Alberto Abruzzese

Carenze di laicità: tra vocazione, umanesimo e lavoro

23 Giugno Giu 2017 0831 23 giugno 2017
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Che qualcosa non torni, nel circolo apparentemente stretto tra vocazione, formazione e generazione ce lo racconta anche un recentissimo report del Pew Research Center che mostra come i "millennials", generalmente descritti come abulici e privi di passioni extra-digitali, siano oggi tra i principali frequentatori di biblioteche pubbliche negli Stati Uniti. Un rapporto, quello fra vocazione e generazione, che va ripensato

Generazione X, Generazione what, nativi digitali, millennials. O, semplicemente, barbari. Le categorie si sprecano, ma non c'è categoria che tenga e contenga l'irruzione di quell'imprevisto che chiamiamo "generazione". Das Problem der Generationen, il problema della generazione lo chiamava, nel 1928, Karl Mannheim in un suo studio a lungo sottovalutato. In fondo, come scriveva il sociologo tedesco l’emergere di uomini nuovi comporta la neccessità di una revisione «nel campo del presente» e ci chiama «a dimenticare ciò di cui non abbiamo più bisogno, a desiderare ciò che non è stato ancora ottenuto». Dimenticare e desiderare, sono termini che in qualche misurano richiamano un altro concetto, vocazione.

Che qualcosa non torni, nel circolo apparentemente stretto tra vocazione, formazione e generazione ce lo racconta anche un recentissimo report del Pew Research Center che mostra come i cosiddetti "millennials", generalmente descritti come abulici e privi di passioni extra-digitali, siano oggi tra i principali frequentatori di biblioteche pubbliche negli Stati Uniti. E questo, forse, anche in ragione della struttura avanzata di molte di queste biblioteche, improntate al modello della cosiddetta bibliotech (ne abbiamo parlato qui), una struttura in gran parte post-umanistica. E qui il rapporto si fa più complesso e ci riporta al tema della vocazione.

Di questi temi, fra vocazione e complessità, in Italia, si sta occupando da tempo Alberto Abruzzese, autore di Punto zero. Il crepuscolo dei barbari, un'importante riflessione sui destini (e i declini) dell'umanesimo occidentale. Lo abbiamo incontrato.

Chiamate imperfette

Vocazione è un termine importante, un concetto storicamente denso, soprattutto se lo rapportiamo a "lavoro", "vita". Che ne è della vocazione, oggi? Non se ne parla più.
Vocazione: sentirsi chiamati da dentro di sé; sentirsi chiamati non da un “fuori di sé”, non dall’esterno di una divinità oppure di una società che la incarni in terra, facendosene scudo e spada, o anche di una società, di una “associazione” che s’è fatta destino della propria stessa potenziale potenza, della sua stessa violenza affermativa, grazie all’abbandono e insieme investitura di un dio decretato “vivo” e infine “morto” o anche – basta dire questo – dalla lectio, dai canoni, di un Libro da Leggere. Di una Lettera Scarlatta segnata sulla pelle, al confine tra carne e corpo. Di una autorità da condividere per “contratto”. Quanto alla rilevanza della vocazione in merito alla vita e al lavoro: cerchiamo di non cedere alle tentazioni “diaboliche” di schierare la vita al fine che – sdoppiandosi (ricordate Gregor von Chamisso: l’ombra del suo Peter Schlemih?) – sia essa, la vita per intero, a imporre il lavoro, lo domandi, ne faccia la sua necessità, la propria ideologia. Cerchiamo di non accontentarci della sua intima complicità con il sistema di potere che la stipendia, la trasforma in moneta, la rende partecipe di ogni profitto, imponendo così la fatica e il dolore di essere vissuta, già a partire dalla famiglia, come economia politica. Dove finisce la carne messa a lavoro restando comunque ancora carne sofferente (piacere o dolore che sia) quando essa viene organizzata dalla catena di montaggio (fabbrica e società) dei corpi? Una delle rimozioni più riuscite e quindi, proprio per questo, più tragiche della civilizzazione occidentale è consistita nel coprire il dolore della vita, la vita umana come produzione di dolore, ricorrendo alla difesa del lavoro, scelto come alibi; come maschera della propria infelicità. O riscatto della propria colpa. Debito. La sofferenza come mezzo di riproduzione della sofferenza; la sofferenza come ricchezza, giacimento, petrolio. Soffrire per produrre felicità ma essere felici per produrre lavoro. Paradossale ribaltamento dei risultati sensibili derivati dalla cacciata dal Paradiso Terrestre: proprio soffrire le pene del lavoro (a cominciare, ripeto, dalla famiglia, dalla sua messa a lavoro dei corpi) diventa esercizio di vita dedicata alla promessa di felicità per mezzo della sua negazione. Di vita vocata alla sua mortificazione (la mortificazione della carne che ha segnato lo storico vincolo – l’avatar - tra potere divino e potere mondano).

Fatta questa premessa, cercherò di rispondere il più sinteticamente possibile alle sue domande. Ma questa è per me l’occasione buona per dire qualcosa che mi preme dire sulla semplificazione della complessità.

Lo dica senza problemi...
Ci sono due modi di intendere l’obiettivo implicito a una pratica di sintesi del proprio dire, volere dire. Una questione di sfumature? Forse. Ma, in società senza più midollo spinale (ricordate l’ameba di Ortega y Gasset, precoce filosofo del post-industriale?) le sfumature sono importanti, essenza e non accidente, vanno avvertite (ricordate il “terzo occhio” dei surrealisti?). Sono convinto, che ci sia la possibilità di spingere verso il suo esatto contrario, convertire, la direzione tipicamente dilatoria dell’aggettivo “sintetico”. La sua appartenenza alla forma dominante di ogni riflessione culturale socialmente strutturata: processi argomentativi che marciano in una spirale, una sorta di anello di Moebius, sempre dilazionando, ritardando, il momento (quella frantumazione temporale che si fa spazio, luogo): momento della necessità e della verità. Sono convinto che alla sintesi non si debba farle svolgere la funzione che le viene normalmente, automaticamente assegnata, quella di legittimare la sua brevità, contrazione, proprio per implicito rimando alla rilevanza – questa sì effettiva – di quanto, per fini esclusivamente strumentali e contingenti, s’è dovuto elidere, “saltare”: l’urgenza di una sintesi siffatta non è altro che una proroga, una petizione di fiducia, una professione di fede; un pensiero trapassato in quanto predisposto al suo recupero.

C’è dunque un altro modo di concepire la scrittura come sintesi: costruire un insieme di frasi dalle quali non si può tornare indietro. In cui niente possa essere recuperato. Frasi che abbiano bruciato il loro pensiero retrostante. Reciso ogni possibile continuità. Decantare le spirali della complessità sino a formulare una sentenza (la cui etimologia è sentire). Stando ad un passaggio logico tipico di Mario Tronti, è necessario, per vincere, impossessarsi delle armi del nemico: e il nemico – che si serve della complessità e ne dispone comunque per nascondere in essa la massima, unica, semplicità dei propri fini, dei propri interessi – s’è di sovente rivelato in questa attitudine quando ha scelto messaggi fondamentalisti. Uno di questi è consistito nel valorizzare la più estrema ignoranza. Nel toccare il grado zero del sentire. Nel fare tabula rasa di ogni distrazione. Nel ritenere che la dismissione di ogni veste culturale, di ogni tra-vestimento sociale, possa consentire l’espressione di ciò che è inemendabile, indiscutibile.

Le istituzioni sociali sono il dispositivo mediante il quale nel tempo e nello spazio della civilizzazione è stata territorializzata e organizzata la falsa coscienza umana e cioè l’ideologia con cui le persone, godendo di diversi gradi di consapevolezza o inconsapevolezza, si sono indotte e sono state indotte a credersi libere dalla propria volontà di potenza, dal loro stato di natura, dunque dalla violenza del loro stato di necessità

Anello di Moebius

Nella cultura cristiana ci sono stati casi esemplare di questa strategia, culminati con la scelta di prefigurare nell’analfabeta – contro il Libro, dunque – il soggetto ideale della fede in Dio. Ecco: in questa scelta c’è un’arma da sottrarre ai fini per cui è stata concepita. Alle forme di sovranità celeste e terrena che se ne sono servite. Un’arma da tradurre sul terreno del massimo contrasto oggi emerso tra la complessità raggiunta dal sapere e la semplicità della condizione umana in quanto carne in sofferenza, vita mandata a morte. Al migrante che affoga non può essere di aiuto la qualità “disinteressata” che, per fare un esempio, Agamben ha recentemente affidato allo “studio” in contrapposizione alla “ricerca”. Un contrasto lancinante, dunque: il lusso di pratiche sapienziali e la tragicità di una cognizione del dolore sempre più urgente. Urgenza inascoltata. L’arma da usare è allora quella di spogliarsi di ogni complessità culturale riducendo ogni discorso alla semplice verità che la civilizzazione ha sempre rimosso. Il diritto a non soffrire. Ecco: per me ridefinire il senso della persona a misura della vocazione della propria carne significa introdurre la coscienza di sé che ci manca.

Oltre la lettera dell'umanesimo

Conoscenza e istituzione: oggi lei come vede il loro rapporto?
Mi arrischio a rispondere come si può, o almeno come io sono capace di farlo, in una intervista. Lo faccio in modo provocatorio, in qualche modo applicando il punto di vista radicale che ho appena espresso. Trascurando dunque per scelta la letteratura esistente a questo proposito (per scelta, certamente consapevole dei miei grandi limiti personali in campo sapienziale, ma considerando anche, forse persino rivendicando, il fatto che tali limiti sono il risultato di un percorso intellettuale a suo modo settario, che mi ha sistematicamente distratto altrove per educarmi e conseguentemente educare a testi e figure inerenti l’immaginario collettivo; è così che io mi sono “divertito” e dal mio “divertimento” ho tratto la pretesa di qualche intuizione teorica – e politica – più generale o più particolare).

Ritengo di dovere insistere sulla mia prospettiva. Le istituzioni sociali sono il dispositivo mediante il quale nel tempo e nello spazio della civilizzazione è stata territorializzata e organizzata la falsa coscienza umana e cioè l’ideologia con cui le persone, godendo di diversi gradi di consapevolezza o inconsapevolezza, si sono indotte e sono state indotte a credersi libere dalla propria volontà di potenza, dal loro stato di natura, dunque dalla violenza del loro stato di necessità. È una banalità (grande dispositivo dell’abitare) sostenere che non c’è conoscenza senza istituzione e istituzione senza conoscenza. Ma altrettanto banale dovrebbe essere la consapevolezza che nella simbiosi tra conoscenza e istituzione s’aprono attriti e fessure che hanno costituito sempre di nuovo la conflittualità necessaria allo sviluppo del sapere sociale. Momenti in cui le forme di conoscenza (quelle scaturite nelle reti relazionali della vita quotidiana, nello scambio simbolico tra narrazioni, immagini e figure dei corpi e dei luoghi, nelle dinamiche economiche e politiche dei bisogni individuali e collettivi) hanno destabilizzato le strutture istituzionali. E momenti in cui sono state queste a garantire piattaforme espressive in grado di raccogliere e rilanciare le tensioni emergenti dai domini umani a loro carico. Una formula per lungo tempo efficace è stata quella del rapporto reciproco e per questo dinamico, progressivo, tra movimenti e istituzioni. E via dicendo.

Ma il senso della domanda che lei mi ha rivolto penso riguardi proprio la possibilità di considerare per conoscenza ogni mutamento socio-antropologico dell’abitare e quindi interrogarsi su quanto – e quanto drammaticamente – solo nel giro di pochi decenni il peso (funzione) e la pesantezza (funzionamento) dei saperi e dispositivi istituzionali siano stati sopravanzati dalla fluidità sempre più clamorosa dei consumi rispetto alla produzione; delle moltitudini rispetto alle classi; dell’immaginario glocal rispetto alle strategie di costruzione normativa della realtà sociale; della tecnica rispetto alle etiche, estetiche e politiche che hanno fatto e ancora fanno da pilastro alle istituzioni; della finanza rispetto al capitalismo borghese e di massa; del “popolo” in quanto passione umana allo stato brado, senza più sovranità politica in grado di imbrigliarlo nelle regole classiche della sovranità moderna, degli ordinamenti della democrazia. E altro ancora di conseguente: come sistemi di informazione che trasformano l’opinione pubblica in palestra delle passioni che la stanno distruggendo, il “messaggio” in “massaggio” (felice battuta di McLuhan); come lo sbando dei processi formativi di nuovi ceti dirigenti e per ciò stesso di nuovi dispositivi di socializzazione. Si tratta di indicatori di mutamenti convergenti sulla necessità di interrogarsi in modo ultimativo sul rapporto tra vocazione della persona e la professione sociale alla quale sono destinate.

Millennial in biblioteca

Scuola e Università vivono sempre più una situazione paradossale: i loro piani di riforma governativi usano la macchina pesante, burocratica e autoritaria, della propria tradizione istituzionale, ma al tempo stesso ricorrono a criteri di valutazione dei processi formativi schiacciati interamente su prove di abilità individuale

Siamo davvero alla fine del percorso umanista, di educazione umanista? Non crede che una certa deriva si debba anche allo sradicamento dei sistemi educativi-culturali dall'umanesimo?
Ecco, questo è il punto sostanziale. Se dovessimo condividere la tesi per cui la situazione del mondo umano, la sua catastrofe (una catastrofe che non riesce più ad assegnare alla crisi di sistema, che produce, la funzione che la modernità le ha da sempre affidato per aumentare di potenza), sia dovuta al tradimento dei valori umanisti, come potremmo allora spiegarci il fatto che proprio le epoche in cui tali valori sono stati osservati, perseguiti, hanno prodotto il fallimento dell’epoca presente? Anche negando tale interpretazione, resterebbe da domandarsi quale possa essere stata la soggettività nuova, di segno inverso, così potente da distruggere le doti di un umanesimo di per sé valido, socialmente e politicamente in funzione. Dovremmo comunque ammettere che l’umanesimo è stato sconfitto, messo nella condizione di non potere “funzionare”, dalla recrudescenza di quanto ha rimosso e negato, dalla stessa necessità di sopravvivenza di quella violenza dell’essere umano in quanto tale che l’umanesimo ha espulso dai dispositivi di civilizzazione, adeguando a tale espulsione ideologica ogni suo paradigma educativo. Non dimentichiamoci che, paradossalmente, persino le pagine scritte con accesi toni anti-umanisti hanno finito per imputare all’umanesimo l’incapacità di essere stato integralmente, radicalmente umanista. Diffondermi su tutto questo significherebbe stringere il discorso sulla funzione centrale, motoria, che l’umanesimo ha svolto nel fungere da “passaggio a Occidente” dell’asse greco-romano e giudaico cristiano della tradizione all’asse illuminista e romantico della modernizzazione. E’ abbastanza per ritenerlo responsabile del punto di arrivo della occidentalizzazione del mondo: l’orrore novecentesco al quale il soggetto moderno è pervenuto con l’olocausto e la bomba atomica. Quell’orrore che – secondo qualcuno – avrebbe dovuto ammutolire ogni sapienza moderna.

Ancora una parola sulla vocazione. L'inglese calling e il tedesco beruf ci riportano a una chiamata, a una sorta di missione, ma anche a un'etica del lavoro che quella chiamata implica e impone. Liquidare l'etica, non sembra ci abbia messo al riparo da falsa coscienza, moralismi, vuoti di senso - su cui si radicano oggi i poteri...
Su questo ho detto in qualche modo all’inizio: vocazione è un termine lessicalmente chiaro, ma nel suo uso resta in ombra (ecco di nuovo l’”ombra” di Peter Schlemihl) chi chiama, invoca, e chi si sente chiamato e a ragione di cosa. Di quale verità si tratti e contratti. A chiamarmi a partecipare al mondo sono le etiche, estetiche e politiche del soggetto moderno; è ancora questo soggetto a contare. Ai giochi di posizione tra moderno e post-moderno, per quanto siano stati utili ad affinare gli strumenti d’analisi dei conflitti sociali, non conviene più affidare la nostra carne. Allora c’è una sola voce che penso sia capace di farci varcare la soglia tra coscienza e falsa coscienza: quella della repulsione per il luogo di violenza in cui – anima e corpo – sono attratto dalla società stessa. La violenza in cui è presa la prima persona singolare nell’usare la prima persona plurale: “noi”. Ad acquisire questa attitudine personale certamente non ci educano le estetiche sociali (il culto alla bellezza dei suoi regimi di potere, alle sue etiche e politiche). Semmai, un qualche velo alla banalità della nostra natura violenta, omicida, è stato strappato ad opera dei contenuti dell’immaginario collettivo più dichiaratamente impegnato ad abbattere ogni distinzione tra il bene e il male, tra il bello e il brutto, tra il giusto e l’ingiusto, tra corpi e carne. Una sorta di kitsch del desiderio. Così vestita, la persona può forse riuscire ad accorgersi dei travestimenti ai quali è destinata dalla vita sociale in cui per sopravvivere è obbligata a vivere.

Carenze di laicità

I risultati di una recente indagine sull'uso del denaro tra i giovani hanno mostrato come tra questi ragazzi altamente “alfabetizzati” per quanto riguarda l’uso di device, smartphone, tecnologie più o meno liquide il 51% riceve denaro in cambio di risultati scolastici buoni, il 33% se si comporta genericamente bene, una percentuale molto bassa sembra legare l’idea di ricevere un piccolo compenso in cambio di un lavoro. Anche da questa piccola rilevazione scopriamo un sistema che, oltre alla questione umanistica, tira ancora in ballo una dimensione premiale, compensatoria o sanzionatoria, in fondo poco laicizzata, non trova?
Non so se posso cavarmela con poche parole. Grazie comunque per questa nuova piega del discorso. Molto fruttuosa, io credo, per riflettere sulla centralità che il lavoro detiene in ogni tradizione religiosa, Chiesa o Stato che sia, e che, avendo perso centralità nella deriva post-moderna delle grandi ideologie di coesione sociale, viene a costituire il punto cruciale della crisi sempre più evidente delle capacità formative dell'Umanesimo proprio in quanto specifica “falsa coscienza moderna” che ha funzionato da strumento di progresso e emancipazione dell’essere umano come tale o quantomeno dell’essere umano selezionato e preso a carico dalle istituzioni del sapere. Il punto cruciale dell’umanesimo è il suo fallimento storico a fronte dei propri stessi principi. Dopo Auschwitz e la Bomba Atomica non può essere pronunciata parola alcuna: svanisce il senso del linguaggio di cui s’è fregiato e armato il soggetto sociale per distinguersi dalla carne. La carne che il corpo umano ha in comune con ogni altra “cosa” vivente. Auschwitz si ripete ora nella svolta epocale della finanza: nel suo spingersi al di là dei valori cardine della civilizzazione moderna.

Dunque lei mi propone una piega del discorso molto adatta a dire il contrario di quanto solitamente, ordinariamente, si voglia far credere che sia l'umanesimo (e l'umanesimo ci voglia far credere di essere); umanesimo sempre invece di nuovo rivendicato dalle istituzioni tutte come critica non della “sua” falsa coscienza ma della falsa coscienza perpetrata dagli eccessi di potere dell’economia e del mercato a danno dell’identità più autentica, originaria, dei soggetti sociali (cittadini, istituzioni, ecc) piuttosto che direttamente a danno della carne viva della vita umana.

Proviamo a definire questo "umanesimo" attorno al quale stiamo girando...
L'umanesimo – lo ripeto – è la tradizione sapienziale che ha fatto e fa tuttora da pilastro alla occidentalizzazione del mondo, dunque dei sistemi di sviluppo della società moderna, fondati sul capitalismo, sui suoi modi di produzione e consumo: sul ruolo che il lavoro vi ha svolto appunto come valore in sé e per sé. Il lavoro come destino di riscatto personale e collettivo del passato e conquista del futuro. Il lavoro come realizzazione umana, liberazione individuale mediata dalla società. Come produzione della realtà: sua costruzione e assoggettamento. Come necessario principio fondativo della democrazia e delle sue garanzie di giustizia. E infine sigillo delle sue estetiche, etiche e politiche.

Eccoci dunque alle carenze di laicità, di vocazione autenticamente sociale invece che egoisticamente strumentale, interessata, che lei ha riscontrato nel comportamento di giovani che si fanno pagare, retribuire, una buona condotta scolastica: scelta economica e cinicamente utilitaristica che possiamo considerare come ultimo esempio (terminale?) della “mondanizzazione” praticata dalla piccola impresa familiare nei confronti dell’infanzia delle generazioni a proprio carico. Forse riesco a dire qualcosa di più sul lavoro proprio seguendo la via che lei mi propone nel riferirsi alla “paghetta” con cui i genitori elargiscono denaro, moneta, ai figli affinché imparino a vivere (ad essere “indipendenti” proprio accettando d’impulso, per imitazione e emancipazione, i vincoli della dipendenza sociale, della sovranità del denaro); affinché possano comprare, affinché paghino, le proprie stesse necessità.

Per intenderci su queste loro necessità: l’infanzia (massima instabilità e dunque apertura di carne in crescita, di un corpo in via di formazione) è luogo privilegiato di uno stato di necessità: la distinzione tra bisogni indotti e bisogni reali – ben prima del suo attraversamento delle teorie marxiste (e ora, a maggior ragione, in sintonia con le forme neocomunitarie e anticonsumiste postmoderne: il bene comune, i beni comuni) – è una invenzione dell'ideologia umanista, la più funzionale al dominio della società sui desideri delle persone: sulle intemperanze della carne; sulle deviazioni dalla Legge. L’etimologia del sostantivo necessità e dell’aggettivo necessario è questa: nec e cessus, participio passato di cedere. È incredibile la rosa di sostantivi e aggettivi che dipendono da “cessus”: occaso, occidente, occasione, ma anche cesso, altrimenti popolarmente detto “luogo comodo” – ritirato, retroscena – per le funzioni con cui il corpo umano si libera dei suoi escrementi, della sua carne – restituendoli alla natura vivente della terra.

Non ci stiamo forse allontanando già dalla prospettiva umanistica?
Non penso che questa sia una mia digressione dal discorso, mi pare anzi un richiamo ancora una volta essenziale, alle ideologie umaniste. Tanto per concedermi un riferimento bibliografico, penso utile ricordare un saggio di John Gregory Bourke, rilanciato molti anni fa da un raffinato sociologo della vita quotidiana come Piero Meldini, con il titolo Escrementi e Civiltà. Antropologia del rituale scatologico. Da Freud a Marcuse siamo al centro delle analisi sul progressivo – “progressista”, appunto moderno – “disagio della civiltà” che, nella civilizzazione, si è prodotto come sistematica rimozione delle più essenziali prerogative della nuda vita umana: la defecazione così come la morte. Oppure l’orgasmo della carne, la “piccola morte” del coito. Tutte rimozioni, queste, alle quali solo l’immaginario delle umane pratiche di fiction ha fatto da contrasto grazie al loro ambiguo – ma comunque fuor-viante – rapporto con le norme sociali.

Torniamo alla “paghetta”. I genitori, pagando i propri figli, si aspettano di essere da loro ripagati in consenso: il consenso che si manifesta in affetto. In affetti che contraggono abitudini. E abitudini che impongono affetti e affezioni. I genitori comprano la prestazione affettiva dei figli, il loro abitare dentro le mura della propria “casa”, il loro obbligo morale (regole imposte dai costumi) a condividerne lo spazio e ad esserne condivisi; ad alimentarlo – così come ne sono alimentati – in quanto luogo domestico, apparato organizzativo e simbolico territorialmente situato. Insomma i figli pagano la vita vissuta che è loro apparentemente donata, ma che, proprio perché il dono sia apprezzato in giusta misura, non ha da essere considerato ricchezza a perdere, non deve essere creduto un semplice regalo, ma – trattandosi invece di un investimento sulla continuità stessa della famiglia e della sua riproduzione – deve costituire un “prezzo”. Prezzo pattuito e negoziato in termini di equivalenza tra valori simbolici e valori monetari. Si rivela qui tutta la doppiezza delle retoriche sulle economie del dono.

Le molteplici articolazioni delle pratiche da me esemplificate nell’uso domestico della “paghetta” possono essere di varia matrice: prima tra queste la tendenza dei genitori a compensare e per questo monetizzare le loro ormai estinte funzioni di presenza, sostentamento e addestramento alla vita dei figli “fuori delle mura di casa”: i genitori non sono più in grado di compartecipare alla vita dei figli, in particolare al loro “tempo libero” (alla sua recente massima espansione), e dunque pagano la propria assenza: pagano la divisione sociale delle due rispettive sfere, quella privata e quella pubblica. Si tende così a interpretare il costume della “paghetta” (o la semplice “mentalità” da “paghetta”) come svuotamento del rapporto di dipendenza tradizionale tra figli e genitori, e come appiattimento della economia familiare su quella sociale, così scambiando la portata simbolica della prima, l’economia familiare, domestica, con la portata simbolica della seconda, sociale. Quindi si può arrivare a vedere in funzione il meccanismo della “paghetta” lungo tutta la durata storica dell’economia (è necessario che ricordi quanto siano stati i primi grandi banchieri del Rinascimento a costituire il nodo propulsivo della sua espansione mondiale?). Dall’economia domestica alla economia politica: sempre di nuovo un avanzamento tra “casa” e “città”. L’orizzonte è strumentale appunto in ambo i casi: prima il rapporto tra genitori e figli “discendeva” da forme di potere che – con la forza o debolezza, ricchezza o povertà, del loro status, dell’eredità ricevuta in sorte – dominavano il denaro; poi tale rapporto è andato dipendendo sempre più dalla potenza aleatoria della progressiva monetizzazione di ogni bene sociale, materiale e immateriale.

Qualcosa da capire nasce a mio avviso proprio restando in questa prospettiva (come ne potremmo fuggire?); proprio riconoscendo il razionalismo strumentale perseguito dalla società moderna con la scelta della famiglia – scelta così ambiguamente affettiva (ora che sappiamo di che pasta siano fatti gli affetti) – di educare i figli al denaro prima ancora che i figli entrino nel mondo del lavoro (e infatti la “paghetta” arriva sempre più a compensare materialmente l’assenza di salario che consegue alla assenza di lavoro nella società). L’intero meccanismo di cui stiamo dicendo è entrato a far parte dell’economia “fuori le mura della casa”. Proviamo a dirlo in altro modo: la famiglia addestra i figli (o è costretta ad addestrarli o manca di addestrarsi o non è nella condizione, per censo e/o cultura, di addestrarli) al fine di farli entrare, accedere, in una società in cui è sempre più evidente quale sia la natura del lavoro: non il lavoro dell’etica borghese, non il lavoro delle magnifiche sorti progressive della civilizzazione, ma un modo – l’unico concesso dalla Legge – per sopravvivere alle avversità del mondo: disagio, fame, sofferenza. E’ a questo punto che credo necessario avere un approccio archeologico al lavoro (archeologico: non so quanto il termine sia azzeccato dato che si tratta di risalire soprattutto ad epoche che ci hanno lasciato poche o nessuna traccia di se stesse: agli albori dell’umano, della sua civilizzazione).

Micro-dépense

L’indagine di cui le parlavo si è trovata davanti a una serie di rilievi, tra i quali la scarsa propensione all’investimento, al risparmio se non inteso come mero accumulo “sotto il cuscino”, al paradossale – visto il grado elevato di auto alfabetizzazione digitale – prevalere delle forme di pagamento tradizionali, con moneta fisica, anziché denaro digitale... La questione di fondo è ancora: come possiamo educare? Come possiamo fare educazione finanziaria? L’accento in prima battuta è caduto, ovviamente, sull’attributo “finanziaria” (insegnare un po’ di calcolo, l’interesse composto, insomma: tecnicalità).
La ricerca di cui mi sta rivelando obiettivi e risultati sembra confermare il salto da una cultura del lavoro a una cultura della finanza. Non si parla più di educazione al lavoro ma di educazione finanziaria. E ovviamente si raccolgono dati significativi non sul vuoto di vocazioni al lavoro ma sulla incompetenza o impertinenza dei giovani in campo finanziario. Alla cultura della finanza interessano sempre meno le istituzioni e le loro ormai obsolete tecnicalità: preme invece l’urgenza di trovare abilità adeguate a fare a meno delle istituzioni stesse. A marciare liberamente (che altro è il neoliberismo?). Scuola e Università vivono sempre più una situazione paradossale: i loro piani di riforma governativi – “loro” assai limitatamente alle forze palesi e/o occulte da cui sono sempre dipese: si pensi alla morsa statalista tra diritto allo studio e riconoscimento del titolo di studio – usano la macchina pesante, burocratica e autoritaria, della propria tradizione istituzionale, ma al tempo stesso ricorrono a criteri di valutazione dei processi formativi schiacciati interamente su prove di abilità individuale. Le istituzioni esalano così il loro ultimo respiro sacrificandolo alle necessità della finanza. Per questo fine non servono vocazioni individuali ma soltanto protocolli esecutivi. Le innovazioni tecno-scientifiche sono ciò che serve a questo genere di automazione che non riguarda più le macchine né il rapporto tra corpo e macchine ma riguarda l’economia politica di una realtà sempre più post-umana. Le prestazioni utili sono l’equivalente umano delle prestazioni algoritmiche. La formazione professionale sembra sempre più volere evitare scarti tra le due prestazioni.

Proviamo tuttavia a trovare quale sia la ragione per cui la cultura del lavoro è in estinzione. Proviamo a farlo senza prendere parte alle culture politiche che – nate in società del lavoro – ancora se ne servono per i propri fini di sopravvivenza. Si tratta di scomporre il lavoro nelle sue più intime componenti. Può convenire l’evocazione del primo impatto dell’essere umano, debole e indifeso a fronte della violenza della natura non-umana in cui “crede” di essere stato gettato: la sua sopravvivenza è dipesa dalla manipolazione dell’ambiente. Ecco: a costituire la matrice del lavoro è stata proprio l’infinita gamma, sincronica e diacronica, di queste manipolazioni del mondo “esterno” al corpo umano (e in inizio operate addirittura sulla propria stessa carne dal corpo in formazione dell’essere umano: l’invenzione della “mano”, innovazione senza la quale non sarebbe nata la “parola”). Manipolazioni che crescevano in emotività e tecnica a misura della potenza che acquisivano per la stessa necessità di sopravvivenza della vita umana. Il lavoro – così come s’è trasformato e affermato di epoca in epoca, dai primi agli ultimi processi di civilizzazione – è consistito, ha preso consistenza, nella progressiva strutturazione in apparati organizzativi e tecnologici, destinati alle necessità della vita quotidiana. Oggi le strutture materiali e simboliche che hanno tenuto strette al lavoro tutte le sue originarie implicazioni affettive stanno disgregandosi.

Ecco, dunque, il lavoro può essere definito alla luce della violenza con cui l’essere umano, per resistere al mondo, per esserci, ha dovuto contrastare la violenza della natura – dando luogo a tutte quelle manipolazioni ambientali che hanno generato e via via specializzato innumerevoli mansioni del corpo umano, destinate a metterlo in grado di possedere, costruire e abitare un territorio come “suo”. Mi si può dire che, per tenere fermo un punto di vista radicalmente anti-umanista, serva a poco o nulla riandare alla violenza di quelle vite umane o meglio in procinto di essere umane secondo i canoni maturati dalla loro stessa futura civilizzazione. Serve a poco per quanto io credo che tuttavia serva, sia essenziale, riandare alla dimensione pre-religiosa di forme di vita in comune, impegnate a sopravvivere alla natura di un mondo il cui senso, del tutto inspiegabile e infondato, poteva essere sopportato, metabolizzato, soltanto attraverso l’esperienza del sacro e dei suoi rituali sacrificali. Ci sarebbero voluti dei, sacerdoti e sovrani per rimuovere quel sangue. Trovare altre motivazioni e valori per spargerlo. E così pure ci sarebbe voluto molto tempo perché la manipolazione dell’ambiente naturale trovasse la sua progressiva definizione sociale in quanto lavoro umano. E di epoca in epoca sarebbero nate, insieme al loro sfruttamento, forme di valorizzazione, organizzazione e salvaguardia di quel lavoro.

E dunque, balzando al tempo storico e infine presente – al tempo in cui il lavoro s’è istituzionalizzato come dispositivo fondamentale di una società civile – dove è la copertura ideologica con cui l’umanesimo nasconde (un dio nascosto?) la violenza del soggetto che pretende di essersi preso a carico in quanto libero? Dove è la falsa coscienza con cui chiesa, stato, governi, imprese, sindacati, partiti, apparati culturali, etiche e estetiche, politiche e così via sembrano purificare il lavoro, farlo apparire nell’ordine dei conflitti grazie ai quali la civilizzazione è avanzata e avanza? Credo che a questa domanda si possa rispondere con questa semplice tesi: lo stato di necessità e dunque la violenza dell’essere umano che s’è vista agire nell’impatto tra individuo e natura – il loro appartenere ad una stessa volontà di potenza a fini di sopravvivenza – si colloca tra le fessure e maglie del lavoro in quanto dispositivo quando possibile socialmente amministrato e giuridicamente regolato. Si manifesta nell’impatto quotidiano tra le abitudini, gli affetti, i desideri dei singoli individui in lotta tra loro e con se stessi. Dentro la famiglia, dentro la società, dentro il lavoro, dentro il partito, dentro l’università. E via dicendo. E’ qui l’insorgenza continua di esperienze – relazioni – che pesano su un “buon governo” d’intento civile, quando ci sia, e pesano indipendentemente da quanto buono sia o si dichiari. E quanto esso possa pesare godendo dell’alibi fornito dall’idea umanista di genere umano libero dallo stato di natura che lo induce invece a produrre dolore e sofferenza per sé e per gli altri. Banalizzando – ma è qui che si capisce “lo stato delle cose” – è esperienza di tutti noi quanto selvaggia sia la vita relazionale tra persone che operano in uno stesso apparato, quanto siano poco sufficienti le regole che tale apparato individua per il suo più utile fine (fine comunque organico alla falsa coscienza che lo ha fondato). Il fallimento dell’umanesimo – ripeto – si misura sul fallimento delle istituzioni che avrebbero dovuto garantire ceti dirigenti in grado di vivere “altrimenti” il mondo.

In fondo, tutto questo sistema si comporta come se avesse un pubblico inerte (i giovani, gli adolescenti, gli analfabeti funzional-digitali di cui parlava Eco) a cui rivolgersi. Salvo poi scoprire che il pubblico diserta la sala. I barbari di cui lei parla spesso forse richiedono altre forme, altre forze, altre tattiche e altre strategie che non siano, ancora una volta, figlie della gabbia umanistica?
Sarà bene che io mi fermi. Che non ricada nella convinzione di dovere fare grandi premesse per rispondere. La questione dei barbari, intendendo per barbari le due accezioni – solo apparentemente in contrapposizione se affidate a valutazioni sapienziali – con cui oggi essi vengono distinti e cioè espressione di linguaggi tradizionali ormai sommersi e abbandonati dalla civilizzazione oppure linguaggi che dalla civilizzazione stanno emergendo come sua estrema frontiera. Nell’uno e nell’altro caso a me pare che non vi sia ancora espressione di una vocazione personale decisa a ripartire dall’unica verità di cui l’umano dispone per resistere alla professione cui è obbligato in quanto soggetto della violenza sociale.

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