Gloria Zavatta

La chiave dello sviluppo sostenibile è l'autoimprenditorialità

30 Maggio Mag 2018 1235 30 maggio 2018
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La nuova presidente di Cesvi, al primo incarico nel Terzo settore dopo diversi ruoli apicali nel profit, racconta il suo ingresso nel mondo della cooperazione internazionale e indica le prospettive per cambiare le sorti dei Paesi in difficoltà

Il cambio al timone è di quelli importanti: Giangi Milesi, una delle colonne portanti dell’intera cooperazione internazionale Made in Italy, cede dopo 13 anni il ruolo di presidente dell’ong Cesvi a Gloria Zavatta, 56 anni. Una figura esperta di sostenibilità e ambiente, con ruoli di alto livello nel passato – una su tutte, il management di Expo 2015 – e nel presente - è Ceo di Amat, Agenzia per mobilità, ambiente e territorio di Milano – a livello profit ma alla sua prima esperienza di guida di un ente del Terzo settore. È proprio in questa scelta atipica la quintessenza del percorso degli ultimi anni di Cesvi: portare nel proprio mondo soggetti di altri settori, esterni alla cooperazione ma con professionalità varie, che possono contribuire a fare un ulteriore e necessario salto di qualità a uno degli enti non governativi più storico d’Italia, nato nel 1985. Zavatta, laureata in Scienze Agrarie, è infatti parte integrante di un pool di circa 20 soci ad honorem di Cesvi, che si incontrano con l’obiettivo di offrire spunti di riflessione e crescita all’ong: si tratta di amministratori di aziende pubblico-private come lei, di liberi professionisti, di docenti universitari e professionalità provenienti anche da altre organizzazioni. “Visioni diverse tutte al servizio di un nuovo modo di fare cooperazione”, spiega la neopresidente a Vita.it nella sua prima intervista dopo l’elezione. Che inizia proprio dal fatto curioso di poc’anzi: “la presidenza di Cesvi è il mio primo ruolo all’interno di un’organizzazione non profit”, dopo una vita nel profit in Italia e nel mondo (a fine anni ‘90 ha vissuto e lavorato due anni tra Argentina e Cile).

Gloria Zavatta

Da dove nasce l’interesse verso la cooperazione internazionale?
Da lontano. Al mio lavoro nel settore ambientale ho affiancato la passione per i viaggi di scoperta del mondo. Spesso, ovunque andassi, visitavo situazioni dove erano presenti progetti di cooperazione. Uno dei ricordi più vivi è vedere l’installazione di servizi igienici in zone disagiate di Honduras e Salvador – essenziali contro il diffondersi di malattie – ma anche le visite a ospedali e programmi di turismo sostenibile in Benin e le azioni di lotta alla desertificazione e aiuto ai ragazzi di strada in Burkina Faso. Sono viaggi che lasciano il segno, a me come a chi mi accompagna, comprese le figlie adolescenti che mio marito ha avuto da una precedente relazione, le quali ricordano profondamente quanto hanno visto. Lo scorso Natale ho compiuto anche il primo viaggio con mio figlio adottivo, che ha 12 anni ed è nato in Guinea Bissau: siamo stati in Sudafrica, ed è stata l’occasione per vedere anche dei progetti di turismo sostenibile di Cesvi, un’esperienza formidabile. Ecco, il mio interesse nasce proprio dai viaggi e dall’aver capito l’importanza del ruolo della cooperazione nelle sfide globali di oggi.

È necessario che l’azione della cooperazione internazionale liberi nuove risorse in loco, aiutando quindi 'da dentro' le comunità"

Gloria Zavatta

Qual è, quale deve essere questo ruolo?
E’ duplice: da una parte chi fa cooperazione deve essere pronto in ogni tipo di emergenza, sia in contesti di guerre che di catastrofi naturali. Dall’altra deve essere capace di sviluppare progetti che portino all’autonomia degli abitanti di quei Paesi in difficoltà ma non in condizioni emergenziali. Penso all’impact investing, che si sta diffondendo in molte nazioni: rafforza una logica per cui in futuro non ci sarà più bisogno di una ong sul campo e di qualcuno che eroga fondi, perché i beneficiari di oggi potranno vivere domani del proprio lavoro, grazie all’autoimprenditorialità. È necessario che l’azione della cooperazione liberi nuove risorse in loco, aiutando quindi “da dentro” le comunità. Ho ben presente gli obiettivi dell’Agenda 2030 (17 obiettivi articolati in 169 target, ndr) lanciati dalle Nazioni Unite: è questa la strada da percorrere ed è questo il focus centrale del mio nuovo impegno da presidente per Cesvi, assieme al consolidamento e all’espansione di tutte le attività che ha in essere l’organizzazione non governativa.

In Italia siamo in un momento storico delicato, dove crisi economica, nuove paure legate anche ai fenomeni migratori generano tensione sociale: in questo contesto è più difficile che in passato fare capire l’importanza e la complessità del lavoro delle ong. Quale approccio bisogna tenere?
La sfida è difficile, ma oggi più che mai bisogna fare comprendere alla popolazione le complessità in atto nel modo più semplice possibile, con azioni e ragionamenti concreti e immediati. Per esempio, bisogna spiegare bene l’utilità dei flussi migratori partendo dalle esperienze già in atto con le imprese. Cesvi è impegnata, tra l’altro, in un progetto con Brembo, azienda di impianti frenanti nota a livello mondiale: essa, come tante altre, sta puntando sempre di più nell’inserimento lavorativo di giovani migranti. Oltre a Brembo, altre aziende amiche lavorano con Cesvi in progetti per l’inclusione sociale. È un messaggio forte, perché è basato sul fatto che è utile a livello imprenditoriale e non genera competizione con altri lavoratori. Un segno che mi fa capire quanto una parte della società sia già pronta alla complessità del nostro lavoro è dato dagli incontri delle ultime settimane, ovvero da quando sono diventata presidente di Cesvi: è accaduto più volte che persone che conoscevo per altri motivi, spesso giovani, mi abbiano fermato complimentandosi per la mia elezione. Sono persone che non lavorano nel Terzo settore e che, di fronte al mio stupore per il fatto che conoscessero Cesvi e il mondo delle ong, hanno risposto dicendomi di seguire da vicino la cooperazione e anche di avere fatto esperienze di volontariato nell’ambito. È un segnale positivo, che deve farci rimboccare le maniche per lavorare bene anche con chi è più lontano da questo mondo e quindi ha bisogno di chiavi di lettura che oggi non riesce ad avere.

Nella foto: arance prodotte con il progetto Shashe Citrus Orchard di Cesvi in Zimbabwe

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