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Haiti, il Paese devastato dal terremoto in mano alle gang

La crisi afghana sta spegnendo i riflettori su un'emergenza che ha numeri impressionanti, dove la bande hanno il controllo di gran parte del Paese: è in queste condizioni che continuano a lavorare gli operatori umanitari di Avsi, Caritas e Fondazione Rava

di Paolo Manzo

Non ha pace Haiti, il Paese più povero delle Americhe. Dopo il terremoto del 2010 che fece oltre 220mila morti, la successiva epidemia di colera che ne uccise altri 10mila e l’omicidio efferato del presidente Jovenel Moïse del 7 luglio scorso, ecco che è arrivato adesso un nuovo sisma ad infierire su una popolazione già allo stremo. Al momento il terremoto di 7,2 gradi della scala Richter ha mietuto oltre 2.200 vittime, ferendo 12mila persone e distruggendo più di 60mila abitazioni. 30 mila i senzatetto mentre, per l’Unicef, 1 milione e 200 mila persone sono state danneggiate da questo terremoto. Colpita soprattutto la parte meridionale dell’isola, luogo dell’epicentro. Qui il cibo scarseggia, gli ospedali sono al collasso e mancano medicine e attrezzature mediche. I sopravvissuti deambulano come fantasmi per le vie disastrate di Les Cayes, la terza città del paese e la più colpita. Purtroppo ogni giorno che passa il bilancio si aggrava ma, soprattutto, la gente è alla disperazione perché con la comunità internazionale tutta concentrata sull’Afghanistan, gli aiuti arrivano con il contagocce. Anche se l’ONU ha già stanziato otto milioni di dollari di aiuti ed il segretario generale Antonio Guterres ha rassicurato: “Non siete soli, siamo dalla vostra parte in questi tempi difficili. Le Nazioni Unite continueranno ad assistere con aiuto umanitario, medicine, acqua potabile e molto altro”. Staremo a vedere ma il problema è che sino a domenica scorsa, quando si tentava la distribuzione degli aiuti già arrivati, le gang assaltavano i camion, rubavano medicinali, cibo ed acqua. La scorsa settimana hanno perfino sequestrato due medici chirurgi e un ortopedico, il personale sanitario di cui c’è oggi più bisogno ad Haiti.

Il problema di Haiti è che la situazione era già critica ben prima dell’ultimo sisma per la violenza delle gang che gestiscono quella che la locale Conferenza episcopale ha definito “la dittatura dei sequestri” che terrorizza la popolazione. Non a caso lo scorso 11 aprile, furono rapiti nella periferia della capitale Port-ai-Prince 5 preti, 2 suore e 3 familiari di un altro sacerdote, da parte di una delle tante gang che hanno fatto proprio dell’industria del sequestro sull’isola caraibica un business. Stessa sorte toccata al 75enne imprenditore italiano Giovanni Calì. Tutti fortunatamente liberati, non è chiaro se dietro pagamento di riscatto, ma ogni mese sull’isola sono centinaia i rapimenti, Con un’inflazione alle stelle e una pandemia che sta mettendo in crisi il mondo, la situazione ad Haiti era dunque “sull’orlo dell’esplosione” già lo scorso febbraio secondo la locale Conferenza episcopale, che definiva il Paese “totalmente inabitabile” ben prima del terremoto del 14 agosto scorso. Figurarsi adesso.

Per cercare di recuperare un po’ di immagine tra la popolazione esasperata le principali gang armate da domenica 22 agosto hanno annunciato una tregua. Obiettivo, consentire la distribuzione degli aiuti. Promotore dell’iniziativa Jimmy Cherizier, alias Barbecue (il soprannome è dovuto al fatto che è solito letteralmente bruciare i suoi nemici), il leader del “G9 an Fanmi e Alye” (il Gruppo dei 9 in famiglia e alleanza), la più importante federazione di bande armate del Paese caraibico. La tregua è stata annunciata in un video lo scorso 22 agosto e anche se le autorità non hanno confermato l’esistenza dell’accordo, la speranza è che ci sia del vero, almeno per il bene degli haitiani. “Congratulazioni a noi perché in questo momento abbiamo deciso di fare la pace”, ha detto Barbecue nel video (qui l’audio registrato in una trasmissione haitiana, Barbecue parla in creolo), ringraziando le cosche che controllano il quartiere di Martissant, periferia della capitale Port-au-Prince, per avere lasciato passare i convogli di aiuti umanitari nelle ultime ore.

Secondo le ong presenti in loco sono 650.000 le persone che oggi hanno bisogno di assistenza urgente. Oggi la situazione ad Haiti è così precaria che, di fronte a un disastro come questo, la disperazione della popolazione ha portato a diversi saccheggi di camion di aiuti umanitari. Il direttore del Programma alimentare mondiale (Pam) ad Haiti, Pierre Honorat, ha addirittura dichiarato che “la situazione di insicurezza potrebbe interrompere l’assistenza” dell’organizzazione alla popolazione vulnerabile. “Stiamo parlando con le autorità e tutti gli attori coinvolti per cercare di evitarlo”, ha dichiarato con un filo di voce. Di certo invece rimarranno ad Haiti i volontari dell’AVSI e la Caritas, molto attiva nella diocesi di Port-au-Prince. Ma anche la Fondazione Francesca Rava, che sotto la guida di padre Rick Frechette, arrivato qui in missione nel 1987, da allora non ha mai smesso di occuparsi dei bambini haitiani con l’ospedale pediatrico Saint Damien e che grazie alle adozioni a distanza aiuta oltre 7mila bambini. Ma ad Haiti ci sono anche i Camilliani, con un progetto umanitario e socio-assistenziale tra la città di Jérémie e la capitale Port-au-Prince. E poi gli Scalabriniani che hanno costruito una serie di villaggi per chi aveva perso casa, le Piccole Missionarie del Vangelo e le religiose di Gesù Maria. Senza l’aiuto della Chiesa cattolica, insomma, oggi più che mai ad Haiti sarebbe già scoppiata l’ennesima guerra civile.


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