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La feroce morte di Satnam Singh e il ritornello del “punire severamente” senza cambiare nulla

Sarebbe davvero l’ennesimo atto di disprezzo nei confronti del signor Singh e di sua moglie, alla quale andrebbe molto più della nostra solidarietà, non guardare al sistema all’interno del quale si inserisce questa storia inaudita, e rispetto al quale le responsabilità sono molteplici, strutturate, e vanno cercate nelle politiche e nelle leggi italiane

di Alessandra Sciurba

La morte terribile di Satnam Singh adesso indigna tutti, e anche il governo, addirittura la Presidente del Consiglio, parla di “atto disumano che va punito severamente”. E chi non invocherebbe una punizione davanti a qualcuno che prima fa lavorare senza contratto e poi abbandona il lavoratore ferito, con un femore rotto e il braccio strappato, davanti casa, dopo avere sequestrato per ore a lui e la moglie i telefoni per impedirgli di chiamare i soccorsi, e come prima dichiarazione afferma che la colpa è del lavoratore stesso, che avrebbe “commesso una leggerezza”?

Disumanità vicina alla ferocia, certamente, di fronte alla quale nessuno può permettersi di restare in silenzio. Ma al di là della colpa personale, da accertare in tutta la sua gravità, sarebbe davvero l’ennesimo atto di disprezzo nei confronti del signor Singh e di sua moglie, alla quale andrebbe molto più della nostra solidarietà, non guardare al sistema all’interno del quale si inserisce questa storia inaudita, e rispetto al quale le responsabilità sono molteplici, strutturate, e vanno cercate nelle politiche e nelle leggi italiane, innanzitutto. La repressione ex post, il diritto penale che interviene nei singoli casi eclatanti non è affatto sufficiente per fermare questa strage in terra, come non lo è assolutamente per fermare quelle in mare. 

Si tratta dell’ennesima morte sul lavoro, anche questo è vero. Come ce ne sono quotidianamente anche tra cittadini e cittadine di nazionalità italiana, in un Paese in cui l’unica sicurezza che si invoca continuamente è quella difensiva e poliziesca, e mai quella che si costruisce con il rispetto e la tutela effettiva di diritti. Ma solo adottando una prospettiva intersezionale, che guarda alla posizione specifica di chi è lavoratore, e in più straniero, e in più privo di un regolare permesso di soggiorno, si può comprendere pienamente quali siano gli elementi che hanno reso possibile l’orrore di cui ci ritroviamo a parlare oggi, che non è causale, non è frutto di una disgrazia isolata, ma è conseguenza di dinamiche strutturali.

Iniziamo col dire, qualora ce ne fosse bisogno, che interi settori del mercato del lavoro italiano si reggono sullo sfruttamento delle persone, in particolare di quelle che hanno una storia di migrazione. L’edilizia, il lavoro domestico e di cura, la ristorazione e il turismo in generale, e, sopra tutti, l’agricoltura. E non è tutto “caporalato”, ovvero non si tratta sempre di situazioni in cui l’intermediazione illecita gioca un ruolo fondamentale. Si è dovuti arrivare al 2016, in Italia, per avere una legge che finalmente consentisse di perseguire lo sfruttamento tout court, anche quando questa intermediazione non c’è e anche quando la vittima non è un lavoratore o una lavoratrice privo di permesso di soggiorno. 

Perché è molto più facile, appunto, guardare il dito invece che la luna. E far finta di non sapere che addossare la colpa al “caporale” – invece che colpire lo sfruttatore – è come, di fronte a una strage in mare di persone migranti – l’ultima, ancora una volta di fronte alle cose calabresi, è solo di pochi giorni fa -, cercare solo quelli che vengono definiti “scafisti” invece che guardare ai veri trafficanti di esseri umani, che di solito coincidono o agiscono in continuità con le autorità dei paesi di transito con cui i nostri governi fanno accordi, e che si arricchiscono grazie alla chiusura di ogni canale di ingresso legale realmente percorribile.

Allo stesso modo, si abbia il coraggio di cambiare davvero il sistema produttivo, anche se questo significa colpire le economie imprenditoriali, invertire le priorità, rinunciare al facile consenso.

Questo Paese vuole davvero contrastare lo sfruttamento lavorativo? Inizi a permettere alle persone già presenti in Italia e che, al di là dei proclami, non verranno mai espulse, di avere una posizione regolare sul territorio, cambiando la legge sull’immigrazione che dalla Bossi-Fini in poi non ha mai funzionato e che i decreti cosiddetti “sicurezza” degli ultimi anni hanno inasprito. Il nostro sistema normativo in materia di immigrazione è volto a produrre illegalità e vulnerabilità allo sfruttamento e agli abusi. 

Quando allo sportello della clinica legale che coordino all’Università di Palermo arrivano potenziali datori di lavoro a dirmi di volere assumere una persona che conoscono, “che è brava”, per cui sarebbero pronti a garantire l’alloggio e addirittura un eventuale biglietto di rimpatrio, oltre che un contratto regolare, ma quella persona è priva di permesso di soggiorno (magari perché lo ha perso dopo anni a causa dell’ennesimo decreto che ha cancellato la tipologia del permesso  in questione), noi possiamo solo dire, abbassando gli occhi di fronte a una simile assurdità, che la legge italiana non consente di entrare nella legalità. 

Come nel caso del signor Singh e come nel caso di centinaia di migliaia di altre persone presenti in questo paese, rese vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi anche perché impossibilitate a ottenere un titolo regolare di soggiorno, nonostante siano lavoratori e lavoratrici indispensabili, o forse proprio per questo: tutto è costruito per avere una massa di servi e serve da trattare come subumani.

E allora, invece di limitarsi a invocare singole punizioni, quando accadono cose terribili che non permettono di girarsi dall’altra parte come si fa nella quasi totalità dei casi, chi ha il potere di cambiare le cose metta in campo finalmente quegli interventi politici e legislativi – apertura di canali di ingresso legali, regolarizzazioni permanenti, permessi di soggiorno per ricerca lavoro – che soli possono davvero contrastare un sistema neoschiavistico che sta avvelenando l’Italia abbassando peraltro gli standard dei diritti sul lavoro di tutte e tutti, a prescindere dalla nazionalità e dallo status giuridico.

Non lo farà nessuno, ovviamente. Perché le uniche politiche che si perseguono sono quelle irragionevoli che parlano alla parte oscura delle persone, alle loro paure e ai loro rancori, creando razzismi e separazioni che non permettono di prendere coscienza del fatto che queste, come altre battaglie, o si vincono insieme o si perdono per tutti e tutte.


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