Parole d'ordine

Filantropia, servono nuovi occhi: dall’impatto al “cambiamento sistemico”

Quando si lavora in una prospettiva di cambiamento sistemico, si lavora sulle alleanze e non sulle reti, non ci sono “risultati attesi” da misurare con il righello, si sperimenta, si sbaglia, si torna a sperimentare, si procede con strategie e tattiche che sappiano essere adattive e flessibili

di Federico Mento

Nell’ultima conferenza annuale di Evpa-European Venture Philanthropy Association, ospitata presso le Ogr di Torino, in diverse occasioni è stato menzionato il tema del cambiamento sistemico. Il rischio di trovarci a maneggiare l’ennesima scivolosa buzzword, come accaduto per sostenibilità ed impatto, è altissimo. E non escludo di assistere a breve all’emergere del fenomeno del system-washing, che accompagnerà i tanti washing di quest’epoca.

Proviamo ad andare oltre il rumore di fondo e cercare di comprendere cosa sia il cambiamento sistemico e quali implicazioni determini sia nell’azione filantropica che nell’intervento sociale. Se l’enfasi sull’impatto ha contribuito, non senza sussulti, a spostare l’attenzione dalle attività, ai cambiamenti vissuti dai protagonisti degli interventi – andando oltre il concetto passivizzante di beneficiario – nei modelli di cambiamento sistemico la grande sfida, riprendendo la citazione di Proust, è avere nuovi occhi.

In primo luogo, quindi, il cambiamento di sistema è utilizzare nuove prospettive per vedere, analizzare, comprendere la complessità dei bisogni sociali, attuali e futuri.  In Ashoka, usiamo la metafora dell’iceberg: attraverso la prospettiva dalla quale siamo stati abituati a guardare, vedremmo solo la punta dell’iceberg, gli effetti diretti del problema che abbiamo in animo di affrontare. Da questa visuale ristretta, la nostra risposta sarà limitata, attraverso l’erogazione di servizi diretti. Non si tratta affatto di cattive intenzioni, anzi dietro c’è il tempo, il cuore e la passione civile di migliaia di persone che lavorano ogni giorno per un mondo più equo, piuttosto sono i presupposti ad essere errati.

Imparare a guardare il problema sociale con occhi nuovi ci apre alla complessità, consentendoci di avere una visuale diversa, andando così oltre la linearità, talvolta banalizzante, che ci viene imposta dai modelli logici della progettazione sociale. Negli ultimi anni, si è molto discusso sul superamento del quadro logico, e di conseguenza l’emersione della teoria del cambiamento, come strumento alternativo. Se la teoria del cambiamento dovrebbe, in effetti, aiutarci ad iscrivere la complessità nei nostri interventi (leggasi effetti negativi/effetti inattesi), tuttavia c’è una tendenza nel riportare la logica lineare nel disegno della ToC, inibendo così la potenza dello strumento nell’innesco di un loop riflessivo che dovrebbe andare ad alimentare di feedback l’organizzazione durante l’implementazione delle attività.


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È, dunque, evidente che modelli di cambiamento sistemico non possono che cozzare con questa logica, scontrandosi poi con lo shortermismo che caratterizza le aspettative di donatori e soprattutto investitori. Quando si lavora in una prospettiva di cambiamento sistemico, si lavora sulle alleanze e non sulle reti, non ci sono “risultati attesi” da misurare con il righello, si sperimenta, si sbaglia, si torna a sperimentare, si procede con strategie e tattiche che sappiano essere adattive e flessibili. Pari passu, un approccio di cambiamento sistemico fatica a rimanere confinato nell’ambito del concetto di attribuzione dell’impatto, ovvero se i cambiamenti osservati possono essere attribuiti in via esclusiva all’intervento e non a fattori esogeni.

Se il cambiamento sistemico si muove nella logica dell’innesco, dove l’impatto indiretto diviene paradossalmente più importante di quello diretto, è evidente che ragionare in termini di attribuzione non coglierà la portata dei cambiamenti generati. In tal senso, una strategia valutativa che voglia “afferrare” la complessità del cambiamento sistemico non potrà che essere adattiva, flessibile e iterativa. Essere aperti a un processo di valutazione che evolve costantemente in base alle emergenti esigenze degli stakeholder, nonché ai mutamenti, spesso repentini, nel contesto in cui la nostra iniziativa si situa.

Nella pratica, ciò implica non solo avere un budget di valutazione adeguato, ma una sorta di “fisarmonica”, che possa espandersi e contrarsi in base alle necessità. Infine, dedicare tempo e risorse ai meccanismi di apprendimento, che dovrebbero rappresentare il cuore del processo valutativo. Sulla dimensione degli apprendimenti, c’è un gigantesco lavoro da fare, in primo luogo nelle organizzazioni, affinché quel tempo dedicato a riflettere sulle lezioni apprese venga considerato come un tempo significativo, dove appunto ritroviamo il senso della nostra missione. Al medesimo tempo, è necessario che donatori/investitori si muovano oltre la dicotomia successo/fallimento, con l’enfasi sul “numeretto”, aprendosi, invece, ai processi che talvolta ci dicono molto di più di un risultato atteso. Le sfide che stiamo affrontando e affronteremo ci chiedono una maggior ambizione nella costruzione delle risposte, siamo pronti ad avere occhi nuovi?

Foto: Pixabay


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