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Libertà o familismo: su cosa fondiamo il consenso (in politica e in azienda)?

Un dilemma che riguarda la vita sociale e politica, ma anche le imprese e il mondo del lavoro. Quale strada prenderemo?

di Simone Cerlini

Capita che un collega ti faccia l’occhiolino per intendere che un comportamento contrario agli interessi dell’azienda e della collettività è ammissibile, perché invece favorevole agli interessi propri o della propria famiglia. Il cenno d’intesa significa che in fin dei conti facciamo tutti così e non è il caso di dare giudizi morali. Mi dispiace, non facciamo tutti così. 

Il familismo amorale, quell’atteggiamento per cui nella scala delle priorità gli interessi propri e della propria famiglia nucleare sono più rilevanti degli interessi collettivi, è concetto coniato da Edward Banfield negli anni cinquanta del secolo scorso in un celebre studio sui comportamenti e i valori “di una società arretrata”, come si azzarda lui stesso a definire il sud Italia. Nelle fortunate e citate ricerche di Emanuele Felice, ormai di oltre dieci anni fa, il fondamento morale e valoriale è uno degli elementi che motivano la divaricazione nei modelli di sviluppo delle due Italie (anzi delle tre). Volendo semplificare le tesi di Felice, convivono nel nostro Paese due approcci maggioritari nell’agire economico, che ormai non hanno più un netto radicamento territoriale, si trovano in tutte le Regioni: un approccio elitario, in cui i notabili decidono la direzione dello sviluppo, e un approccio in cui invece le persone si associano e rischiano in proprio per creare risposte ai bisogni degli altri, in tal modo moltiplicando scambi e orientandosi verso l’innovazione. Si tratta a ben vedere dei ben noti concetti di “modernizzazione passiva e attiva”, per utilizzare il linguaggio di Gramsci. 

L’approccio elitario, in cui una classe di notabili tiene ben saldo in mano la prerogativa di prendere decisioni con impatto sulla collettività, ha come conseguenza di promuovere il familismo amorale (anzi potremmo anche aggiornarne il concetto in una prospettiva schiettamente egoista). Nell’approccio all’innovazione dal basso invece diventa essenziale l’ascolto degli altri, lo stakeholder engagement diremmo oggi, dunque anche un approccio maggiormente orientato alla collettività e al bene comune. 

Le conseguenze dell’affermarsi di una o dell’altra prospettiva hanno impatto su tutte le dimensioni della convivenza civile. Sulla partecipazione politica, ad esempio: se alla fine comandano sempre gli stessi e le élite si parlano addosso, affrontando esclusivamente problemi per loro rilevanti, dal punto di vista di valori che valgono prioritariamente per loro, allora perché andare a votare?

D’altro lato la partecipazione è il carattere essenziale della modernizzazione attiva, di persone che si associano per rispondere alle emergenze che rilevano dalla realtà e così costruire attività economiche o movimenti politici. Un ulteriore impatto è nella concezione delle policy: nella modernizzazione passiva la classe che gestisce le risorse pubbliche promuove le attività economiche attraverso aiuti monetari, patti con alcuni e non con altri, magari con coloro che condividono appartenenze. Si tratta di una politica fondata sugli incentivi, sulla centralità dell’aiuto pubblico, sulle provvidenze economiche, ma anche sulle relazioni clientelari o saldate da interessi particolari, sulla cooptazione nelle aziende dello Stato. Il consenso deriva da una logica di scambio. Nella modernizzazione attiva invece le scelte di policy intendono promuovere la proattività di persone singole e associate, prodigandosi nella creazione delle condizioni capaci di facilitare la nascita di idee imprenditoriali dal basso (sostenibili perché premiate dal mercato), di aggregazioni, strutture associative o mutualistiche: si tratta di “fare un passo indietro” nella gestione diretta delle attività economiche, ma di investire di contro in infrastrutture e trasporti, servizi come istruzione e formazione, salute, orientamento al lavoro, cura per persone non autosufficienti e minori, cultura. Il consenso deriva dalla promozione della libertà. La modernizzazione attiva promuove la partecipazione, così come la modernizzazione passiva gli atteggiamenti egoistici e il ritiro negli interessi privati.


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Ecco, un analogo atteggiamento lo si può vivere in azienda. Quando il management si illude di conoscere dall’alto qual è il modo giusto per lavorare e ritiene di acquistare il consenso esclusivamente tramite lo stipendio, ritenuto ragione sufficiente per l’impegno e la fedeltà, promuove il familismo egoista con tutte le conseguenze che oggi diventano così evidenti, come il quiet quitting oppure il burn out l’infelicità in azienda per coloro che invece questa prospettiva non riescono proprio a mandarla giù. Oggi il mercato del lavoro è inteso dai lavoratori come un campo dove acquisire esperienze, ancora più che denaro, dove mettersi in gioco e vedere valorizzati e riconosciuti i propri talenti. Se in Città Metropolitana di Milano la durata media dei contratti di subordinazione a tempo indeterminato è di due anni e mezzo (come ci rivela l’Osservatorio del Mercato del Lavoro) significa che i lavoratori vivono il lavoro come progetto (come già avevano intuito Chiapello e Boltansky oltre vent’anni fa), con una durata, un inizio e una fine, che si valuta attraverso quanto quel lavoro è in grado di dare alla crescita della persona in termini di esperienza, di relazioni di valore, di riconoscimento e di coerenza rispetto al proprio quadro ideale ed etico. Ovviamente un imprenditore che non ascolta i propri lavoratori è destinato a creare un ambiente da cui tutti vorranno scappare. Che poi non si lamenti dell’alto turn over e della difficoltà a trovare candidati. 

Foto: Pexels


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