Welfare & Lavoro

La solitudine? Invecchia e fa ammalare

L’isolamento accelera la senescenza e il decadimento cognitivo, che agita lo spettro della demenza, ma resta da valutare l’efficacia di interventi di contrasto tardivi. Le dimensioni del fenomeno impongono però di agire in fretta. Di «brain health» si è parlato anche al congresso europeo di neurologia in corso a Budapest

di Nicla Panciera

L’isolamento sociale ha un impatto sulla struttura e funzionalità cerebrale e favorisce una riduzione del volume della corteccia cerebrale. L’invecchiamento porta con sé una fisiologica atrofizzazione del cervello, che però la solitudine sembra catalizzare e accelerare in modo patologico, con caratteristiche che si possono riscontrare nelle demenze. Lo mostra uno nuovo ampio studio, condotto su quasi duemila persone cognitivamente sane di età compresa tra i 50 e gli 82 anni, già reclutate nello studio prospettico longitudinale Life (Health Study of the Leipzig Research Centre for Civilization Diseases).

I ricercatori del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia, guidati da Veronica Witte, hanno indagato con risonanza magnetica l’encefalo dei partecipanti, di cui erano già noti i dati sanitari e le abitudini di vita, tra cui il livello di socialità, all’inizio dello studio e poi a distanza di sei anni. Ne è emersa un’associazione tra elevati punteggi di isolamento sociale e la riduzione dello spessore di alcune aree corticali, come il precuneo, il cingolo posteriore della circonvoluzione sopramarginale e il giro frontale medio. Ma soprattutto si è vista anche una riduzione del volume dell’ippocampo, un tipico riscontro della demenza di Alzheimer. Non solo. I livelli di solitudine si associano anche al peggiormento di alcune funzioni cognitive, come la memoria, la velocità di elaborazione e le capacità esecutive che spesso sono la prima spia di un decadimento cognitivo lieve che può preludere alla demenza. E proprio queste funzioni erano più scarse negli individui soli o che lo erano diventati al follow up.

L’associazione tra solitudine e isolamento sociale e demenza è nota da tempo, ma ancora poco si sa dei meccanismi neurobiologici sottostanti. Da qui, l’importanza di condurre studi in grado di fornire misurazioni oggettive di atrofia cerebrale e di stabilire precisi rapporti di causa-effetto (si potrebbe infatti sostenere che le persone tendono a isolarsi perché hanno già problemi cognitivi). «Quello del Max Planck è un lavoro che conosco, molto robusto, in cui sono stati indagati molti soggetti e molti più parametri di quanto si potesse fare un tempo; il risultato non sorprende, è in linea con altri lavori che guardavano agli effetti della solitudine sui parametri biologici, come ad esempio la risposta immunitaria, e con gli studi di intervento» commenta Stefano Cappa, neurologo dello Iuss di Pavia, dove dirige lo @IussIcon e studia in particolare le basi neurologiche di linguaggio, memoria e comportamento sociale. In quest’ambito ha lavorato con i fondatori della disciplina, i neuroscienziati di Chicago Stephanie e John Cacioppo (il loro libro di riferimento Introduzione alla neuroscienze sociali è pubblicato in Italia da Raffaello Cortina). «L’effetto sui volumi cerebrali indica una modificazione delle sinapsi ed è un correlato anatomico della variazione funzionale che abbiamo visto anche noi», spiega, riferendosi al lavoro del suo gruppo apparso su Neuroimage già nel 2017 dove si vede che la solitudine è associata a un’alterazione dei processi attenzionali, cognitivi e affettivi, nel senso di una ipervigilanza verso stimoli sociali percepiti come minacciosi.

La solitudine altera il cervello ed è un fattore di rischio per la demenza, nessun dubbio. Tuttavia, una ragione di ottimismo c’è. Infatti, i ricercatori tedeschi fanno notare che a contare non è solo la solitudine riportata inizialmente dai soggetti, ma anche l’evoluzione negli anni della condizione di partenza. Ciò apre le porte a eventuali misure di prevenzione primaria, come il fornire precocemente l’opportunità di interazione sociale a tutti. Ma per Cappa «andrebbe studiata e verificata anche l’efficacia di interventi tardivi, di prevenzione secondaria, sugli anziani, perché misura più fattibile di una generale promozione della salute del cervello, la cosiddetta brain health, attraverso la socialità». Il neurologo ci parla da Budapest, dove è in corso il congresso europeo di neurologia Ean2023 e si è parlato dei progetti di brain health al centro delle priorità anche del Consiglio europeo per la ricerca neurologica Ebc. «È una questione di salute pubblica, che riguarda un grande numero di persone e non è strettamente sanitaria. Inoltre, dovesse arrivare un farmaco per l’Alzheimer, sapere che la sua efficacia viene potenziata da interventi di natura sociale sarebbe molto importante da tanti punti di vista. Anche economici e organizzativi, perché non è più pensabile organizzare tutti i servizi per l’Alzheimer guardando solo agli aspetti medici».

Se la solitudine è una possibile concausa della demenza, non dovrebbe essere difficile trovare metodi per contrastarla. Eppure non è così semplice. Strategie individuali per superare la solitudine potrebbero non essere sufficienti, gli interventi dovrebbero riguardare le sue origini che risentono certamente di un fattore culturale, dal momento che i tassi di isolamento sociali schizzano molto in alto in alcuni paesi ma non in altri. «La solitudine morde nella povertà urbana» commenta Cappa, che aggiunge: «Un altro aspetto cruciale è il prendersi cura del proprio udito, che contribuisce molto più di quanto non si immagina alle relazioni sociali».

Insomma, socializzare non è un capriccio, come confermano anche i recenti studi relativi alla pandemia, condotti sui sani e sulle persone con disturbi cognitivi più e meno gravi, tutti rapidamente peggiorati nei mesi di lockdown. Chiaramente non è solo il sistema nervoso centrale a risentire così massicciamente dei suoi effetti, ma l’intero organismo. Come ha dimostrato una meta-analisi di ventitré studi sull’argomento, per un totale di 181mila soggetti monitorati dai 3 ai 21 anni, e apparsa su Heart, la solitudine aumenta di un terzo il rischio di avere un ictus o di sviluppare una malattia coronarica, due delle principali cause di malattia e morte nei nostro paesi ricchi.

Le pubblicazioni sull’argomento, in costante crescita in un gran numero di riviste scientifiche, non fanno che confermare le ripercussioni della solitudine su numerosi aspetti dalla salute dell’individuo, emotivi, cognitivi, fisici e comportamentali.

Photo by Sasha Freemind on Unsplash


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