Periferie

Per cambiare Caivano i muscoli non servono a niente

Puntare solo sulla sicurezza e fare investimenti ambiziosi sulle infrastrutture fisiche, pensando che creino magicamente sviluppo è una chimera. Senza l’attivazione e l’intraprendenza delle comunità, il rischio di fallimento è altissimo

di Federico Mento

Napoli, un giovane steso in terra senza vita, un altro, minorenne, ha impugnato un’arma e sparato uccidendolo. Palermo, un gruppo di giovani violenta brutalmente una coetanea, riprendendo la terribile sequenza. Caivano, una terribile storia di abusi perpetuati ai danni di due adolescenti.  Vicende laceranti, per le vittime, i familiari, le comunità coinvolte. Lasciando da parte lo storytelling tossico di un cattivo giornalismo, che si nutre sfacciatamente del dolore altrui, questi eventi spalancano improvvisamente delle finestre su pezzi del Paese che non sapevamo ci fossero o, molto probabilmente, non volevamo vedere.

Eppure, chi, come le organizzazioni della società civile, in questi anni ha ascoltato la disperazione, parlato con i fragili camminato nei territori dell’abbandono, sa bene che nelle nostre città ci sono tanti altri luoghi dolenti come il Parco Verde. Di fronte a queste vicende, la politica agisce di riflesso, più per rabbonire l’indignazione collettiva, con provvedimenti raffazzonati, concepiti frettolosamente, utili però a saturare per qualche giorno le prime pagine dei giornali e i social media. L’instant politics non può attendere, sembra quasi rispondere alle logiche frenetiche della carta stampata, non si cura delle conseguenze che certe scelte potranno avere, in primo luogo sulla cultura giuridica del nostro Paese, alimentando una visione prettamente securitaria e repressiva dell’intervento dello Stato.

Alla fine degli anni ’90, il sociologo francese Loic Wacquant descriveva con grande lucidità il processo di transizione dello Stato sociale, che in Europa aveva vissuto la sua fioritura, a Stato penale. Questo passaggio epocale è accompagnato da continue ondate di panico morale, il cui obiettivo apparente – scrive Wacquant – sono «la delinquenza giovanile, la violenza urbana, i molteplici disordini generati nel crogiuolo dei quartieri a rischio, gli atti di inciviltà ecc.».

A distanza di oltre vent’anni, in piena epoca di “infocrazia”, prendendo a prestito il titolo di un recente lavoro di Byung-Chul Han, i meccanismi di attivazione del panico morale sono devenuti più pervasivi, acquisendo, di conseguenza, una maggiore potenza. D’altro canto, veniamo da una lunga stagione di de-infrastrutturazione dei presidi che tradizionalmente hanno governato i territori, il progressivo alleggerimento dello Stato sociale, associato all’incapacità di generare ricchezza e dunque lavoro, hanno contribuito al costante indebolimento del capitale sociale, soprattutto in quelle aree già segnate da profonde disuguaglianze.

Per affrontare la complessità delle nuove disuguaglianze, dobbiamo costruire risposte sofisticate e sistemiche, partendo da chi conosce profondamente quei territori

Se pensiamo che la risposta al disagio giovanile sia intervenire sul sistema della giustizia minorile, aumentando le pene o abbassando l’età di imputabilità, siamo completamente fuori strada. In primo luogo, perché misure come queste non hanno sortito risultati significativi in Paesi che prima del nostro hanno abbracciato la svolta securitaria. Per affrontare la complessità delle nuove disuguaglianze, dobbiamo costruire risposte sofisticate e sistemiche, partendo da chi conosce profondamente quei territori: le organizzazioni delle società civile, che operano in zone dove le istituzioni hanno da tempo fatto venire meno la propria presenza. Proponendo, però, logiche e modalità radicalmente differenti da quelle consuetudinarie, perché rigenerare capitale sociale in territori vulnerabili non può essere ridotto ad un progetto, da realizzare in dodici o ventiquattro mesi, con la sua timeline, milestones, deliverable ecc.


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Piuttosto, quelle organizzazioni hanno bisogno di risorse “svincolate”, che lascino spazio alla sperimentazione, perché non esiste una guida del bravo costruttore di capitale sociale, e di investimenti di lungo periodo (almeno cinque anni), perché generare cambiamento necessita di tempo, tanto tempo. E magari di meccanismi che favoriscano l’aggregazione, in luogo di spingere sulla competizione per risorse sempre più scarse. Per quanto si possa fare investimenti ambiziosi sulle infrastrutture fisiche, pensando che creino magicamente sviluppo, senza l’attivazione e l’intraprendenza delle comunità, il rischio di fallimento è altissimo. Talvolta, basterebbe guardare a ciò che ha funzionato, pensiamo ad esempio a come Fondazione Con il Sud abbia giocato il ruolo di soggetto abilitante, alimentando il rafforzamento del capitale sociale in zone estremamente delicate del meridione. Prendersi cura dei territori che non hanno voce necessita di visione, capacità di ascolto, fiducia, non saranno certo pene più severe a cambiare quei contesti. 

Foto di Alessandro Garofalo/LaPresse: Parco Verde di Caivano


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