Giovani

Crollo della dispersione scolastica? Bene, ma molto meno di quello che si potrebbe pensare

di Chiara Ludovisi e Matteo Riva

Il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8% nel 2024, minimo storico secondo Eurostat. Il nostro Paese si avvicina al traguardo europeo del 9% entro il 2030. Ma nonostante i progressi, restano forti divari territoriali e sociali: il Sud, gli studenti stranieri e i ragazzi con genitori poco istruiti sono i più penalizzati. Preoccupa anche la dispersione implicita: competenze in calo soprattutto al Sud. La sfida è garantire equità e qualità dell’istruzione per tutti

Il risultato è buono, qualcuno lo definisce addirittura storico: il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8%. Mai così basso. Risulta così ampiamente centrato – e in anticipo – l’obiettivo per cui il Pnrr aveva stanziato 1,5 miliardi di euro: portare la dispersione scolastica sotto il 10,2% entro il 2026. Non solo: siamo vicini anche al nuovo obiettivo Ue per il 2030, che prevede di portare il tasso medio degli abbandoni scolastici al 9% o sotto. Per una volta, insomma, l’Italia si avvia a centrare nei tempi un traguardo europeo, con un’accelerazione negli ultimi 25 anni che val bene un encomio: basti pensare che nel 2000 la percentuale di ragazzi e ragazze che lasciava la scuola superava il 25% e nel 2010 ancora sfiorava il 20%. La buona notizia è contenuta negli ultimi riferiti da Eurostat (maggio 2025) sugli  Elet, ovvero gli Early Leavers from Education and Training (in italiano, sono i giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione). 

Bisogna però avere ben chiaro di cosa ci parlano questi dati e di cosa, invece, non ci parlano: prima di tutto, fotografano solo la dispersione cosiddetta esplicita, perciò i numeri si riferiscono solo a coloro che, tra i 18 e i 24 anni, hanno abbandonato la scuola senza aver conseguito un diploma di secondaria superiore e senza frequentare percorsi di istruzione o formazione professionale. I dati non fotografano, quindi, tutti coloro che, pur continuando a essere formalmente iscritti, a scuola non ci vanno o ci vanno ma non acquisiscono le competenze minime previste: la cosiddetta dispersione implicita.

Così come nulla ci dicono, questi numeri, di cosa, come, quando e tantomeno perché sia avvenuto l’abbandono del percorso formativo: per sapere qualcosa rispetto a questo, occorre consultare altri dati, come quelli del ministero dell’Istruzione, peraltro non recentissimi. Questi ci sveleranno – come vedremo – che il numero più alto di abbandoni avviene alle superiori, ma non è trascurabile il numero di coloro che abbandonano la scuola durante le secondarie di primo grado, o nel passaggio alle superiori, o perfino durante la scuola primaria. Su questo i dati sono pochi, eppure significativi. Premesso e precisato ciò, torniamo ai dati di Eurostat sugli Elet e agli evidenti passi avanti compiuti negli ultimi due decenni dal nostro Paese. 

Parallelamente alla riduzione del tasso di dispersione esplicita, si è costantemente assottigliata, negli anni, anche la forbice rispetto alla media europea: solo nel 2020, l’Italia stava al 13,1% e la media europea era al 10,1%. Nel 2024, invece, l’Italia è al 9,8%, a fronte di una media europea del 9,3%. In quattro anni, il nostro Paese ha risalito così ben sette posizioni in classifica, passando dal 20° posto del 2020 al 13° del 2024. Secondo le previsioni Invalsi, rivelate proprio pochi giorni fa e calcolate grazie a un complesso incrocio di dati, l’Italia taglierà il traguardo europeo già nel 2025, con un tasso nazionale medi di Elet che dovrebbe scendere intorno all’8,3%. 

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