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Il nostro vino non è figlio di un bio minore

Riuniti a Frascati per una rassegna internazionale, i viticoltori europei chiedono alla Commissione un disciplinare per la vinificazione e non solo per i vigneti

di Roberto Formica

Cara Europa, dacci regole certe per il vino biologico. I vigneron bio presenti il 5 e 6 maggio scorsi al Biobacchus di Frascati, manifestazione internazionale dedicata alla produzione di vini italiani ed europei, hanno le idee chiare. Nella pittoresca Villa Aldobrandini, l’affascinante complesso cinquecentesco che domina dall’alto la capitale dei Colli Romani, città-simbolo dei “vini de li castelli”, si sono incontrati viticoltori, studiosi e addetti ai lavori. Una sorta di vertice internazionale, di summit, sul vino biologico. Da chiarire subito che si legge vino biologico ma si scrive “vino ottenuto da uve provenienti da agricoltura biologica”. Come mai? La risposta del professor Roberto Zironi, docente di enologia presso la facoltà di Agraria dell’Università di Udine, è puntuale ed esauriente: «Tuttora esiste una legislazione comunitaria che regolamenta solamente la produzione delle uve, ma nulla dice sulle tecniche di trasformazione e sul prodotto finale. Al momento sull’etichetta si può indicare unicamente il metodo di coltivazione delle uve, ma il vino non può essere chiamato biologico. Serve invece una legislazione chiara e precisa sull’intera produzione». Così, se il consumatore incuriosito comincia a scoprire poco a poco quello che fino a qualche anno fa era un settore totalmente sconosciuto, ora cominciano a nascere inevitabilmente le prime legittime preoccupazioni sul futuro di uno degli ambiti agroalimentari di maggior sviluppo dei prossimi decenni. Perché, se lo scenario del terzo millennio sarà contraddistinto da modificazioni genetiche da un lato e ritorno alla tradizione e alla terra dall’altro, i produttori vogliono essere tutelati da una regolamentazione. L’obiettivo è impedire che, un giorno, di equiparare chi lavora ancora con un criterio naturale e chi, invece, possa usare ed abusare di una “etichetta” e di un modo di produrre. Per fare un paragone semplice inerente all’ultimo decennio si può osservare il trend che ha contraddistinto il boom dell’agriturismo: in principio i pochi “matti” che cominciarono ad investire tempo, anima, cuori e denari in questo ambito erano considerati degli invasati ideologici al pari dei figli dei fiori, mentre qualche anno dopo furono in molti a seguirli. Il motivo? Semplicissimo. Fondi. Intesi in senso monetario, naturalmente. Dalla tavola rotonda del 6 maggio sono emersi due dati importanti: innanzitutto una domanda crescente all’estero di vini italiani prodotti in modo biologico e un’offerta tricolore insufficiente; inoltre in altri Paesi esiste una legislazione più dettagliata in materia. Ecco perché un disciplinare ad hoc verrà proposto dalla commissione italiana agli organi competenti in ambito comunitario. Mentre il ministero per le Politiche Agricole ha già ipotizzato la creazione di una sorta di marchio di tutela, anziché la possibilità di chiamare il vino “biologico”. A Frascati sono stati presentati anche i risultati delle sperimentazioni delle tecniche di vinificazione condotte in parallelo in Grecia e in Italia. A rappresentare il vino ellenico il Roditis delle cantine Ligas di Pella, mentre a parlare italiano è stato il Labicum bianco (Malvasia) di Francesca Cardone di Montecompatri (Roma). La kermesse laziale ha visto inoltre la partecipazione al concorso internazionale di un centinaio di produttori da tutto il mondo, degustati e premiati da una giuria qualificata. Biobacchus, dal canto suo, ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per poter assumere, con il tempo, la veste di vertice internazionale sullo stato di salute del vino bio, prodotto secondo i canoni rigorosi di questo nuovo settore di nicchia. Prosit.


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