Vulnerabilità delle popolazioni

Cambiamento climatico e migrazioni, l’indifferenza dell’Occidente

Una ricerca di ActionAid Italia analizza gli aspetti giuridici e normativi della mobilità umana legata ai disastri naturali, al degrado ambientale e al clima che sta mutando. L'Associazione punta il dito sulle «profonde disuguaglianze economiche e sociali»

di Redazione

Che rapporto c’è tra la crisi climatica e le migrazioni? È un quesito non banale, visto che entrambi i fenomeni sono in corso da tempo e in continua espansione. Su quella domanda si basa la nuova ricerca di ActionAid Italia denominata “Il cambiamento climatico non conosce frontiere”, che analizza gli aspetti giuridici e normativi della mobilità umana legata ai disastri naturali, al degrado ambientale e al clima che cambia, grazie a una indagine in Gambia, uno dei Paesi africani in cui la migrazione interna e internazionale è più forte e la crisi climatica mostra i suoi segni sotto forma di siccità, desertificazione, salinizzazione ed erosione del suolo. L’analisi, inoltre, mette in luce come l’Unione europea e l’Italia non riconoscano la necessità di garantire maggiore protezione a chi si sposta e si sposterà per fuggire da luoghi divenuti invivibili.

La crisi climatica è uno dei fattori di vulnerabilità che influenza le decisioni migratorie di milioni di persone del pianeta: movimenti dalle campagne ai centri urbani, spostamenti interni nei Paesi più colpiti, sino alle migrazioni internazionali. Un fattore destinato a contare sempre di più con l’inasprirsi dell’impatto degli eventi ambientali estremi, improvvisi e progressivi. Siccità, ondate di calore, inondazioni e tempeste stanno causando devastanti conseguenze sociali ed economiche, costringendo una buona metà della popolazione mondiale a fronteggiare le difficoltà nell’accesso all’acqua, le riduzioni della produttività agricola, il deterioramento e l’erosione dei mezzi di sussistenza.

Se i fattori ambientali sono identificati come minacce o “moltiplicatori di vulnerabilità”, capaci di esacerbare condizioni di iniquità preesistenti, come si decide di migrare o restare? Nella ricerca, ActionAid mostra come le disuguaglianze e le dinamiche di potere esistenti svolgano un ruolo determinante nel risultato del percorso migratorio, influenzandone la destinazione, la durata e le condizioni.

«La governance internazionale delle migrazioni attuale è il risultato di profonde disuguaglianze economiche e sociali», spiega Roberto Sensi, policy advisor global inequality di ActionAid Italia. «In questo contesto, gli interessi degli Stati prevalgono sui diritti umani, con un’agenda incentrata sul paradigma della deterrenza e sull’esternalizzazione delle frontiere. La risposta alle migrazioni climatiche risente di questo approccio, focalizzandosi esclusivamente sulla dimensione esterna che promuove l’adattamento in situ, trascurando l’ampliamento della protezione legale interna quale efficace intervento a sostengo della migrazione come forma adattamento ai cambiamenti climatici».

Oggi, fa notare ActionAid Italia in una nota, «non esiste una protezione umanitaria stabilita dal quadro giuridico europeo per i migranti climatici. L’Unione europea, sotto la presidenza di Ursula von der Leyen, ha creato frammentazione e separazione delle politiche di risposta distinguendo nettamente le iniziative del green deal europeo dalla governance della migrazione e dell’asilo attraverso il Nuovo Patto sulla migrazione e sull’asilo, ispirato dal paradigma della deterrenza. Il Patto menziona il cambiamento climatico tra le maggiori sfide globali che caratterizzano il presente e il futuro dei flussi migratori, senza tuttavia adottare impegni concreti in tal senso. La sua definitiva messa in atto consoliderà però, di fatto, le tendenze escludenti e selettive sperimentate su scala europea e nazionale negli ultimi dieci anni. Attraverso l’adozione uniforme sul territorio degli Stati membri dell’approccio hotspot e dell’esternalizzazione delle frontiere, il rischio concreto è quello di un sostanziale svuotamento del diritto d’asilo. Attualmente la protezione per coloro che sono costretti a fuggire a causa di fattori climatici ed ambientali è affidata alla competenza nazionale».

In Italia, nonostante le modifiche alle norme sul diritto d’asilo apportate dal 2018 in poi con il susseguirsi di Governi di colori e composizioni diversi, la protezione temporanea – che fornisce protezione collettiva e temporanea “per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione europea” – viene affiancata proprio nel 2018 da uno strumento specifico e individuale, il Permesso di soggiorno per calamità, che dà protezione a chi fugge per cause climatico-ambientali di migrazione. «Il Governo Meloni elimina la possibilità di convertire in permesso di soggiorno per motivi di lavoro quello ottenuto per calamità e limita le possibilità di rinnovo, garantendo un livello minimo di protezione e non lascia spazio per una maggiore permanenza del beneficiario sul territorio nazionale», prosegue la nota dell’Associazione. «Nelle raccomandazioni del report, ActionAid chiede al Governo italiano di rafforzare e ampliare questo strumento per dare protezione ampia a chi arriva in Italia per motivazioni legate a disastri e crisi climatica».

Un’eloquente immagine della siccità in alcuni Paesi

Secondo la ricerca condotta in Gambia, che include 128 interviste a migranti di ritorno e rimpatriati, migranti interni e residenti in aree rurali colpite dai cambiamenti climatici, la mobilità climatica è un fenomeno complesso e sfaccettato. Spostarsi sia verso i centri urbani che verso l’Europa è una scelta guidata da motivi economici, da aspirazioni e per sfuggire alla povertà; per migliorare le proprie vite e sostenere sé stessi e la famiglia. I cambiamenti climatici non sono sempre direttamente riconosciuti come centrali nelle decisioni consapevoli di chi vuole migrare, ma hanno un forte impatto sulle condizioni di vita delle persone nelle aeree rurali, dove è chiaro che già oggi stanno rendendo la sopravvivenza e l’agricoltura sempre più a rischio, anche e soprattutto per chi decide di non partire perché non può o non vuole. Si lavora molto duramente nelle fattorie durante la stagione delle piogge, ma poi non si ottiene abbastanza raccolto. Le piogge sono insufficienti o arrivano tardi e distruggono i raccolti. «Abbiamo anche raccolto soldi in famiglia e comprato un cavallo, ma è morto dopo la stagione delle piogge. Non possiamo permetterci di affittare un trattore o comprare fertilizzanti e piantine. Quindi, abbiamo smesso del tutto di coltivare», spiega un giovane di 28 anni che risiede a Jamaara.

In Paesi come il Gambia, dove il 65% della popolazione vive nelle aree urbane e dove la povertà generalizzata, la disoccupazione, il declino del turismo e dell’agricoltura sono determinanti per la spinta alla migrazione, è necessario rafforzare le strategie di adattamento climatico e ambientale, sostenendo coloro che decidono di rimanere nel luogo di origine, ma allo stesso tempo occorre proteggere e supportare chi decide o è costretto a spostarsi verso i centri urbani o al di fuori del Paese, massimizzando così il potenziale della migrazione come strategia di adattamento.


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