Il ministero però deve continuare a premere affinché il concorso si possa fare il più presto possibile. E’ auspicabile chiudere questa partita entro il primo semestre dell'anno. E poi c’è la DGCS e il direttore Amb. Sebastiani: hanno fatto un ottimo lavoro e sono orgoglioso di poter dire che oggi l’Italia in cooperazione delegata , ad esempio, non è più seconda a nessuno in Europa. Tutti lavorano tanto, forse li sto stressando troppo…

Siria, Iraq, Repubblica centrafricana... Come può il sistema di cooperazione italiano reagire su tanti fronti con risorse limitate?

Certo le risorse sono sempre limitate, ma sono pur sempre il doppio rispetto a prima. Devo dire che sull'emergenza è stato fatto un ottimo lavoro, grazie al supporto della Dgcs. Stiamo adesso lavorando sul Lago Ciad, abbiamo lavorato sulla Libia e sulla crisi El Nino. Se parliamo invece di cooperazione ordinaria devo dire che ci siamo ritrovati, come ci viene riconosciuto dalle Nazioni Unite, su tutti i settori e anche multilateralmente, non solo sul piano bilaterale. E soprattutto siamo stati rapidi.

L'agenzia è riuscita a non interrompere mai il suo lavoro, approvando quasi tutto quello che era in pipeline sul 2016. Quindi malgrado la mancanza di risorse umane è riuscita a tenere botta, grazie a Laura Frigenti e a tutto il suo personale.

Laura Frigenti, Direttrice dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

Il Comitato di aiuto per lo sviluppo dell’Ocse raccomanda all'Italia di intervenire su un numero limitato di Paesi. C'è invece la tendenza ad allargare la platea dei Paesi. Perché?

È vero che abbiamo aumentato i Paesi prioritari, ma siamo ancora sotto i trenta Paesi per quanto riguarda il numero generale. Quindi non stiamo intervenendo dovunque e non c'è dispersione. Anzi, nonostante l’aumento delle risorse, abbiamo contenuto l'aumento. Per quanto mi guarda, è un problema che non esiste. Fosse per me, aumenterei ancora la lista dei Paesi in cui impegnarci, ma dopo il concorso.

L'ampliamento dell'elenco e del conseguente accesso ai finanziamenti dell'Aics da parte delle organizzazioni della società civile è una sfida cruciale...

E’ un tema su cui ci stiamo confrontando proprio in queste settimane, un confronto che vede impegnati anche l’Agenzia e le ong attraverso apposite riunioni. E’ ora di dare piena applicazione all’articolo 26 della Legge, a breve ci sarà una proposta.

Questo significa che allargherete l’elenco ad altri soggetti?

Sì, certo. Saranno incluse anche le organizzazioni impegnate nel sostegno a distanza, un tema su cui siamo molto sensibili.

Tra la creazione di un elenco unico o di una lista di sotto elenchi per tipologia di soggetto, che cosa sceglierebbe?
Lo vedrò quando mi sottoporranno le proposte che sono in fase di elaborazione.

Allargheremo a nuovi soggetti l'elenco delle organizzazioni della società civile e il loro accesso ai finanziamento dell'Aics. Saranno incluse anche le organizzazioni impegnate nel sostegno a distanza, un tema su cui siamo molto sensibili.

L'educazione è uno dei tanti settori in cui intervengo le organizzazioni della società civile italiana. Credito: T. Karumba/Getty Images

A quando una proposta concreta per ridimensionare l'onere economico delle fideiussioni che pesano sulle ong?

Penso che già al prossimo bando questo problema sarà risolto.

La firma della convenzione tra Maeci e Aics con Cassa Depositi e Prestiti risale ormai a più di sei mesi fa. Da allora è calato il silenzio...

Siamo in ritardo, anche perché Cdp aveva chiesto delle varianti alla legge per poter operare, che poi sono state ottenute in finanziaria a dicembre. Altre devono essere approvate dal futuro CICS. Ci sono molte idee che vanno concretizzate entro l’anno per vedere cosa significa avere finalmente una istituzione finanziaria di sviluppo e perché deve nascere il modello italiano di partnership tra profit e non profit. Su questo aspetto siamo in ritardo e non sono soddisfatto.

A quando l’approvazione della prossima Programmazione triennale della cooperazione italiana?

Sarà approvata al Comitato interministeriale della cooperazione allo sviluppo (Cics) in programma il 10 febbraio.

Penso che già al prossimo bando il problema delle fideiussioni che pesano sulle ONG sarà risolto, mentre il Documento triennale di programmazione e di indirizzo sarà adottato dal prossimo Comitato interministeriale della cooperazione allo sviluppo (Cics) in programma il 10 febbraio.

L’Agenzia ha proposto di raddoppiare i finanziamenti alle ong per portarli a 40 milioni di euro a bando, per andare a regime con 120 milioni. È una proposta sensata?

L’aumento è sicuramente un’idea giusta. Per quanto riguarda le cifre vedremo. Dipenderà da tante variabili. Naturalmente, più possiamo investire nella società civile italiana e meglio è. Per altro abbiamo potuto constatare durante il 2016 una crescita dell’occupazione nel mondo della cooperazione allo sviluppo in Italia. Questo è molto importante perché offre una prospettiva di vita a tanti giovani. Oggi ci sono più opportunità di lavoro e impegno in questo settore. Lo dirò ai giovani nelle università dove mi preparo a fare un giro.

A suo giudizio, la cooperazione italiana deve essere composta da tante piccole realtà o da grandi attori?

L’Italia è fatta di mille città, di decina, centinaia di migliaia di imprese e di migliaia di organizzazioni della società civile. Non possiamo cambiarla. È fatta così, lo è sempre stata così ed è bene che continui ad esserlo. So bene che c’è la tendenza in certi ambienti ad ispirarsi al sistema anglosassone fatto di pochi giganti. Così come non abbiamo multinazionali nel mondo dell’impresa, non le abbiamo nella cooperazione. Non farei discorsi illuministici che costringano a riforme che non hanno futuro.

L’Italia è fatta di mille città, di centinaia di migliaia di imprese e di migliaia di organizzazioni della società civile. Non possiamo cambiarla. È fatta così, lo è sempre stata così ed è bene che continui ad esserlo.

In Europa però i bandi mettono in difficoltà le piccole realtà…

Problema che si può risolvere consorziandosi. È già stato fatto. È il solito tema: bisogna imparare a fare sistema su obbiettivi specifici. So bene che c’è la tendenza in certi ambienti ad andare a rivolgersi solo al sistema anglosassone fatto di pochi giganti. Così come non abbiamo multinazionali nel mondo dell’impresa, non le abbiamo nella cooperazione. Così è il nostro Paese e così va accettato. Ma gli va insegnato a fare sistema.

I costi per l’accoglienza dei rifugiati in Italia sono passati dallo 0,1% nel 2010 al 40% nelle previsioni di bilancio del 2017. Non stiamo esagerando un po’?

Visto che siamo sottoposti ad una pressione gravosa, perché non dovremmo conteggiare l’accoglienza ai rifugiati, mentre gli altri sì? Non sarei più realista del re.

Come può l'Italia potenziare i corridoi umanitari?

Lo ha appena fatto. Ministeri degli Esteri e degli Interni hanno firmato con la Cei un gruppo aggiuntivo di 500 posti. La Francia poi ha reso noto che seguirà il modello italiano. È uno degli obbiettivi che ci proponevamo: fare scuola. Ci sono molti altri Paesi in coda, come Polonia e Malta.

Visto che siamo sottoposti ad una pressione gravosa, perché non dovremmo conteggiare l’accoglienza ai rifugiati negli aiuti pubblici allo sviluppo, mentre gli altri sì? Non sarei più realista del re.

L’anno europeo 2016 è stato in gran parte segnato dall’emergenza migrazione. Su spinta dell’Italia, l’UE ha addottato due strumenti: nel novembre 2015, il Fondo Fiduciario per il continente africano e in settembre il Piano di investimenti per l'Africa e i Paesi del vicinato. Bastano per affrontare un fenomeno così complesso?

Il Fondo fiduciario sta funzionando, ma è strumento insufficiente. Non si può ottenere nessuna garanzia di gestione comune dei flussi da parte di Paesi terzi se gli Europei non mettono a loro disposizione un ammontare di risorse pesanti. E’ questa l’idea di fondo del Migration Compact proposto nel giugno scorso dal governo italiano a Bruxelles, che poi l’Ue ha fatto in parte proprio con questo Piano, cioè la parte di investimenti (EIP) che riguarda anche i Paesi da cui proviene l’immigrazione che era stato previsto dal nostro Migration Compact. Ora il Piano deve essere implementato. Dopo la posizione comune trovata da Commissione e Consiglio Ue, ci auguriamo che il Parlamento europeo lo approvi in tempi rapidi. Faccio un appello a Tajani perché si faccia in fretta. Per l’Italia, questo strumento è necessario.

Il Fondo fiduciario dell'Ue per l'Africa sta funzionando, ma è strumento insufficiente. Non si può ottenere nessuna garanzia di gestione comune dei flussi da parte di Paesi terzi se gli Europei non mettono a loro disposizione un ammontare di risorse pesanti.

Il Presidente senegalese Macky Sall al Summit di La Valletta Ue-Africa sulle migrazioni (Malta) nel novembre 2015, durante il quale fu adottato il Fondo fiduciario per l'Africa. Credito: F. Monteforte/Getty Images.

La società civile è preoccupata dalla volontà dell’UE di condizionare gli aiuti alla gestione dei flussi migratori, ivi compreso i rimpatrii. Non c’è il rischio di distorcere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs)?

Non quando si parla di investimenti, che è cosa diversa rispetto all’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Di sicuro l’Italia è attenta a distinguere il Piano d’investimenti esterni e il Fondo fiduciario per l’Africa adottato a La Valletta nel novembre 2015, e lo siamo particolarmente quando si toccano risorse italiane. E poi a troppo condizionare non si ottiene granché. Se vuoi avere successo devi avere dei partner convinti e coinvolti.

Quali le priorità del governo italiano sul Fondo italiano per l’Africa adottato nell’ultima finanziaria?

La priorità assoluta è rispondere alle esigenze della questione migratoria.

Con quale approccio?

Con tutti gli approcci. C’è sicuramente un approccio di cooperazione allo sviluppo, che riguarda il sostegno alle attività dell’OIM e dell’UNHCR, ma non possiamo non escludere un sostegno a favore delle capacities bulding degli Stati africani partner. Penso alla necessità di mettere le forze dell’ordine in grado di controllare il proprio territorio. Abbiamo paesi come il Niger che non riescono a controllare il proprio territorio, e quindi neanche a combattere efficacemente contro il racket o il traffico di essere umani. Dobbiamo mettere le autorità nigerine in condizioni di poterlo fare. Pensiamo poi alla Libia, dove l’ONU ha denunciato casi di torture di migranti per mano di milizie locali che approfittano del caos generalizzato. Non possiamo chiudere gli occhi su questi fenomeni. E’ necessare aiutare lo Stato centrale libico riconosciuto a livello internazionale per metterlo nelle condizioni di agire.

Abbiamo paesi come il Niger che non riescono a controllare il proprio territorio, e quindi neanche a combattere efficacemente contro il racket o il traffico di essere umani. Dobbiamo mettere le autorità nigerine in condizioni di poterlo fare.

Qui tocchiamo questioni di sicurezza in Africa, su cui il ministero degli Interni è impegnato. Ci sarà un ruolo del Viminale su Fondo Africa?

Il Fondo Africa è stato depositato presso il Maeci. Il ministero degli Interni fa già il suo lavoro. Noi invece insistiamo su altri attori e soggetti. Vorrei ricordare che la Fanersina sostiene da anni iniziative che consentano agli Stati terzi di avere strutture in grado di controllare i loro territori. È sempre stato così. Quando si fa formazione per le dogane, ad esempio, usiamo lo strumento della Legge 180 per finanziare operazioni portate avanti dalla Guardia di Finanza e i suoi corrispettivi nei Paesi terzi. Lo stesso vale per i carabinieri o la Polizia.

Non c’è il rischio che gli SDGs saranno condizionati alle preoccupazioni che suscitano i flussi migratori?

No, il mondo della società civile non deve temere che i soldi vengano spostati. Non è così, sono soldi nuovi e diversi. Ci tengo a tale distinzione.

Quando si fa formazione per le dogane, ad esempio, usiamo lo strumento della Legge 180 per finanziare operazioni portate avanti dalla Guardia di Finanza e i suoi corrispettivi nei Paesi terzi. Lo stesso vale per i carabinieri o la Polizia.

Poliziotti gambiani nel convoglio del nuovo Presidente del Gambia, Adama Barrow, di ritorno a Banjul. Credito: A. Renneisen/Getty Images.

Qual’è la posizione dell’Italia sul Consensus europeo?

È un dibattito ancora in corso. Noi riteniamo che sullo sviluppo si debbano seguire gli SDGs, in particolare l’eradicazione della povertà. Tutto deve essere focalizzato sullo sviluppo sostenibile, includendo le questioni legate ai diritti umani, le donne, il supporto alla società civile. E naturalmente c’è il grande interrogativo sulla battaglia contro la disuguaglianza. Abbiamo visto che la globalizzazione ha arricchito alcune parti del pianeta, ma che aumentato le diseguaglianze. Queste vanno assolutamente il più possibile diminuite in tutti i Paesi, in particolare quelli colpiti dalle crisi più gravi che alimentano i flussi migratori. Una delle conseguenze dell’allargarsi delle forbice della disuguaglianza è proprio la migrazione.

Il dibattito sul Consensus europeo è ancora in corso. Noi riteniamo che sullo sviluppo si debbano seguire gli SDGs, in particolare l’eradicazione della povertà. Tutto deve essere focalizzato sullo sviluppo sostenibile, includendo le questioni legate ai diritti umani, le donne, il supporto alla società civile.

Nella sua proposta sul nuovo Consenso, la Commissione Ue tende a creare una sorta di sintonia tra la condizionalità politica e gli SDGs. Non andiamo fuori strada?

Ripeto: la condizionalità politica funziona poco in genere. Naturalmente questi paesi devono essere rispettosi dei diritti umani. Ma un conto è lavorare direttamente con la società, un altro è lavorare attraverso il governo. Prendiamo l’esempio dell’Egitto: dopo il caso Regeni, abbiamo congelato alcuni programmi implementati con i ministeri egiziani, portando avanti quelli con la società civile. Noi ci teniamo all’amicizia con il popolo egiziano. Bisogna lavorare di fino, non è così facile e immediato. Tornando all’emergenza migratoria, siamo convinti che servano nuovi strumenti finanziari, di investimento, mentre gli APS seguono la propria strada tradizionale, focalizzandosi sui settori dove è più facile e produttivo essere efficaci. Quindi donne, minori, istruzione, sanità rimangono sempre in cima alle nostre priorità.

La condizionalità politica funziona poco in genere. In Egitto, dopo il caso Regeni, abbiamo congelato alcuni programmi implementati con i ministeri egiziani, portando avanti quelli con la società civile.

Ha proposto di tenere un G7 sullo sviluppo. E’ fattibile? E con quali obbiettivi?

È una mia proposta, ma non dipende da me. L’ho detto al ministro Alfano. Si potrebbe tenere in coda a quello dei ministri degli Esteri. Naturalmente si parlerebbe di sviluppo anche all’interno del G7 Esteri, ma un incontro ad hoc ci consentirebbe di aumentare la possibilità di raggiungere un obiettivo che ci siamo fissati: un’armonizzazione tra i grandi donatori del G7.

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Tra questi Stati ci sono gli Usa. Si è appena insediato Donald Trump, con un impatto sulla cooperazione internazionale che rischia di essere molto negativo. Che ripercussioni teme e come dovrebbe reagire l’Ue?

Aspettiamo a vedere cosa accadrà. Tradizionalmente, i repubblicani hanno fatto più dei democratici in cooperazione allo sviluppo, in special modo in Africa. Sotto Bush, gli Usa hanno lanciato l’Agoa sulle relazioni commerciali e il Pepfar per lottare contro l’Aids, mentre l’unica cosa che ha fatto Obama è stato il programma Power Africa sull’energia, che però non è mai stato operativo. Quindi aspetterei. Abbiamo sentito le prime dichiarazioni ma non saprei dire cosa ci aspetta in futuro dall’amministrazione Trump in questa materia.

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