Storia Di Angela 3
Adozioni internazionali

Angela e Wuiston, un viaggio lungo 10 anni per diventare (anche per la legge) madre e figlio

26 Febbraio Feb 2020 1210 26 febbraio 2020
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Quella di Angela, 39 anni, e Wuiston, 18, è una storia di accoglienza, ma anche di adozione. E ancora è una storia di una mamma single che ha scelto un figlio con una malattia rara. Com’è essere la mamma di Wuiston? «Bello e difficile. Ma lui è parte di me, è come se l’avessi partorito, davvero»

Quella di Angela, 39 anni, e Wuiston, 18, è una storia di accoglienza, ma anche di adozione. E ancora è una storia di una mamma single che affronta ogni giorno la sindrome da microdelezione 2q37, una malattia rara, un'anomalia cromosomica che comporta la delezione della banda cromosomica 2q37 e si manifesta con tre sintomi principali: ritardo dello sviluppo, malformazioni scheletriche e dimorfismi facciali. Oggi Angela e Wuiston vivono insieme in un comune in provincia di Cuneo.

Ma partiamo dall’inizio. Angela aveva 23 anni quando è entrata a far parte della Comunità Papa Giovanni XXIII, un’associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio. «Sono stata con l’associazione sette mesi in Cile», racconta. «Tornata in Italia mi sono preparata per partire per la seconda missione in Venezuela: dovevo restare per tre mesi, mi sono fermata dieci anni».

Dieci anni è il tempo che ci è voluto per adottare suo figlio Wuiston. «In Venezuela stavamo a Merida. E lì, con gli altri della missione, andavamo spesso in un ospedale di lunga degenza, una stanza era dedicata ai bambini disabili che venivano abbandonati. Abbandonati in tutti i sensi. Avevano spesso tratti autistici per mancanza della relazione, stavano sempre a letto. A Wuiston mettevano le maglie cucite in modo che non si toccasse la faccia o infilasse le mani nel pannolino».

Quando Angela ha incontrato Wuiston lui aveva solo quattro anni. «Chiamava tutti mami e diceva vamos. Faceva commuovere. Era proprio piccolo, un denutrito cronico. Lui non si poteva accogliere e basta. Per portarlo in Italia bisognava adottarlo. Tra me e me mi dicevo che quello era troppo, non volevo rimanere in Venezuela, avevo delle resistenze. Poi un’altra persona si era detta disponibile ad accoglierlo. Mi sono sentita strana, Wuiston lo sentivo già come figlio mio».

Angela aveva 25 anni quando ha iniziato le pratiche per l’adozione. «Dopo un anno che stavamo in Venezuela abbiamo aperto una casa di accoglienza con l’associazione. Wuiston è stato è stato uno dei primi bambini ad essere accolti e fin da subito abbiamo vissuto come madre e figlio.

Ma il percorso tra la richiesta di adozione e l’adozione effettiva è durato molti anni. Solo dopo nove anni, un anno prima di lasciare il Venezuela lui, anche per la legge, è diventato mio figlio. Solo dopo un anno ho potuto lasciare il Paese. E ho preso questa decisione soprattutto per Wuiston che aveva bisogno di cure, e la situazione politica non era delle migliori. Mio figlio è affetto da sindrome da microdelezione 2q37, una malattia rara, che gli è stata diagnosticata solo al nostro ritorno in Italia. Quando l’ho conosciuto i medici mi avevano detto che era solo denutrito e aveva una cardiopatia genetica, ma invece era evidente che ci fosse molto di più».

Una volta tornati Wuiston si è sottoposto ad un intervento al cuore. «E non sarà l’ultimo. Per questo ho molta paura». Wuiston ha bisogno del pannolino, Angela lo deve cambiare e supportare in tutte le attività quotidiane. Non è indipendente. Ora lei ha da poco ricominciato a lavorare come maestra della scuola dell’infanzia: «Ho trovato questo lavoro part – time. In quelle ore lui è a scuola e lo aiutano gli insegnati di sostegno».

Com’è essere la mamma di Wuiston? «Bello e difficile. Ma lui è parte di me, è come se l’avessi partorito, davvero. Non ho pensato troppo quando ho fatto partire le pratiche dell’adozione. Sentivo solo che lui aveva bisogno di una mamma più degli altri. All’inizio non era abituato ai baci e agli abbracci, ora li chiede sempre. Prende dieci medicine al giorno. Lo so che è un ragazzo più delicato degli altri, ma non ci voglio pensare. Non mi interessa sapere della sua prospettiva di vita, voglio solo che stia bene. E non credo che rimarrà solo. Anche se io sono single e non ho altri figli. Io faccio parte di una comunità, e lui ne fa parte con me».