Alessandro Aresu

L'ascesa del capitalismo politico: stato sociale d'eccezione e sicurezza nazionale

24 Aprile Apr 2020 1120 24 aprile 2020
  • ...

I territori della globalizzazione sono attraversati dalle potenze del capitalismo politico: un sistema capitalistico, dove i mezzi di produzione sono privati. Ma questi mezzi privati sono influenzati dagli apparati statali, in particolare dagli apparati tecno-militari

«Sovrano è chi decide dello stato di eccezione». La frase, ritagliata dalla teologia politica di Carl Schmitt, è diventata quasi un luogo comune. Citata, ripetuta, citata ancora: finisce per confondere, più di quanto non chiarisca.

Eppure è proprio sui "meridiani della decisione" che si gioca un grande gioco di cui, ancora, ignoriamo regole e profilo. Salvo, come spiega Alessandro Aresu nel suo illiuminante Le potenze del capitalismo politico, edito da La Nave di Teseo, aver chiari gli attori: Cina e Stati Uniti. Iperpotenze, appunto, del global capitalism. Un territorio complesso, dove il liberalismo si sposa con gli apparati e la globalizzazione rivela un volto inedito.

Aresu è consigliere scientifico di Limes, direttore scientifico della Scuola di Politiche e capo della Segreteria Tecnica del Ministro del Sud e della Coesione Territoriale. Si è laureato in filosofia del diritto con Guido Rossi all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, è stato consulente e consigliere di diverse Istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Agenzia Spaziale Italiana.

L'ascesa del capitalismo politico

Capitalismo è «un termine sfuggente, un concetto che usiamo per comodità». Forse perché non abbiamo alternative ermeneutiche per interpretare il nostro presente. Torna lo Stato, tornano i confini…. o, forse, non se ne erano mai andati? Abbiamo allora sopravvalutato «l’unità del mondo prodotta dal capitalismo»?
I confini non se n’erano mai andati. Tantomeno lo Stato. Le letture sulla “fine” dello Stato sono sempre state semplicistiche, secondo me. Il punto è che non bisogna pensare che in Corea del Sud ci sia lo Stato dei Trattati della pace di Westfalia.

Tuttavia, c'è lo Stato. Il capitalismo politico è un sistema capitalistico, perché i mezzi di produzione sono privati, ma sono anche influenzati dagli apparati statali, dal loro funzionamento, dalla loro direzione e dai loro divieti. In particolare, quando entra in gioco il concetto che studio nel libro, la sicurezza nazionale.

Il capitalismo non produce l’unità del mondo perché i conflitti non vengono superati dall’arricchimento. Per esempio, non è che la Repubblica Popolare Cinese smette di desiderare Taiwan perché aumenta il PIL pro capite. Nell'accrescimento delle condizioni materiali ci sono poi sempre, oltre alle questioni culturali e di prestigio dei popoli, asimmetrie, divari, aspirazioni.

C'è la sensazione di essere stati protagonisti di uno sviluppo passato e di non esserlo più, che caratterizza molti europei. Ecco, a mio avviso nel capitalismo (nei capitalismi) ci sono tutti questi conflitti di cui tenere conto, pensare di risolverli nell'unità di un "mondo piatto" era un'idea superficiale e, se non espressa con malafede, semplicemente stupida.

Alessandro Aresu

Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (La Nave di Teseo, 2020)

Il capitalismo politico- scrive in conclusione del suo libro, in quella che appare una chiave di lettura davvero illuminante di quanto sta accadendo in questi mesi - «è un figlio maturo dell’età burocratica. Se il capitalismo politico si accoppia con la burocrazia, le separazioni e i contrasti non sono decisi necessariamente dalle guerre, e di certo non dalle guerre tradizionali». Ci aiuta a delineare il profilo di questa figura, il capitalismo politico, che sembra sovvertire schemi di lettura della globalizzazione tutti e soltanto incentrati sul dispositivo denaro/finanza/mercati?
Max Weber parlava dell’accoppiamento tra il capitalismo e la burocrazia. Il capitalismo politico è legato all’intervento sui mercati da parte delle potenze per ragioni di sicurezza nazionale, costruendo un equilibrio tra diritto, economia, strategia.

È l’accoppiamento tra economia e politica, attraverso diversi strumenti: l’uso politico del commercio, della finanza e della tecnologia, la partecipazione statale nelle imprese e più in generale l’impasto tra apparati burocratici e aziende, le sanzioni, le barriere agli investimenti esteri. Nel mio lavoro, sostengo che questo sistema governi il mondo, perché praticato da Stati Uniti e Cina, seppur in varietà diverse. Nel primo caso, attraverso una “burocrazia armata”, figlia delle responsabilità globali dell’estensione militare statunitense. Nel secondo caso, attraverso una “burocrazia celeste”, la storia burocratica millenaria cinese incarnata oggi nel Partito Comunista Cinese.

Quindi secondo questo approccio i mercati esistono, sono importanti, ma sono sottoposti alla tagliola della sicurezza nazionale.

Non vedo propriamente una crisi irreversibile perché l’Unione Europea non è mai stata una potenza propriamente detta. Abbiamo semplicemente pensato alcune cose che si sono rivelate sbagliate, o poco corrispondenti alla realtà. Soprattutto all’inizio di questo secolo, dopo l’11 settembre, è stata avanzata l’idea che l’Unione Europea potesse costituire un polo autonomo del potere rispetto agli Stati Uniti (ancora non si pensava molto alla Cina), non solo per l’entità della sua economia e dei suoi commerci, ma anche sul piano della politica monetaria, per il ruolo internazionale dell’euro, nonché della coesione interna, della reale influenza nel mondo

Alessandro Aresu

Lo Stato d'eccezione sociale

La mano invisibile del capitalismo politico, sarebbe, dunque la burocrazia?
Sì, è la burocrazia, perché la capacità istituzionale anche nelle democrazie ha bisogno sempre di continuità, e in questo modo equilibra la politica. In alcuni sistemi politica e burocrazia sono fuse, o più unite (questo è comune in diversi sistemi asiatici, non solo in Cina). Nei sistemi democratici il rapporto con la burocrazia genera un cortocircuito politico (pensiamo al dibattito statunitense sul cosiddetto “Deep State”), lo Stato profondo.

La burocrazia è sempre importante per tutte le potenze. Anche senza citare Stati Uniti e Cina, dalla Gran Bretagna al Giappone, sfido chiunque a indicare una potenza contemporanea che non si è basata sulla forza della sua burocrazia.

Il potere della burocrazia suscita sempre un grande dibattito, a volte solo in termini sensazionalistici. La questione della tecnocrazia, più in generale, ha una lunga storia degli effetti nell'ambito della filosofia e del pensiero politico. Un libro del 2014 di uno degli autori presenti nel mio testo, il grande giurista Natalino Irti, illustra ancora molto bene i termini della questione: si intitola Del salire in politica. Il problema tecnocrazia (Nino Aragno Editore, 2014).

Alessandro Aresu

Lei parla di uno Stato sociale d’eccezione: di che cosa si tratta? Ce ne delinea il profilo?
È una parafrasi dell’espressione di Carl Schmitt che sentiamo utilizzare spesso anche in questi giorni in riferimento alla pandemia, “stato di eccezione”. L’espressione indica qualcosa che non mi piace ma che credo corrisponda alla realtà dei fatti: la costruzione dello Stato sociale come parentesi della storia. Sostengo nel mio libro che sia questa la lettura storica proposta da Piketty nel suo Capitale nel XX secolo. Una lettura nostalgica rispetto a una importante epoca di storia europea, detta di "miracoli" o "gloria", che difficilmente tornerà. Quell'epoca era dovuta a specifiche condizioni internazionali, a partire dal ruolo degli Stati Uniti nell’economia globale, da una situazione di sicurezza internazionale diversa. La demografia europea era diversa. Era un mondo molto più piccolo, in cui l’economia dei Paesi asiatici aveva un ruolo estremamente ridotto. Perciò si tratta di uno stato di eccezione storico perché quella stagione, anche se conserva importanti lezioni sociali, difficilmente tornerà tra noi.

Lei lega questa “eccezione” alla crisi (irreversibile?) dell’Unione Europea…
Diciamo che io non vedo propriamente una crisi irreversibile perché l’Unione Europea non è mai stata una potenza propriamente detta. Abbiamo semplicemente pensato alcune cose che si sono rivelate sbagliate, o poco corrispondenti alla realtà. Soprattutto all’inizio di questo secolo, dopo l’11 settembre, è stata avanzata l’idea che l’Unione Europea potesse costituire un polo autonomo del potere rispetto agli Stati Uniti (ancora non si pensava molto alla Cina), non solo per l’entità della sua economia e dei suoi commerci, ma anche sul piano della politica monetaria, per il ruolo internazionale dell’euro, nonché della coesione interna, della reale influenza nel mondo.

Questa idea è stata più volte smentita, sia da caratteristiche strutturali (la capacità militare, la capacità tecnologica, la coesione interna, la struttura finanziaria, le prospettive demografiche) che dagli appuntamenti storici, come la Grande Recessione. Quindi l’idea di Jean Monnet per cui l’Europa avanza nelle crisi sposta l’attenzione rispetto a quello che è essenziale e costituisce una prospettiva autoconsolatoria. O meglio, gli strumenti tecnici che l’Unione Europea elabora per rispondere alle crisi – che rappresentano avanzamenti rispetto alle situazioni precedenti, certo – allargano i divari rispetto ad altri poli del potere mondiale, che sul piano della politica monetaria, degli investimenti e della tecnologia, si muovono a un’altra velocità. Spesso nascondiamo questo fatto ma le cose stanno comunque così. Non c’è nessun recupero. Non c'è nessuna strada per un nuovo primato europeo. Né gli Stati europei, presi singolarmente, possono competere con Pechino o Washington. Il risultato è un galleggiamento.

Il capitalismo non produce l’unità del mondo perché i conflitti non vengono superati dall’arricchimento. Per esempio, non è che la Repubblica Popolare Cinese smette di desiderare Taiwan perché aumenta il PIL pro capite. Nell'accrescimento delle condizioni materiali ci sono poi sempre, oltre alle questioni culturali e di prestigio dei popoli, asimmetrie, divari, aspirazioni

Alessandro Aresu

La Cina è uno dei due macro-attori del capitalismo politico che lei analizza nel suo lavoro. Mi volevo soffermare sull’attualità e su un tema che interessa i nostri lettori: la società civile, i corpi intermedi. In una serie di articolo pubblicati sul New York Times, la corrispondente Li Yuan sottolineava come l’assenza di una società civile organizzata abbia, probabilmente, evidenziato i limiti del Big Government cinese nel ricevere repentinamente informazioni vitali e affrontare con rapidità il virus che si stava diffondendo nella regione di Wuhan. Non crede che questi macro-attori (ovviamente molto diversi, negli USA il ruolo di fondazioni e associazioni è diverso) abbiamo al loro interno delle fragilità o, quanto meno, delle contraddizioni pratiche?
Sì, penso che ci siano queste contraddizioni. Il capitalismo politico cinese è tutt’altro che perfetto. Presenta numerose fragilità economiche e sociali. L’efficientismo del sistema, che è attraente e si presenta come tale, afferma di riuscire ad ascoltare la società attraverso la struttura del Partito e di elaborare così le soluzioni migliori per tutte le avversità.

Nel libro ricordo questo con le espressioni iperboliche di alcuni discorsi di Xi Jinping, che dice letteralmente: grazie al Partito abbiamo sconfitto i terremoti, le inondazioni, la Sars. Chiaramente ci sono dei limiti in questo approccio.

Alla luce di questo, dobbiamo chiederci: è possibile che il Partito Comunista Cinese affronti queste contraddizioni, per esempio aprendosi e stimolando la crescita di una società civile organizzata e indipendente? La risposta a mio avviso è: non è possibile, perché considerano un vero pluralismo come una minaccia esistenziale per il loro potere, quindi per esempio il concetto di organizzazione non governativa non può esistere, finché il Partito esisterà tali organizzazioni saranno conformate al suo volere se vogliono sopravvivere.

Corpi intermedi e network power

Mi ricollego alla domanda precedente: nel contesto del capitalismo politico, che ruolo giocano su scala locale e globale (le Ong hanno avuto un grande ruolo, nei decenni scorsi, anche come fattori di soft power) i corpi intermedi? Avranno ancora un ruolo? O i loro spazi saranno sempre sempre più contratti anche in sistemi “ibridi” come il nostro?
Dobbiamo distinguere tra vari corpi intermedi, tra varie categorie che caratterizzano la scena globale. Su questo tema, un libro utile che mi sento di consigliare è “Potere globale. Regole e decisioni oltre gli Stati”. Abbiamo quindi corpi intermedi che di fatto sono funzionali al modo con cui funziona il capitalismo politico, che se ne serve, in modo più o meno organizzato, per ragioni di soft power ma di propaganda.

Abbiamo corpi intermedi in quanto gruppi di interessi: per esempio, l’associazione sull’industria di semiconduttori degli Stati Uniti, un corpo molto importante per i conflitti tecnologici del mondo in cui viviamo. Trovo poi molto importanti i corpi che si occupano della definizione degli standard globali. È un tema che già David Singh Grewal aveva sottolineato, in un suo importante lavoro del 2008, Network Power (Yale University Press). Per esempio, nello studiare il caso Huawei, se ne percepisce il rilievo, e si comprende anche la strategia della società digitale cinese per dominarli.

Negli Stati Uniti c’è il ruolo delle fondazioni che andrebbe approfondito su tutti gli aspetti, sia come luoghi per la produzione di idee e di politiche che come spazi per avanzare esigenze sociali. Il Pentagono o il Partito Comunista Cinese hanno chiaramente un peso geopolitico maggiore di qualunque Ong, ma nella complessità del mondo globale ci sarà sempre spazio per i corpi intermedi, a livello microscopico e macroscopico.

Contenuti correlati