Vincenzo Starita

Le adozioni internazionali guardano al futuro

15 Marzo Mar 2021 1001 15 marzo 2021
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Intervista a tutto tondo con il vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali. «Chi vive a contatto con i giovani, spesso in sofferenza, ha il dovere di essere ottimista e guardare positivamente al futuro. L’impostazione che voglio dare alla mia vicepresidenza è molto partecipata: da magistrato so che la “dolorosa solitudine” della decisione mi appartiene, ma so anche che per decidere bene occorre saper ascoltare. Il nostro compito, come sistema, è lavorare non perché si facciano tante adozioni, ma perché si facciano buone adozioni»

«Chi vive a contatto con i giovani, spesso in sofferenza, ha il dovere di essere ottimista e guardare positivamente al futuro, anche nelle situazioni di grande difficoltà. Me lo hanno insegnato i miei tanti anni da giudice minorile, una professione che amo profondamente. Da adulto, sento il dovere di trasfondere questo sguardo nei luoghi e nei ruoli in cui sono chiamato a dare il mio contributo». Si presenta così Vincenzo Starita, da quasi sei mesi operativo come vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, dopo la nomina annunciata a fine agosto dalla ministra Elena Bonetti. Quella con lui è un’intervista a tutto tondo sul sistema delle adozioni internazionali italiano.

Come sono andati questi primi mesi?
Ero già membro della Commissione Adozioni Internazionali per il Ministero della Giustizia, dove ero direttore generale della Giustizia Minorile. Quando la ministra Elena Bonetti mi ha chiamato alla vicepresidenza della CAI, la mia è stata una scelta di passione: da giudice minorile ho frequentato molti corsi sulle adozioni internazionali, nel 2009 sono stato in missione in Brasile per conto della CAI e poi relatore in un convegno internazionale in Burundi. Conoscere da vicino le condizioni dell’infanzia abbandonata è stato sconvolgente, lo dico senza retorica: è stato qualcosa che mi ha cambiato la vita. La mia nomina è in continuità con il lavoro fatto dalla dottoressa Laura Laera, che ha preso la Commissione in un momento estremamente delicato e ha riavviato la Commissione come organo collegiale: quel lavoro non andrà perso. L’impostazione che voglio dare alla mia vicepresidenza è molto partecipata: da magistrato so che decidere è la professione più difficile del mondo e so che la “dolorosa solitudine” della decisione mi appartiene, come scriveva Conrad; ma so anche che un giudice per decidere bene deve saper ascoltare, quindi ci sarà un dialogo continuo con tutti gli interlocutori e in particolare con gli enti autorizzati che sono le nostre “sentinelle nel territorio”. L’ascolto è un dovere anche perché se le decisioni importanti non vengono partecipate, l’efficienza del sistema ne patisce le conseguenze. Devo dire che in questi primi mesi ho avuto la sensazione netta che qualcosa si stia muovendo, la pandemia ha dato un input importante verso la collaborazione, la necessità anche per gli enti di non agire più come monadi è evidente.

L’impostazione che voglio dare alla mia vicepresidenza è molto partecipata: da magistrato so che decidere è la professione più difficile del mondo e so che la “dolorosa solitudine” della decisione mi appartiene, come scriveva Conrad; ma so anche che un giudice per decidere bene deve saper ascoltare, quindi ci sarà un dialogo continuo con tutti gli interlocutori e in particolare con gli enti autorizzati che sono le nostre “sentinelle nel territorio”.

Quali sono le forme già avviate di questa “CAI partecipata”?
La pandemia ci ha insegnato l’importanza di lavorare in rete, di creare tavoli e in questo lo sviluppo telematico ci ha aiutato, a cominciare dal fitto dialogo con gli enti, le altre autorità centrali e le nostre rappresentanze diplomatiche per risolvere le tante questioni da affrontare per consentire l’arrivo in Italia dei bambini in questo periodo complesso. Un altro lavoro importante che abbiamo avviato è la revisione delle Linee Guida per gli enti autorizzati, che risalgono al 2005: a fine anno sono state elaborate delle bozze che ho inviato agli enti, da pochi giorni sono arrivate le loro osservazioni e a brevissimo cominceremo un lavoro di discussione concreta, perché alcune di queste osservazioni sono condivisibili e meritevoli di essere accolte. Così come ho invitato gli enti autorizzati a collaborare nell’attività formativa per gli operatori del settore, che ritengo essere un investimento importantissimo: nel triennio voglio investire molto nella formazione perché dobbiamo rafforzare – ricreare sarebbe ingeneroso – la cultura delle adozioni e il senso di un sistema unitario, che deve avere la consapevolezza del fine a cui tende. A questo proposito nel 2021, dopo la revisione delle Linee Guida sull’inserimento scolastico degli alunni adottati, puntiamo a fare un’intensa attività formativa in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione non solo per i docenti ma anche per i rappresentanti degli studenti e dei genitori. Dobbiamo ripartire necessariamente dalla scuola, che è il primo momento in cui un bambino o un ragazzo adottato si sente accolto e comincia a sentirsi parte della nuova comunità in cui vive.

Nel 2021, dopo la revisione delle Linee Guida sull’inserimento scolastico degli alunni adottati, puntiamo a fare un’intensa attività formativa in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione non solo per i docenti ma anche per i rappresentanti degli studenti e dei genitori. Dobbiamo ripartire necessariamente dalla scuola, che è il primo momento in cui un bambino o un ragazzo adottato si sente accolto e comincia a sentirsi parte della nuova comunità in cui vive.

Vincenzo Starita, vicepresidente CAI

A inizio febbraio i Paesi Bassi hanno sospeso il rilascio di nuove autorizzazioni all’adozione internazionale a seguito delle conclusioni del lavoro di una specifica Commissione. Il report parla di irregolarità e abusi riscontrati non solo nelle adozioni concluse fra il 1967 e il 1998 (che era il mandato della Commissione) ma anche dopo. Si leggono frasi molto precise: «the current system of intercountry adoption cannot be maintained»; «not only have there been many abuses in the past, the system of intercountry adoption is still open to fraud and abuses continue to this day»; «the committee has serious doubts about whether it is possible to design a realistic public-law system under which the abuses identified would no longer occur». E in Italia? Anche in Italia dobbiamo temere che sia accaduto qualcosa di analogo in passato o addirittura che il sistema attuale non sia in grado di escludere abusi e irregolarità? Perché il report sembra quasi mettere in discussione che la certezza che abbiamo sempre avuto, ossia che la Convenzione dell’Aja segna un discrimine forte tra un “prima” e un “dopo”.
Il report evidenzia chiaramente una fragilità del sistema olandese rispetto alla capacità di operare un’azione di vigilanza e di monitoraggio. Francamente non è chiaro se le considerazioni espresse dalla Commissione si basino su quanto rilevato negli anni precedenti alla ratifica della Convenzione dell’Aja (avvenuta per i Paesi Bassi nel 1998), che era il mandato della Commissione, o anche successivamente: anche se la mia profonda convinzione è che buon parte degli abusi si riferiscano al periodo antecedente L’Aja. Ora, quello che dobbiamo chiederci è se esiste una differenza tra il sistema olandese e quello italiano. In Italia non ci sono state segnalazioni né si sono riscontrati casi sospetti che abbiano richiesto un’indagine analoga, sia per quanto riguarda il periodo precedente alla nostra adesione alla Convenzione dell’Aja che per quello successivo. Questo lo confermo. Dopodiché nessuno può escludere con certezza che non ci sia mai stato nemmeno un caso di pratiche illecite, ma certamente non abbiamo elementi per dire che questo sia un problema strutturale, a livello di sistema. Al contrario, dall’entrata in vigore della Convenzione dell’Aja nel 1998, l’Italia ha un sistema complesso e articolato di vigilanza e controllo, che coinvolge più soggetti e istituzioni. C’è un controllo giurisdizionale sull’idoneità della coppia, per garantire che la coppia abbia la consapevolezza che l’adozione è uno strumento volto a tutelare l’unico diritto che c’è in gioco, che è quello del minore ad avere una famiglia stabile. Dopo questo c’è una fase amministrativa, dove entra in gioco la CAI nel suo rapporto con gli enti e le autorità centrali di altri Paesi, perché non dimentichiamo che uno dei principi dell’Aja è la mutua collaborazione tra i Paesi contraenti per prevenire il traffico e l’abuso nell’ambito delle adozioni. Nella fase dell’ autorizzazione all’ingresso, noi effettuiamo controlli rigorosi sulla documentazione trasmessa. E infine la trascrizione della sentenza di adozione emessa dal giudice straniero è nuovamente un momento di controllo da parte dei nostri Tribunali per i Minorenni. Si comprende quindi che il nostro sistema, in tutto il procedimento, è fortemente caratterizzato da vigilanza e controllo.

Ci sono state reazioni a livello internazionale a questa notizia, soprattutto da parte dei Paesi di origine, che potrebbero avere ripercussioni sulle adozioni italiane?
Nessuna richiesta di avviare inchieste analoghe.

La Conferenza dell’Aja, che monitora l’attuazione della Convenzione del 1993, ha un Gruppo di lavoro sulla prevenzione di pratiche illecite nell’Adozione internazionale che si è riunita l’ultima volta nell’estate 2020 anche con la partecipazione di esperti rappresentanti italiani. A quali strumenti migliorativi a livello di sistema si sta pensando a livello internazionale?
Quel gruppo di lavoro si è riunito a giugno 2020 e si riunirà, si spera in presenza, a giugno/luglio 2022. Si sta lavorando alla creazione di un kit di strumenti in grado di aiutare, in primis, le autorità centrali a svolgere quell’attività di prevenzione rispetto a possibili abusi nel settore delle adozioni internazionali, anche tramite la prossima elaborazione – in carico alla autorità centrale canadese – di una “check list” dei fattori di rischio concreti nella procedura: sarà quindi uno strumento molto pratico e specificherà anche, qualora emergano questi fattori di rischio, quali sono i soggetti chiamati a intervenire e con quali modalità dovranno farlo. L’Italia ha partecipato al gruppo con entusiasmo e competenza, in particolare collaborando alla individuazione di modelli procedurali idonei a rispondere ai casi sospetti, in considerazione del fatto che noi abbiamo meccanismi già collaudati in questo senso: i nostri rappresentanti si sono sempre distinti per la capacità esperienziale, che deriva dal livello elevato di controllo che viene riconosciuto al nostro sistema. Noi abbiamo il compito di diffondere questa cultura della prevenzione che passa dalla conoscenza dei fattori di rischio.

In Italia invece, la CAI come intende realizzare il proprio compito di vigilanza sugli enti e sul sistema, a garanzia di adozioni sempre più trasparenti e sicure?
Ci tengo a dire che l’attività di vigilanza e di controllo è stata sempre esercitata dalla CAI e devo segnalare in questo senso lo straordinario lavoro avviato sotto la guida della dottoressa Laera con la verifica periodica su tutti gli enti, una verifica capillare che si è conclusa per la quasi totalità degli enti, restano solo un paio di verifiche pendenti. E poniamo sempre molta attenzione alle segnalazioni che arrivano dalle coppie su ipotesi di malfunzionamento relative a singole procedure.

Accennava prima alle nuove linee guida per gli enti autorizzati. Gli enti in questo momento hanno grandi difficoltà di sostenibilità economica, che non possono essere ignorate. Come una riforma organizzativa, dimensionale e di requisiti degli EEAA può aiutare a migliorare il sistema? È possibile anticipare alcune linee di lavoro?
La necessità impellente di revisione delle Linee guida discende dall’entrata in vigore della Riforma del Terzo settore e del nuovo Regolamento europeo di protezione dei dati personali. In generale però la revisione andrà a coinvolgere la natura dell’ente e le modalità con cui esso è chiamato a operare: è lo strumento per dirci in che modo l’Ente dovrà guardare al futuro. Proprio per il discorso che facevo prima, non è corretto fare anticipazioni. Rispetto al grido di dolore che è stato rappresentato dagli enti autorizzati a inizio pandemia per fronteggiare le spese ingenti a fonte di una riduzione degli incarichi vi è stata una risposta importante da parte della ministra Bonetti con il decreto che prevede, in caso di sussistenza di determinati requisiti, di un contributo straordinario fino a 50mila euro per ente. Questa previsione verrà ulteriormente prorogata, visto il prolungarsi dello stato di pandemia, e valuteremo anche se sarà possibile qualche correttivo per far sì che il contributo possa essere ancora più importante.

Ci è ben noto il dolore delle famiglie che sono in attesa, non solo del figlio desiderato ma del bambino a loro già abbinato. Stiamo moltiplicando gli sforzi ad ogni livello affinché queste porte si possano aprire. La speranza è che queste prassi che si sono già instaurate in alcuni Paesi possano diffondersi e diventare permanenti.

La pandemia, bloccando i viaggi, ha rallentato le procedure adottive e tante famiglie – bambini e coppie – stanno soffrendo un allungamento dei tempi dell’attesa, magari dopo essersi anche già conosciuti. Abbiamo visto e apprezzato il grande sforzo fatto in questi mesi per trovare soluzioni quasi “tailor made” ai tanti casi: si sta però immaginando una via più sistematica, per questa epoca Covid, al di là dell’emergenza, dato che a lungo non si tornerà al “come prima”?
In questa fase di emergenza non posso fare a meno di ringraziare fortemente gli enti autorizzati per l’attività che stanno svolgendo nei vari Paesi e le nostre rappresentanze diplomatiche che hanno fatto e stanno facendo un lavoro straordinario. Colgo l’occasione, altresì, per ringraziare i consiglieri Bardini e De Benedictis del MAECI che, anche nella loro qualità di Commissari CAI, hanno portato avanti un’azione capillare di raccordo con le nostre rappresentanze diplomatiche per cercare di risolvere i problemi concreti davvero di ogni singola coppia all’estero. L’altro giorno agli enti e alle coppie in attesa per la Federazione Russa ho detto che al telefono in questo periodo sento più De Benedictis che mia moglie: è una battuta, ma dà la cifra della disponibilità e dell’attenzione che il Consigliere ha nei confronti delle adozioni internazionali. Abbiamo progressivamente riavviato relazioni con moltissime autorità centrali – la via è necessariamente quella – rappresentando la richiesta di adattare il sistema delle adozioni alle esigenze imposte dalla pandemia. Abbiamo trovato risposte diverse. La Colombia, ad esempio, ha accettato che le udienze si svolgessero in modalità a distanza, altri Paesi hanno accettato che la conoscenza del minore avvenisse con video chiamate a distanza, altri ancora sono rimasti ancorati alle procedure pre-pandemiche, sospendendo addirittura gli iter adottivi in attesa del rilascio dei visti di ingresso, come la Federazione Russa e la Cina. Ci è ben noto il dolore delle famiglie che sono in attesa, non solo del figlio desiderato ma del bambino a loro già abbinato. Stiamo moltiplicando gli sforzi ad ogni livello affinché queste porte si possano aprire. La speranza è che queste prassi che si sono già instaurate in alcuni Paesi possano diffondersi e diventare permanenti: è ovvio che il contatto diretto della coppia con il bambino è insostituibile, ma se con la tecnologia può essere anticipato a distanza o trovare una sua continuità nel tempo tra un viaggio e l’altro… ne trarrebbero giovamento i bambini e i genitori.

I dati pubblicati recentemente dalla CAI evidenziano uno squilibrio tra numero di coppie in carico agli enti e numero di adozioni concluse, non solo relativamente al 2020 (anno della pandemia) ma anche al 2019. Siamo nell’ordine di 5 a 1. Cosa intende fare la CAI per garantire un maggiore equilibrio tra incarichi e adozioni, anche per evitare pressioni sui Paesi?
Il rapporto 5 a 1 è corretto ma è relativo al 2020, che è un anno particolare. Nel 2019 era 3 a 1. L’auspicio è che la situazione torni presto a un rapporto più basso. Devo dire che anche il numero di incarichi pendenti si è fortemente ridotto negli ultimi anni, passando dai 5.446 del 2017 ai 2.897 al 31 dicembre 2020. Questo è anche frutto anche dell’attività di verifica, grazie alla quale molti enti che avevano un numero eccessivo di incarichi pendenti sono stati pungolati per attivarsi, ad esempio invitando le coppie in attesa da meno tempo a trasferire le loro domande verso altri paesi. Questa attività, peraltro, ha portato gli enti autorizzati da 62 a 50 in due anni e probabilmente un altro paio di fusioni arriveranno a breve. Cosa fare? In primis cercare di realizzare accordi e protocolli con altri e nuovi Paesi. Stiamo lavorando, nel frattempo, alla revisione di protocolli importanti: quello con l’Ucraina, la Bielorussia e il Senegal. Mi lasci anche dire che abbiamo quasi concluso un accordo bilaterale con la Repubblica Democratica del Congo, le ultime modifiche alla bozza sono state concordate telefonicamente il 17 febbraio attraverso l’intermediazione dell’ambasciatore Luca Attanasio. Ci siamo salutati quel giorno con l’auspicio di poter sottoscrivere l’accordo entro l’estate prossima. Ho ancora sul cellulare i messaggi vocali dell’ambasciatore, una persona che aveva una autentica passione verso le problematiche dell’infanzia abbandonata. Porteremo avanti il lavoro nel rispetto della sua memoria: speriamo di essere il primo Paese a riprendere le adozioni con la RDC e di farlo con un accordo formalizzato.

Stiamo cercando di realizzare accordi e protocolli con altri e nuovi Paesi e stiamo lavorando, nel frattempo, alla revisione di protocolli importanti: quello con l’Ucraina, la Bielorussia e il Senegal. Abbiamo quasi concluso un accordo bilaterale con la Repubblica Democratica del Congo, le ultime modifiche alla bozza sono state concordate telefonicamente il 17 febbraio attraverso l’intermediazione dell’ambasciatore Luca Attanasio. Ci siamo salutati quel giorno con l’auspicio di poter sottoscrivere l’accordo entro l’estate prossima. Ho ancora sul cellulare i messaggi vocali dell’ambasciatore, una persona che aveva una autentica passione verso le problematiche dell’infanzia abbandonata. Porteremo avanti il lavoro nel rispetto della sua memoria: speriamo di essere il primo Paese a riprendere le adozioni con la RDC e di farlo con un accordo formalizzato.

Quali sono le iniziative della CAI per sostenere i sistemi di protezione dell’infanzia dei paesi esteri e garantire così la sussidiarietà delle AI? Arriverà un nuovo bando per progetti di cooperazione?
Io credo che l’attivazione del sistema Italia nei progetti di cooperazione renda credibili le adozioni internazionali agli occhi dei paesi di origine. Come è noto la Convenzione si fonda su due principi: l’interesse superiore del minore e il principio di sussidiarietà. I minori hanno diritto di vivere in una famiglia stabile e va fatto ogni sforzo affinché possano trovare nel loro paese una famiglia accogliente. Erano dieci anni che l’Italia non faceva attività di cooperazione. I nostri progetti all’estero saranno la nostra cartina di tornasole, la dimostrazione tangibile che l’Italia crede nella Convenzione dell’Aja e che sostiene il diritto dei bambini a una famiglia con tutti i modi possibili, non solo con l’adozione internazionale . È significativo che il sistema italiano abbia attribuito questo ruolo all’ente autorizzato, perché l’ente avrà sempre di più questa duplice finalità istituzionale, lavorando nei Paesi di origine in un’ ottica non assistenziale ma volta a creare reali condizioni di crescita dei sistemi di protezione dell’infanzia, elaborando progetti costruiti per durare nel tempo, questo è molto importante. Posso confermare che la ministra Bonetti presta la massima attenzione a questo tema, che anche quest’anno ci saranno altri progetti e magari nei prossimi bandi si potranno implementare le risorse.

se riteniamo – secondo i principi della Convenzione dell’Aja – che per un minore vivere in una famiglia stabile sia un diritto primario, allora tutte le soluzioni di accoglienza che non siano stabili non soddisfano in pieno questo diritto. Il principale obiettivo, quindi, consiste nel lavorare alacremente perché questo diritto sia sempre più garantito, innanzitutto nei paesi di origine, in attuazione della sussidiarietà, ma là dove ciò non avviene allora l’adozione resta uno straordinario strumento di tutela. Nostro compito, quindi, come sistema, è lavorare non perché si facciano tante adozioni, ma perché si facciano buone adozioni.

Da poco la CAI ha aperto la finestra per le richieste di rimborsi per le spese sostenute per le adozioni concluse negli anni 2018 e 2019, con nuove regole. Sono maturi i tempi gratuità?
Sulla gratuità non sta a me decidere. Gli ultimi due decreti manifestano certamente la volontà di essere vicini alle famiglie e posso anticipare che stiamo già lavorando al decreto per i rimborsi delle adozioni concluse nel 2020, dove ci sarà un rimborso straordinario per le spese aggiuntive legate alla permanenza prolungata delle coppie in alcuni paesi. Credo che noi abbiamo il dovere di incentivare al massimo le famiglie ad avvicinarsi alle adozioni, in particolare penso alle coppie giovani che hanno il desiderio di adottare ma non ci riescono perché alle prese con il mutuo, la casa, lavori precari… e hanno difficoltà ad anticipare le somme necessarie.

Talvolta si parla di una cultura ormai ostile alle adozioni internazionali. Già un paio di anni fa la conferenza di EurAdopt a Milano e poi il Convegno organizzato a Firenze dalla CAI affrontavano la questione chiedendosi se le adozioni fossero ancora uno strumento valido per rispondere ai bisogni dei bambini abbandonati nel mondo. La domanda resta ancora attuale. La sua risposta qual è?
Penso che l’adozione internazionale sia uno strumento ancora valido e questo nasce da una considerazione di fondo: se riteniamo – secondo i principi della Convenzione dell’Aja – che per un minore vivere in una famiglia stabile sia un diritto primario, allora tutte le soluzioni di accoglienza che non siano stabili non soddisfano in pieno questo diritto. Il principale obiettivo, quindi, consiste nel lavorare alacremente perché questo diritto sia sempre più garantito, innanzitutto nei paesi di origine, in attuazione della sussidiarietà, ma là dove ciò non avviene allora l’adozione resta uno straordinario strumento di tutela. Nostro compito, quindi, come sistema, è lavorare non perché si facciano tante adozioni, ma perché si facciano buone adozioni.

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