Prima le persone?

Sui migranti la più grande criminalizzazione della solidarietà dai tempi del fascismo

Nei giorni in cui Mimmo Lucano è stato sostanzialmente sollevato dalla accuse di malagestione del modello Riace e si è aperto un durissimo scontro fra magistratura e Governo sulle nuove norme riferite alla gestione dei migranti occorre fare una riflessione collettiva: niente è fatto per offrire alle persone che fuggono da conflitti, persecuzioni e miseria modi legali e sicuri di spostarsi senza pagare trafficanti e carcerieri, ma tutto è finalizzato a delegare a questi ultimi sempre più potere di vita e di morte, facendo accordi con i governi falliti, o corrotti

di Alessandra Sciurba

Croce Rossa

Il 3 ottobre del 2013 morivano di fronte l’Isola dei conigli, a Lampedusa, 368 persone, di cui la grande maggioranza donne e bambini. 

Ricordiamo tutti le file di bare marroni, alternate con quelle bianche più piccole, sulle quali le autorità hanno versato fiumi di discorsi tanto compassionevoli quanto deresponsabilizzanti. Uno spettacolo terribile, così simile a quello cui abbiamo assistito al palasport di Crotone all’inizio di quest’anno, dopo il naufragio di Cutro, avvenuto ancora più vicino alle coste italiane. In questo secondo caso, però, la compassione ha lasciato immediato spazio alla criminalizzazione delle vittime – «non ci si mette in mare con dei bambini, non si abbandona il proprio Paese», ha sentenziato dalla sua comoda poltrona il ministro dell’Interno – e all’emanazione di un decreto che ha di fatto condannato all’irregolarità la maggior parte dei richiedenti asilo nel nostro Paese.

In mezzo, tra il 2013 e questo 2023, sono del resto intercorsi dieci anni surreali, in cui a fronte di decine di altri naufragi e decine di migliaia di persone inghiottite dal Mediterraneo, si è realizzata la più grande criminalizzazione della solidarietà dalla fine del fascismo.

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Dopo la breve parentesi dell’operazione Mare Nostrum nel 2014, i governi italiani di ogni colore hanno portato avanti una battaglia, costi quel che costi, non per salvare più persone possibile, ma per rendere sempre più difficili i salvataggi, combattendo come nemici pubblici le navi della società civile nel frattempo scese in mare per prestare soccorso, fino a sentire oggi un ministro della nostra Repubblica affermare che il fatto che uno stato come la Germania faccia una donazione alle Ong che operano nel Mediterraneo rappresenta “un atto ostile, una vergogna, un oltraggio”.

In questa battaglia cinica e paradossale, inoltre, niente è fatto per offrire alle persone che fuggono da conflitti, persecuzioni e miseria modi legali e sicuri di spostarsi senza pagare trafficanti e carcerieri, ma tutto è finalizzato a delegare a questi ultimi sempre più potere di vita e di morte, facendo accordi con i governi falliti, o corrotti, o dittatoriali di paesi di transito come la Libia o la Tunisia, pagandoli per catturare in mare e respingere nel deserto, in assoluta violazione dei principi del diritto internazionale dei diritti umani e del mare.

L’ultimo atto, questo sì un oltraggio, è stato il vertice tenutosi a Palermo il 29 settembre scorso, per stringere nuove intese simili con le delegazioni di 34 paesi dell’area mediterranea, strumentalizzando persino il nome di Giovanni Falcone, e il capoluogo siciliano che è stato simbolo dell’antimafia, per fare passare queste violazioni dei diritti e del diritto come lotta alla criminalità organizzata. 

I due ministri italiani presenti erano quelli che avevano appena firmato il decreto che impone a chi chiede asilo in Italia di dare una garanzia di quasi 5.000 euro per non essere incarcerato («come nei lager in Libia, si chiede la taglia per essere rilasciati», mi hanno detto tanti amici che a quei campi sono sopravvissuti a stento). Decine di centri detentivi, peraltro assolutamente inutili rispetto allo scopo dichiarato del rimpatrio, stanno aprendo in tutta Italia dopo avere smantellato il sistema di accoglienza che era l’unico strumento di reale sicurezza e inclusione. Abbiamo visto, nelle ultime settimane, donne, uomini e bambini dentro gabbie improvvisate, senza cibo e assistenza.

Decine di centri detentivi stanno aprendo in tutta Italia dopo avere smantellato il sistema di accoglienza che era l’unico strumento di reale sicurezza e inclusione. Abbiamo visto, nelle ultime settimane, donne, uomini e bambini dentro gabbie improvvisate, senza cibo e assistenza

È tanto faticoso quanto importante ribadire ancora e sempre che tutto questo è fatto in nome di un’emergenza che non c’è (basta comparare i numeri reali delle persone migranti che hanno attraversato l’Italia negli ultimi 10 anni), ma che è costruita ad arte per spaventarci e ottenere facile consenso.

Durante la contro-manifestazione voluta a Palermo da più di cento realtà laiche e religiose per dire a quei governanti “I criminali organizzati siete voi. Non nel nostro nome, non nel loro nome”, nel nome di chi le mafie, quelle vere, le ha combattute fino alla morte, abbiamo attraversato un quartiere molto povero della città. Donne e uomini di origine gambiana, italiana, ivoriana, senegalese, hanno parlato a chi guardava stupito quel corteo dalle finestre, o sulla soglia dei bar e delle botteghe. Hanno chiesto loro di aprire gli occhi, di svegliarsi dall’ipnosi, di capire che questa violenza razzista, alle frontiere e dentro le nostre città, vuole dividerci per non farci reagire ai veri problemi che affrontiamo ogni giorno: la mancanza di un reddito e di un lavoro dignitosi, la sanità in pezzi, l’isolamento e l’individualismo dilaganti, la distruzione dei punti di riferimento educativi e sociali. Annuivano, quelle spettatrici e quegli spettatori che probabilmente non avevano mai partecipato a una protesta in vita loro. Capivano che c’era qualcosa di molto vero, in quelle parole. Alcuni ragazzini si sono uniti al corteo. Ed è questa la speranza. 

Credit foto: Croce rossa italiana/archivio VITA


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