Ue

Quel costoso show del pugno di ferro dell’Europa sui migranti

Il 2023 si è chiuso, in materia di politiche migratorie europee, con quella che la Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola ha definito «un accordo storico su una nuova serie di regole per gestire la migrazione e l’asilo». Una grande messinscena ad uso e consumo delle prossime elezioni continentali

di Alessandra Sciurba

Il 2023 si è chiuso, in materia di politiche migratorie europee, con quella che la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola ha definito «un accordo storico su una nuova serie di regole per gestire la migrazione e l’asilo». Un accordo rispetto al quale l’attuale governo italiano ha rivendicato di aver dato un contributo fondamentale, e il cui accoglimento trionfalistico è stato smorzato solo da due voci estremamente distanti l’una dall’altra: quella di Paesi come l’Ungheria, impegnati a rafforzare il proprio sovranismo rifiutando platealmente ogni ipotesi di collaborazione pur in relazione a politiche interamente ispirate alla cosiddetta “difesa” dei confini, e quella delle Ong impegnate all’opposto nella difesa dei diritti fondamentali, le quali hanno denunciato senza mezzi termini la crudeltà – e i rischi di violazione rispetto ai principi del diritto internazionale dei diritti umani – del sistema che l’Ue sta costruendo. 

Effettivamente, quello che si evince dai documenti e dalle dichiarazioni istituzionali che sono circolati è che le nuove regole appaiono decisamente e abbastanza esplicitamente orientate a porre fine alle garanzie poste a tutela del diritto d’asilo, o quanto meno a dare un netto giro di vite: si prevede che la detenzione generalizzata di chi cercherà di esercitare questo diritto diventi pratica sempre più diffusa, anche (de)portando i richiedenti in Paesi terzi che nulla hanno a che fare con la loro storia e il loro percorso migratorio; ancora più formalizzati e facilitati dovranno poi essere i respingimenti nei Paesi di transito, inclusi quelli, come la Libia, dove le più gravi violazioni dei diritti umani, fino alla tortura, sono ampiamente comprovate, e dove la cooperazione con gli Stati europei, in primis l’Italia, ha solo finanziato e dato copertura istituzionale al traffico di esseri umani.

mentre guerre e massacri stanno incendiando il mondo intorno a noi, vicinissimo a noi, gli Stati membri dell’Unione ritengono che l’urgenza sia quella di continuare a costruire muri, fortezze, divisioni, gerarchie tra Paesi e persone

La retorica è quella del necessario superamento del Regolamento di Dublino che imponeva il criterio (effettivamente insensato e che è da ostacolo, nella maggior parte dei casi, anche ai progetti di vita dei richiedenti protezione) dell’analisi della richiesta di asilo nel Paese di primo ingresso; la realtà è che l’idea di “solidarietà” europea che sta a fondamento del nuovo accordo si concretizza principalmente nell’obbligo per tutti gli Stati di partecipare al finanziamento delle politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Ue, col loro correlato sistema di confinamento delle persone in migrazione dai Sud del mondo.

Eppure, sarebbe stato sufficiente e infinitamente meno dispendioso stabilire un sistema coordinato di ingressi legali realmente percorribili, nonché rispondenti alle necessità dei Paesi europei – sempre più vecchi e bisognosi di persone giovani che occupino con urgenza posizioni lavorative essenziali –, per superare la maggior parte delle criticità che in questi ultimi decenni sono state costruite ad hoc rispetto alla gestione dei movimenti delle persone in migrazione. 

Sarebbe bastato investire risorse estremamente meno esose di quelle che si stanno mettendo in campo per la militarizzazione delle frontiere in quelle politiche di inclusione che, dove e quando hanno funzionato, hanno dimostrato che i “problemi culturali” esistono solo quando le persone vengono marginalizzate e private dei loro diritti, e scompaiono invece in società aperte e realmente capaci di dare opportunità e valorizzare le differenze delle storie e dei percorsi.

E invece, proprio mentre guerre e massacri stanno incendiando il mondo intorno a noi, vicinissimo a noi, gli Stati membri dell’Unione ritengono che l’urgenza sia quella di continuare a costruire muri, fortezze, divisioni, gerarchie tra Paesi e persone.

Le riforme previste dall’accordo Ue dovrebbero essere varate, neanche a dirlo, prima delle elezioni europee del prossimo giugno che sono il vero palcoscenico per il quale questo show del pugno di ferro è stato sceneggiato. 

Foto: Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo


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