Giovani

«Siamo un paese che ha perso vitalità, non solo culle»

7 Marzo Mar 2017 1756 07 marzo 2017
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Nel 2016 in Italia sono nati 474mila bambini, nuovo record negativo dopo quello del 2015. Perché ancora la politica non si rende conto della gravità del problema? Questo infatti è il momento dell'azione, appena fuori dalla fase acuta della crisi. Un'intervista a tutto tondo con Alessandro Rosina che parte e arriva a un concetto preciso: i figli sono il bene comune del Paese

Se il 2015 era stato l’anno delle culle vuote, il 2016 è quello che ha messo via anche le culle. L’anno scorso in Italia sono nati 474mila bambini, 12mila in meno dei 486mila del 2015 (qui tutti i dati Istat), anno in cui avevamo raggiunto il minimo storico delle nascite dall’unità d’Italia in poi: il record negativo quindi è stato battuto, peggiorando ulteriormente. L’inverno demografico italiano si fa quindi sempre più profondo e per il demografo Massimo Livi Bacci dobbiamo tornare alla metà del ‘500 per trovare così pochi bebé, con una popolazione italiana che si assestava però a un quinto di quella attuale. Fra ieri e oggi si sono moltiplicati i commenti e i titoli allarmati, però non è una novità che la natalità in Italia sia ormai una vera e propria emergenza. Alessandro Rosina è professore ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano, cura il “Rapporto Giovani” dell’Istituto Giuseppe Toniolo e con Sergio Sorgi ha scritto il libro "Il futuro che (non) c'è".

Professore, oggi c’è molta preoccupazione. E poi?
Il problema è esattamente questo, si fa tanta retorica, ma poi… Il Governo deve dire o che di questo problema non gli interessa nulla o che gli interessa, ma se interessa deve affrontarlo come priorità, come non ha mai fatto fino ad ora.

Cosa intende?
Che questo deve diventare una priorità del Governo tutto, non basta un ministero che cerca in base alle risorse disponibili di mettere delle toppe. Una priorità significa individuare degli obiettivi chiari, che siano priorità di tutto il Governo e mettere le risorse che servono per raggiungerli. È un ribaltamento di prospettiva, oggi si parte dalle risorse disponibili e si vede con questi soldi cosa posso fare: vuol dire lavorare senza incidere. Prendiamo la Germania, che ha un problema di natalità simile al nostro: si è accorta che la sua carenza erano i servizi per l’infanzia – è vero che la conciliazione non è fatta solo di quello, c’è anche il discorso dei tempi, della città organizzata, ma i servizi per infanzia sono fondamentali – e negli anni di crisi ci ha investito, passando da una copertura del 14% nel 2006 al 30% di oggi. Lo ha fatto negli anni di crisi, non ha detto alle famiglie “arrangiatevi”, ma al contrario ha detto “famiglie, abbiamo fatto poco per voi prima, ora vi aiutiamo”.

Il Governo deve decidere: o il tema non gli interesse nulla o, se gli interessa, deve farne una priorità. Significa individuare degli obiettivi chiari, che siano priorità di tutto il Governo e mettere le risorse che servono per raggiungerli. È un ribaltamento di prospettiva, oggi si parte dalle risorse disponibili e si vede con questi soldi cosa posso fare: vuol dire lavorare senza incidere.

Alessandro Rosina

Perché proprio i servizi per la prima infanzia? Sta dicendo che anche da noi quella sarebbe la leva?
L’Europa ha fisato un obiettivo di copertura al 33% che non è casuale ma è quello che serve per avere una occupazione femminile al 60% e una fecondità vicina ai due figli per donna. Questa è la strada, puntare sulle politiche che consentono contemporaneamente di migliorare l’occupazione femminile e arrivare a due figli per donna, bisogna tenere insieme crescita, contrasto alla povertà infantile e natalità, una terna fra l’altro su cui l’Italia ha la peggior combinazione. Da noi la copertura dei servizi per la prima infanzia è diversissima: siamo al 3% al Sud e al 20% in Emilia Romagna e lì vicini in Lombardia, non a caso negli ultimi quindici anni la fecondità è più alta nelle regioni del Nord dove l’occupazione femminile è più elevata e dove ci sono servizi più diffusi, mentre è letteralmente crollata al Sud. Bisogna investire in maniera decisa sulla conciliazione, tenendo presente anche il ruolo delle aziende e dei partner uomini, smettendo di pensare che la conciliazione sia una cosa delle donne. Negli ultimi anni anche in Italia è aumentato il part time, arrivando a livelli medi europei: bene, ma se guardi i dati, mentre in Europa due part time su tre sono scelti dalle donne, sono reversibili e quindi fanno parte delle scelte di vita, in Italia due part time su tre sono imposti dalle aziende, cioè fanno parte delle strategie delle aziende per ridurre costo lavoro, non dei lavoratori per conciliare.

Negli ultimi anni in Italia è aumentato il part time, arrivando a livelli medi europei: ma mentre in Europa due part time su tre sono scelti dalle donne, sono reversibili e fanno parte delle scelte di vita, in Italia due part time su tre sono imposti dalle aziende. Cioè fanno parte delle strategie delle aziende per ridurre costo lavoro, non dei lavoratori per conciliare.

Alessandro Rosina

In queste ore si è sentito parlare di tre proposte, le chiedo un commento per ciascuna. La prima è del ministro Costa, che ha nuovamente ribadito l’intenzione di lavorare sul Fattore Famiglia.
Sono due piani diversi, un conto sono i fattori che possono favorire le nascite, un altro è ridurre il rischio di povertà delle famiglie con figli. Il Fattore Famiglia, che si ispira la quoziente famigliare francese, agisce su questo secondo piano, prevedendo trattamento fiscale meno penalizzante. Il Fattore Famiglia avrebbe effetto diretto sulle condizioni delle famiglie e il loro benessere, ma indirettamente avrebbe anche un effetto sulle nascite, perché aiuta a far diventare la nascita un’esperienza positiva. Mi spiego, se la nascita di un figlio porta alla povertà è ovvio che non vai oltre e non fai il secondo figlio e anche che la tua esperienza negativa diventa un segnale per gli altri che ti stanno attorno: un figlio è un’esperienza da non replicare né per te né per gli altri. Al contrario questa misura avrebbe un effetto culturale particolarmente importante perché in Italia più che altrove i figli sono considerati una scelta privata e un costo che devi affrontare tu genitore: altrove, soprattutto in Francia invece c’è l’idea che le nuove generazioni sono un bene collettivo, comune, pubblico, sociale, perché è evidente che tutti hanno convenienza che le nuove generazioni crescano bene.

Alesina e Ichino invece sul Corriere propongono una tassazione ridotta per la sola occupazione femminile: secondo loro serve più questo che fare un nido ad ogni angolo.
La misura principale restano i servizi per infanzia, perché sono i servizi che consentono la conciliazione di figli e lavoro. Una tassazione ridotta aumenta l’occupazione femminile, sì, ma questo di per sé non fa aumentare la natalità: anzi questo è da sfatare. Negli anni ‘80 i Paesi con occupazione femminile più elevata erano quelli con fecondità più bassa… è stato solo quando hanno introdotto i servizi di conciliazione che la natalità è ripresa. L’occupazione femminile da sola, senza il resto, non basta, non produce aumento positivo.

La terza proposta è quella esposta in un’intervista da Tommaso Nannicini: far pagare un po’ meno tasse ai giovani in quanto giovani, eventualmente compensando con tasse un po’ più alte per gli anziani.
Questo funzionerebbe, perché tutto quello che favorisce la possibilità che i giovani e le donne possano realizzare i loro percorsi di vita ha anche un impatto positivo sulle nascite. L’ho già detto tante volte, i giovani italiani desiderano fare famiglia e fare figli, i loro desideri e progetti di vita in questo non sono diversi da quelli dei giovani francesi, solo che i nostri giovani non sono messi nelle condizioni di poter realizzare i loro progetti di vita. Il fatto che possano lavorare, uscire di casa, avere un’indipendenza economica avrà certamente effetto: prima escono di casa, prima faranno una loro famiglia, prima faranno figli. La cosa preoccupante è che in Italia più che altrove per le difficoltà di avere una indipendenza economica e di conciliare i giovani stanno sospendendo la loro piena realizzazione, così che se in passato il primo figlio si faceva, adesso è alta anche la quota di chi a furia di rimandare non fa più nemmeno il primo figlio. Nonostante l’intenzione di fare famiglia, ripeto, c’è.

Fatta questa analisi, la sua ricetta qual è?
Non c’è una misura unica né una bacchetta magica. È quel che ho detto all’inizio, il sostegno alla natalità deve diventare la priorità del Governo. Significa investire sul miglioramento della condizione giovanile e femminile, di creare le condizioni favorevoli per consentire loro di realizzare i loro progetti di vita.

Il che è molto diverso dal pensare ai giovani come la nuova categoria fragile e da proteggere, benché effettivamente proprio i giovani siano quelli che stanno pagando il prezzo più alto: basti pensare al fatto che oltre 13 famiglie su cento, fra quelle giovani, con 3 o più figli minori, mentre solo il 2,7 su cento, fra le coppie di pensionati over65, è in povertà assoluta.
Non si tratta di dare tutele passive e paternalistiche ai giovani in quanto “vittime” o “categoria fragile” ma di metterli nelle condizioni di realizzare i loro progetti di vita. Questo implica la necessità, fra l’altro, di partire dai loro progetti, aspettative, da quale futuro vogliono costruire. Questo vuol dire far “crescere” il Paese: consentire ai giovani di costruire il futuro che desiderano. Se lo facciamo, saremo un Paese che cresce, se li costringiamo a rinunciarvi, saremo un Paese che declina, senza ricchezza né continuità. E dobbiamo cogliere al volo l’occasione, perché questo è il momento storico per farlo.

Non si tratta di dare tutele passive e paternalistiche ai giovani in quanto “vittime” o “categoria fragile” ma di metterli nelle condizioni di realizzare i loro progetti di vita. Questo vuol dire far “crescere” il Paese: consentire ai giovani di costruire il futuro che desiderano. Se li costringiamo a rinunciarvi, saremo un Paese che declina, senza ricchezza né continuità. E dobbiamo cogliere al volo l’occasione, perché questo è il momento storico per farlo.

Alessandro Rosina

Va fatto "adesso" perché "dopo" sarebbe troppo tardi?
Non solo. Soprattutto perché in questo momento siamo usciti dalla fase acuta della crisi e quando si esce dalla crisi c’è sempre effervescenza, nel senso che è il momento in cui attuare i piani “congelati” e rimandati negli anni di crisi. Nel 2015 c’è stato un aumento di matrimoni, è un segno positivo. Nel 2017 dobbiamo fare in modo di avere non solo le nascite del 2017 ma anche quelle rimandate nel 2014, 2015, 2016… Se non riusciamo a fare in modo che accada, significa che la posticipazione diventerà rinuncia, dobbiamo fare in modo che l’uscita da crisi diventi il momento in cui ripartire. L’aumento dei matrimoni dice che la voglia di mettere in campo una scelta c’è, ma deve agganciarsi ad un aspetto culturale, i giovani hanno bisogno di sentirsi parte di un paese che vuole crescere e che incoraggia le scelte positive di chi prende impegni positivi per il futuro. Un giovane che invece stare in casa esce, quello che è uscito e che decide di fare famiglia, chi ha fatto un figlio fa il secondo… se tutti fanno un passo avanti il Paese cresce, se no si ferma e si scivola verso rinuncia progressiva. La questione vera è che siamo un paese che ha perso vitalità, non solo denatalità. Dobbiamo ripartire dai giovani, dalla loro intraprendenza e trovare il modo di dargli non aiuti ma di costruirgli intorno un sistema che li supporti.

Siamo usciti dalla fase acuta della crisi e quando si esce dalla crisi c’è sempre effervescenza, è il momento in cui attuare i piani “congelati” e rimandati. Nel 2015 c’è stato un aumento di matrimoni, è un segno positivo. Nel 2017 dobbiamo fare in modo di avere non solo le nascite del 2017 ma anche quelle rimandate nel 2014, 2015, 2016… Se non riusciamo a fare in modo che accada, la posticipazione diventerà rinuncia

Alessandro Rosina

È ovvio che la demografia ha un impatto pesante sul welfare e che di questo passo la tenuta del sistema odierno è impensabile. Perché nemmeno questo basta a far capire che il tema natalità è qualcosa che interessa tutti?
Gli squilibri demografici hanno un costo sullo Stato sociale, è evidente, anche in considerazione del fatto che il numero degli anziani andrà a crescere. L’aumento del numero di anziani inattivi si compensa aumentando chi produce ricchezza, ma se i giovani sono sempre meno e li mettiamo sempre meno nella condizioni di poter realizzare i propri progetti ovvero di creare crescita per il Paese, se quindi c’è un problema quantitativo e qualitativo di compensazione, il sistema non funziona. Non creiamo ricchezza, i giovani sono sempre meno e aumenta chi assorbe ricchezza: è una combinazione che rischia di bruciare il futuro. Serviranno sempre più risorse ma se non abbiamo i soggetti produttori di nuovo benessere e se quei pochi che abbiamo non li mettiamo nella condizione di produrre nuovo benessere…

Se crescono i giovani ci guadagnano tutti, insomma.
È una falsità che i giovani devono occupare il posto lasciato libero dagli anziani, non c’è una torta da dividere. I giovani devono messere nelle condizioni di creare nuove opportunità, non di fare lo stesso lavoro dei loro padri, devono avere l’ambizione e la possibilità di inventare qualcosa di diverso, che produca valore aggiunto, che crei nuovo lavoro o anche, inserendosi in contesti lavorativi già esistenti, aggiungendo qualcosa in più. Il rapporto fra innovazione e tradizione allarga le opportunità, dobbiamo investire sulle competenze dei giovani, sull’innovazione, sulle loro idee che allargheranno il mercato, le aziende devono assumere giovani non per pagarli meno ma per allargare la competitività… Non possiamo pensare di “trovare lavoro” ai giovani, dobbiamo consentire loro di creare attività nuove, che consentano al Paese di crescere. D’altronde i lavori che ci serviranno tra 5 anni sono in gran parte ancora da scoprire, con competenze che solo i giovani potranno avere. È solo se non si cresce che si entra nella logica di fare fette sempre più piccole della stessa torta, che scatta la competizione al ribasso. Attualmente abbiamo moltissimi giovani i cui percorsi di vita sono bloccati: bisogna cambiare strada e cambiarla in fretta, perché è evidente che se non si consente loro di produrre del nuovo dovranno accontentarsi di quello che, c’è entrando in competizione con altri.

Serve un welfare generativo, ma anche che aiuta a restituire. “Nessun individuo è solo” non significa soltanto che nessuno è abbandonato a se stesso nel momento del bisogno, ma nemmeno quando ha successo: se è lì è perché un contesto attorno lo ha favorito e ora lui aiuta anche gli altri perché può crescere ancora se tutti crescono. Questo però ancora non si fa in Italia

Alessandro Rosina

Nel suo libro lei scrive che dinanzi a queste sfide per il welfare una possibilità è quella di arretrare le protezioni sociali offerte nel secolo precedente, un’altra strada invita invece a realizzare antidoti: i welfare generativi e i welfare di comunità. Come il welfare generativo e i welfare di comunità possono contribuire a rispondere alle sfide che la demografia pone al welfare?
Il welfare deve ripensarsi. Non può più essere solo welfare pubblico, passivo e paternalistico. Non può solo protegge ma deve aiutare a ridurre i rischi di trovarsi in difficoltà, aumentare la consapevolezza delle persone nel fare le proprie scelte, aiutare a promuovere, a fare meglio ciò che si fa. Star meglio e stare di più con gli altri diventa welfare di comunità perché mette insieme le risorse di tutti – pubblico, privato, privato sociale: con l’aiuto di tutti la comunità può crescere. È un percorso di crescita non individuale ma collettivo, ci sono obiettivi condivisi che vengono raggiunti insieme. È un welfare generativo ma anche che aiuta a restituire: io sono riuscito ottenere qualcosa di positivo e restituisco qualcosa alla collettività. “Nessun individuo è solo” non significa solo che nessuno è abbandonato a se stesso nel momento del bisogno, ma nemmeno quando arriva al successo e sta bene: se è lì è perché un contesto attorno lo ha favorito, ha consentito che quella persona potesse moltiplicare i suoi talenti e ora lui aiuta anche gli altri perché può crescere ancora se tutti crescono. Questo però ancora non si fa in Italia, o meglio lo si fa all’interno della famiglia, ma è una cosa che dovremmo allargare alla comunità. E torniamo al cambiamento culturale dei cui dicevamo all’inizio: i figli sono un bene collettivo su cui tutti devono investire, pensare solo a proteggere i miei figli non basta più.