Mario Raffaelli

«Contro la xenofobia, bisogna andare nelle periferie delle nostre città»

29 Agosto Ago 2018 1800 29 agosto 2018
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Il presidente di Amref: "Il divario tra percezione e realtà è al massimo in Italia, ma non basta denunciarlo. Per togliere le ragioni a chi lo alimenta bisogna conoscere da vicino cosa sta accadendo nelle zone del Paese dove l'integrazione sta fallendo"

“Brutta negra ti uccido”. L’ultima vessazione razzista in questa Italia moralmente sottosopra l’ha avuta Agitu Idea Gudeta, allevatrice etiope che in una valle del Trentino è vittima di aggressioni fisiche e verbali da un abitante del posto che sembra avere forti squilibri. Siamo partiti da questo episodio per misurare il polso al nostro Paese con Mario Raffaelli, che oltre a essere ex parlamentare è esperto di dinamiche sociali e storiche di Africa ed Europa ed è alla presidenze di una delle più storiche ong italiane, Amref.

Difficile attutire il colpo di quest’ultima aggressione…
Sì. È vero che è un caso limite, tanto da avere ricevuto un’inedita solidarietà anche da parte del ministro dell’Interno Matteo Salvini, ma i casi limite sono stati vari ultimamente. L’aspetto più impressionante è che sono in aumento nonostante siamo in una realtà come la nostra dove la gestione dei fenomeni migratori funziona meglio che altrove, soprattutto nelle zone in cui c’è l’accoglienza diffusa. Quello che sta rovinando tutto è la percezione alterata: anche dove non c’è crisi e non c’è alto numero di immigrati si sente dire “ce ne sono troppi” e questo è grave.

Siamo al 9% di immigrazione dall’estero ma la percezione degli italiani è il triplo, al 27% (dati dell’istituto Cattaneo), con un divario che è il più alto d’Europa. Come ridurre la distanza tra reale e percepito?
Capendo la complessità che sta dietro a questo dato di per sé piuttosto chiaro. Ovvero: ci sono zone, in particolare nelle periferie delle grandi città, in cui effettivamente il rapporto è molto più alto della media. Penso a Roma, che ha 3 milioni di abitanti e 360mila immigrati: è vero che in totale sono poco più di uno su dieci, ma questi 360mila vivono perlopiù nei quartieri disagiati dove vivono anche 900mila romani, quini il rapporto diventa davvero uno a tre. Qui un problema reale di integrazione ci può essere e va gestito dalla politica. Ovviamente non con i toni e gli atteggiamenti inaccettabili degli ultimi tempi, in particolare del ministro degli Interni.

Ha senso oggi parlare di “emergenza immigrazione”?
Assolutamente no. È strutturale e come tale va gestita. Partendo proprio dai quartieri che dicevo, andando a operare lì, non creando un’emergenza fittizia che incattivisce la gente e non permette di affrontare i problemi reali. Il compito della società civile e di chi vuole fare una politica diversa è operare una controffensiva culturale che però non parli solo al cuore e alla sensibilità delle persone ma vada a toccare gli aspetti concreti.

A cosa si riferisce?
Al fatto che bisogna trovare soluzioni razionali, proporne di nuove, come dovrebbe fare un’opposizione che ora non riesce a trovare un filo conduttore. La narrazione fasulla in atto, che tocca a fondo il senso comune alterandolo, va fatta con buonsenso, togliendo le ragioni a chi alimenta la xenofobia. Attenzione, parlo di xenofobia, non di razzismo: paura del diverso perché ti porta via possibilità, come avviene per esempio in Sudafrica dove i ceti poveri cacciano via gli altrettanti poveri del Mozambico che vanno lì a cercare lavoro.

Come si dovrebbe fare, nel concreto?
Andare dove ci sono sacche da risanare: nelle piazze dello spaccio, dove possono finire gli immigrati irregolari lasciati a sé stessi, indipendentemente da dove arrivano e ovviamente dal colore della pelle. Faccio un esempio: se la maggior parte degli arrivi fossero svedesi, quindi persone alte e bionde, e venissero abbandonati ad accampare in città finendo a vivere di accattonaggio o di pratiche illegali, la paura sociale sarebbe verso questi svedesi. Risolvendo situazioni di disagio come queste si ridurrebbe il divario tra realtà e percezione. Ma se questo la società civile, il mondo dell’umanitario, lo dice da tempo, non è colto dalla classe politica attuale.

E' un richiamo anche alle attuali opposizioni?
Sì. Quando prima erano al governo non sono riusciti a riformare la legge Bossi-Fini, prima fautrice di irregolarità. E non sono riusciti nemmeno a implementare canali legali di arrivo – vedi i flussi per lavoro – se non i corridoi umanitari tramite Comunità di Sant’Egidio, Tavola valdese e Chiese evangeliche, esperienza ottima ma ridotta nei numeri. Ora bisogna concentrarsi in modo sistematico verso chi è qua in accoglienza: strutturare lavori utili a livello sociale sperimentando alleanze tra pubblico e privato, promuovendo anche corsi di formazione che poi possano portare all’obiettivo di rientro nel proprio Paese se ce ne fossero le condizioni, questa era la strada da prendere fin dall’inizio.

Invece questo governo sembra andare in direzione opposta: anche agli enti che stavano facendo un’accoglienza virtuosa, soprattutto attraverso il sistema Sprar, stanno arrivando lettere ministeriali che sospendono l’avvio di nuovi progetti…
È in atto uno stravolgimento demagogico, non solo per gli attacchi contro il mondo umanitario ma su ogni tema. L’ultima dichiarazione che ho sentito da parte di Salvini dopo l’incontro con il premieri ungherese Orban è che la riforma del Regolamento di Dublino non è una priorità. Ma come è possibile, visto che lo era fino a poche ore prima? Dal “Prima gli italiani siamo passati al “prima gli ungheresi”? E la rincorsa al modello australiano, inattuabile tra l’altro in Italia per i costi eccessivi, porta dietro di sé un ragionamento atroce.

È possibile un dialogo con questo ministro dell’Interno?
Attualmente purtroppo no. Per dialogare bisogna essere in due a volerlo, invece l’unica azione in atto è la gestione demagogica con lo spauracchio immigrazione al centro dell’attenzione per giustificare quello che non si sta facendo e che non si sa fare. È possibile però, per la società civile, il dialogo diretto con la popolazione. Abbiamo bisogno, come ong, di una posizione unitaria. Lo stesso di cui hanno bisogno le forze politiche alternative a questo governo. Bisogna superare alcune resistenze del recente passato: per esempio riavvicinare il pragmatismo – quello che ha professato l’ex ministro Minniti ricevendo molte critiche, eccessive o meno a seconda dei casi, anche dal mondo umanitario – e l’etica.

Come agire verso i Paesi di provenienza di chi arriva e di passaggio?
Questo è il punto. Far terminare i conflitti e promuovere lo sviluppo economico sapendo che ogni situazione è a sé. Concentriamoci sulla pressione verso l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, Unhcr, e le altre agenzie umanitarie affinché siano molto più presenti e pressanti in Libia. Lo stesso facciano gli Stati come l’Italia che vogliono entrare in relazione con i rappresentanti di quel Paese ritenuti affidabili, chiedendo loro molte più garanzie di quelle attuali in cambio del possibile sostegno. Per esempio, ora si guardi da vicino la recente pace tra Eritrea ed Etiopia, che se duratura potrebbe portare sviluppi positivi notevoli nell’area. L’Unione europea deve sapere leggere velocemente cambiamenti in atto nel continente africano, dove troppo spesso le infrastrutture mancano e sono il primo motivo della mancata crescita economica. La Cina, ovviamente partendo da interessi economici, l’ha capito. L’Europa deve arrivarci, e la strada ultimamente tracciata con l’Unione africana era positiva, speriamo non subisca un brusco stop ora che la Ue si scopre non coesa. L’Africa necessita di un mercato unico continentale per uno sviluppo sostenibile, lo diceva già Billy Brandt negli anni ’70 del secolo scorso, non è stato ascoltato ma ora bisogna seguirlo. Ogni evento che avviene nel mondo, allo stato attuale della globalizzazione, ci riguarda: non dobbiamo più permetterci di essere egoisti, gli interessi nazionali devono essere perseguiti assieme alle necessità del mondo nella sua globalità.

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