Monsignor Luigi Renna

“Dire di fermare gli sbarchi significa mandare a morire i nostri fratelli”

3 Ottobre Ott 2022 1658 03 ottobre 2022
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L’arcivescovo di Catania e presidente della commissione per i problemi sociali e lavoro, giustizia e pace della Cei interviene su alcuni degli aspetti cruciali che oggi mettono a dura prova la società civile. Dal caro energia, all’affacciarsi di nuove mafie inclini agli affari, al tema dell’immigrazione dove la politica non può ignorare quella che è l’unica e inequivocabile visione cristiana

Monsignor Luigi Renna, arcivescovo di Catania (foto ap)

«La missione sociale è un aspetto dell’evangelizzazione, della Chiesa e quindi anche di un vescovo» così Monsignor Luigi Renna, 56 anni, arcivescovo di Catania e presidente della commissione per i problemi sociali e lavoro, giustizia e pace della Cei interviene su alcune delle questioni che più preoccupano le famiglie italiane. Uno sguardo di insieme su temi cruciali come quello della trasparenza in cui come emerge dall’ultima relazione annuale della Dia emergono «mafie meno violente, ma più inclini agli affari», all’avanzare delle destre in Europa che non possono ignorare su certi temi, come quello dell’immigrazione, quella che è l’unica visione cristiana: «Dire di fermare gli sbarchi equivale a dire di lasciar morire queste persone, non si possono continuare a rispedire questi nostri fratelli in Libia, siamo chiamati ad accogliere e costruire insieme a loro il nostro futuro». Monsignor Renna ha di recente inaugurato la caffetteria sociale “Pane Quotidiano”, nella Locanda del Samaritano a Catania. Sulle realtà di innovazione sociale del territorio ha aggiunto: «sono opere generosissime, ma di supplenza a quello che dovrebbe faro lo Stato, spero quindi che con il passare del tempo ci sia sempre più il coinvolgimento da parte di chi è chiamato a prendersi cura del bene comune».

Appena pochi giorni fa in Cattedrale a Catania ha vissuto il momento della celebrazione dell’imposizione del pallio consegnato e benedetto il 29 giugno da Papa Francesco nella Basilica Vaticana. Cosa rappresenta per lei questo momento? L’imposizione del pallio rappresenta innanzitutto il forte legame con il Papa, la Chiesa e con i vescovi delle diocesi vicine, in questo caso quelle di Acireale e Caltagirone. Nella simbologia del pallio donato dal Papa c’è il richiamo a Cristo buon pastore che porta sulle sue spalle la pecora smarrita, tutti, quindi anche gli ultimi. La lana che è il materiale del pallio richiama al buon odore, come dice il Papa, delle pecore di cui un pastore deve essere sempre intriso, è quindi un richiamo alla mia vocazione con il popolo di Dio.

Poco dopo il suo insediamento, per citare un esempio, l’abbiamo vista davanti ai cancelli dello stabilimento della Pfizer al fianco dei lavoratori a rischio licenziamento. Quanto è importante la missione sociale nel suo mandato di pastore della Chiesa catanese? Nell’evangelizzazione c’è una forte attenzione al sociale, è parte della missione della Chiesa e quindi anche del vescovo. Questo a Catania, ma credo un po’ ovunque, assume una dimensione di un impegno totale che va dall’educazione - come ho voluto sottolineare agli studenti nel mio messaggio in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico - a temi come quelli del lavoro, della politica e oggi soprattutto a quello della trasparenza. Abbiamo letto in questi giorni nella relazione annuale della Dia come imperi oggi una mafia degli affari, non più violenta e quindi dobbiamo vigilare su più fronti: su quello della strada, ma anche su quello della politica e dell’economia.

Cosa ha voluto dire agli studenti? Un messaggio semplice, cioè l’augurio che Rosso Malpelo personaggio verghiano nato nella nostra terra che richiama la povertà dei ragazzi costretti un tempo a lavorare nelle solfatare, incontri oggi un Don Milani, una persona che lo riscatti e lo aiuti a crescere dal punto di vista culturale. È stato un richiamo a non abbandonare la scuola e ovviamente questo messaggio non può essere rivolto solo agli studenti, ma anche ai genitori e alle istituzioni, ma su questo credo che si sta facendo rete.

Quanto c’è bisogno di iniziative di innovazione sociale mirate a coinvolgere i giovani, dal lavoro sui beni confiscati alle realtà che propongono modelli sostenibili di agricoltura? Da questo punto di vista credo che a Catania ci sia davvero tanto. Sabato scorso ho inaugurato la caffetteria sociale Pane quotidiano voluta dai vincenziani nella Locanda del buon samaritano per l’inserimento nel mondo del lavoro di immigrati e persone povere. All’interno della Chiesa e nella società civile ci sono oggi tante realtà che operano su temi che vanno dall’educazione, all’integrazione, alla lotta alle povertà e tante altre ne stanno nascendo: sono opere generosissime, ma di supplenza a quello che dovrebbe faro lo Stato, spero quindi che con il passare del tempo ci sia sempre più il coinvolgimento di chi è chiamato a prendersi cura del bene comune.

Le famiglie italiane stanno vivendo un momento difficile dovuto al caro dell’energia trovandosi in ginocchio. Come gli italiani possono affrontare questo momento e quali sono le responsabilità della politica? Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha sottolineato all’indomani delle elezioni le priorità che credo la politica oggi abbia ben presenti, tra queste il caro dell’energia che richiede un sostegno alle famiglie meno abbienti e alle imprese che altrimenti rischiano di fallire. Spero che questo invito della Cei sia accolto. Inoltre siamo tutti chiamati ad un uso più sobrio dell’energia negli ambienti di vita comune, forse così impareremo meglio a distinguere il superfluo dal necessario. Dobbiamo sempre più accelerare il processo di transazione ecologica che diventa una necessità quando già in passato ne avremmo dovuto fare una virtù.

Nei recenti comizi elettorali le forze di centrodestra hanno invocato temi che fanno dell’immigrazione una questione politica, chi ha invocato i “blocchi navali”, chi i “decreti sicurezza”. Eppure non c’è un’emergenza sbarchi e non si citano mai i numeri delle persone che vengono rispedite in Libia, in quelli che più volte Papa Francesco ha definito lager. La preoccupa l’avanzare di questo tipo di destre in Europa? Credo che in tutti gli schieramenti politici ci sia qualcosa di buono, ma non ci può essere una visione totale di quella che invece è l’ispirazione e la visione della dottrina sociale della Chiesa. La destra, certamente, ha tanti valori che difende, come quello della famiglia, quello della vita, dal suo nascere al suo naturale compimento, però dispiace che su questo tema si hanno visioni allarmistiche e poco rispettose della dignità delle persone. Non ci si cura di quella che è la situazione in Libia dove le condizioni inumane che vivono questi nostri fratelli in carcere sono oggi risapute. Il Mediterraneo è diventato un cimitero, come lo è il Sahara, quindi se è giusto regolamentare non si può parlare in maniera indiscriminata di fermare gli sbarchi, significa lasciare morire queste persone o abbandonarle in situazioni dove in qualche modo troveranno la morte. Spero che le destre abbandonino questa visione e si rendano conto che noi abbiamo bisogno di costruire il futuro con questi fratelli, considerando anche la denatalità di questi anni. Dobbiamo accogliere queste persone perché indipendentemente dalla loro nazionalità di provenienza fanno parte della stessa nostra umanità. Non smetterò mai di sottolineare che la visione cristiana riguardo agli immigrati è molto chiara e appare in tutti i discorsi del Papa. Si tratta di accogliere, accogliere in maniera regolamentata, ma non certo di rispedire le persone in situazioni di disagio e di morte.

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