Politica & Istituzioni

Le sei dichiarazioni lacunose di Giorgia Meloni per il Consiglio europeo

Il continuo uso del termine “difesa” indica che c’è un attacco, un nemico che ti sta invadendo per conquistarti e dominarti. È questo che la presidente del Consiglio intende trasmettere alla nazione? Alimentare la paura semplificando al massimo la materia aiuta a coprire la propria incapacità, comune ai precedenti governi italiani e alle istituzioni europee, di governare la realtà dell’immigrazione e dell’asilo dotandosi di politiche comuni coerenti

di Nino Sergi

La Comunicazione della presidente Giorgia Meloni al Parlamento, in vista della riunione del Consiglio europeo del 29 e 30 giugno, pone alcune domande. Mi soffermo soprattutto sulla parte relativa alla migrazione – “tema centrale, soprattutto grazie all’impegno italiano” – e al rapporto con i Paesi africani, cercando rispettosamente di intervenire nelle lacune della comunicazione, riferendomi anche ad un recente documento di LINK 2007.

Il tono sguaiato

Perché la presidente del Consiglio deve mettersi a gridare per cercare di enfatizzare le proprie posizioni, come avvenuto non solo nelle repliche ma anche durante la comunicazione alla Camera? Sforzarsi di parlare con pacatezza almeno nelle sedi istituzionali, usando la forza del ragionamento piuttosto che quella dell’urlo che non si addice certo al presidente del Consiglio dei ministri, potrebbe garantirle maggiore autorevolezza. Non è la prima ad avere “passione politica” ma è la prima presidente del Consiglio ad esprimerla in modo sguaiato.

«Se non si affronta a monte il tema della difesa dei confini esterni dell’Unione europea, se non si contrasta l’immigrazione illegale prima che giunga sulle nostre coste, è impossibile realizzare una politica di migrazione e di asilo giusta ed efficace».

Difesa dei confini

Difesa dei confini dell’Ue. Il continuo uso del termine “difesa” indica che c’è un attacco, un nemico che ti sta invadendo per conquistarti e dominarti. È questo che la presidente del Consiglio intende trasmettere alla nazione? Ritengo che in parte sia proprio così: alimentare la paura semplificando al massimo la materia aiuta a coprire la propria incapacità (comune ai precedenti governi italiani e alle istituzioni europee) di governare la realtà dell’immigrazione e dell’asilo dotandosi di politiche comuni coerenti. Prima la difesa dei confini e poi le politiche. Non si rende conto la presidente Meloni che è proprio la definizione di una politica seria, complessiva, lungimirante dell’immigrazione e dell’asilo, italiana ed europea, a poter rappresentare la base per il controllo degli ingressi e il riconoscimento della protezione?

Il non governo delle migrazioni

Contrasto dell’immigrazione illegale. E chi non è d’accordo? Continuare a ripetere che “si entra in Italia solo nel rispetto delle leggi dello Stato” è un’evidenza che però contrasta con l’attuale normativa che si è dimostrata inadeguata a promuovere gli ingressi regolari per lavoro, resi difficili nel quadro delle limitate quote annuali prefissate e dei relativi ostacoli burocratici, che non corrispondono ai reali bisogni, alle quantità, ai tempi ed alla varietà e dinamicità del sistema produttivo italiano, come anche alle crescenti necessità del welfare per una popolazione in invecchiamento. Da anni sono quasi impossibili gli ingressi regolari, controllati, sicuri, favorendo così – pur dichiarando di volerle combattere – l’irregolarità e l’iniziativa di faccendieri e trafficanti senza scrupoli. La realtà della migrazione e dell’asilo è complessa. Sono decenni che se ne parla, con pagine e pagine di proposte e linee guida, frutto di studi, approfondimenti e confronti politici e tra stati, ai quali hanno partecipato anche l’Italia e gli altri paesi Ue: ma è come se ogni volta si volesse ricominciare da capo, forse senza accorgersi che in questo modo l’analisi e le proposte si impoveriscono, allontanando ciò che si afferma di voler perseguire: il governo delle migrazioni (Agenda 2030 dell’Onu, obiettivo 10). Urge la definizione di ingressi regolari per motivi di lavoro e di studio, in un quadro di politiche e normative europee condivise. L’Italia inizi a fare la propria parte. Inoltre, se mantenuti tali come succede, gli irregolari non pagano tasse e contributi e contribuiscono al rafforzamento della diffusa economia sommersa, profittatrice dello stato di bisogno. Anche l’istituzionalizzazione della migrazione circolare, con possibilità di ritorno in patria e possibilità di nuovo ingresso regolare in Italia, potrebbe rappresentare un valido strumento per garantire migliori condizioni di mobilità ai migranti e di accesso regolare al mercato del lavoro sia in Italia che nel proprio paese esercitandovi le competenze professionali acquisite.

«Una civiltà come la nostra non può lasciare agli schiavisti del ventunesimo secolo, trafficanti senza scrupoli che lucrano sulle vite umane, il potere di decidere chi entra e chi no in Europa. L’immigrazione irregolare di massa non ha niente di umano e solidale. E colpisce i più deboli, i più fragili, a partire da coloro che avrebbero diritto ad essere accolti».

Patti discutibili

I giusti anatemi contro “i trafficanti senza scrupoli che lucrano sulle vite umane” avrebbero maggiore senso se accompagnati non tanto da articoli del codice penale ma dalle decisioni politiche che dovrebbero essere prese. Fino a quando non ci saranno altre vie di ingresso regolare – che corrispondano realmente alle necessità e possibilità di nuovi inserimenti lavorativi – questi rischiosi arrivi via mare o via terra rappresentano l’unica via possibile. Se l’obiettivo è quello di combattere il traffico criminale della mobilità umana, non è punendo le vittime che può essere conseguito ma salvandole dalle mani dei trafficanti e di pubblici funzionari corrotti. Ovunque. Ma innanzitutto in Libia, dato il Memorandum di intesa Italia-Libia che viene mantenuto pur conoscendo la realtà criminogena perpetrata contro i migranti con le connivenze di parte delle locali forze di polizia e di frontiera beneficiarie dell’intesa. L’Italia non può continuare a tacere su queste situazioni. Il memorandum dovrebbe prevedere proprio ciò che non prevede. E cioè: a) che sia decisamente favorita l’azione delle organizzazioni internazionali che operano in Libia nel campo delle migrazioni e della protezione dei migranti e richiedenti asilo (Unhcr, Oim, Federazione internazionale di Croce rossa e Mezzaluna rossa, Ong ad esse collegate); b) che i centri governativi di detenzione dei migranti sostenuti dall’Italia e dall’Europa siano gestiti sulla base dello Stato di diritto e del giusto processo e sostituiti quanto prima con strutture più consone alla dignità umana; che siano soppressi i centri di detenzione non ufficiali finalizzati al traffico e allo sfruttamento dei migranti e perseguiti con determinazione i responsabili di questi crimini; che siano bloccate le riconsegne di migranti allo Stato libico se non strettamente sotto la piena tutela e protezione delle organizzazioni internazionali sopra elencate, in coerenza con la sentenza della VI Sezione penale della Corte di Cassazione del 16.12.2021. Tutto questo solleverebbe davvero quella parte tra “i più deboli, i più fragili, a partire da coloro che avrebbero diritto ad essere accolti” che patiscono stupri e trattamenti disumani. Ma pare non interessare.

«Il rapporto con i Paesi di origine e di transito deve essere considerato prioritario e deve concretizzarsi attraverso partenariati equilibrati, finanziati con risorse adeguate, tema che intendiamo porre nel quadro della revisione del bilancio settennale dell’Unione».

Gli impegni non rispettati

Parole più che giuste e che vanno sostenute. Per anni abbiamo sentito ripetere nelle sedi parlamentari e di governo lo slogan “Aiutiamoli a casa loro”. Parole rimaste parole, non essendoci stata alcuna politica italiana a ciò veramente finalizzata. L’Italia rimane, con erogazioni (2022) pari allo 0,32% del Pil, al 19° posto nella classifica Ocse, dopo ben 16 paesi europei, 12 dei quali erogano tra lo 0,50% e l’1% del proprio PIL. L’impegno italiano di destinare ai Paesi più poveri lo 0,7% del Pil, assunto dai paesi Ocse e ribadito più recentemente come obiettivo dell’Agenda 2030, rimane molto lontano. Gli stessi immigrati sostengono le proprie famiglie (come facevano i nostri bisnonni e trisavoli) con rimesse in denaro nei paesi di origine ben superiori agli stanziamenti governativi italiani per lo sviluppo. Nel 2021 hanno inviato dall’Italia rimesse per 7,7 miliardi di euro, che corrispondono allo 0,44% del Pil italiano (Dati Banca d’Italia). A livello mondiale, si tratta di 589 miliardi di dollari nel 2021, rispetto ai 178 miliardi degli aiuti pubblici dei paesi Ocse. Bene quindi premere per una migliore razionalizzazione del bilancio settennale dell’Unione – che già dedica ampio spazio all’Africa – ma l’Italia non può cavarsela delegando all’Ue anche le proprie responsabilità.

«Un approccio del quale è pioniere il nostro “Piano Mattei” per l’Africa, un obiettivo strategico che è stato lanciato da questo governo, sul quale molti Stati europei hanno manifestato il loro interesse e apprezzamento … Si comincia cioè a comprendere che se si vuole affrontare alla radice il problema dell’immigrazione ci si deve porre il tema dello sviluppo dell’Africa, con la sua popolazione in crescita, le sue sfide e le sue opportunità. Una vasta regione che possiede risorse – a partire da quelle energetiche – cruciali per l’Europa, che tuttavia dovrebbero, prima di tutto, andare a beneficio dei popoli che ne sono detentori. Uno sviluppo che deve essere finalizzato a valorizzare il capitale umano e la crescita di un tessuto produttivo locale, solido e autosufficiente. L’obiettivo è ambizioso ma molto chiaro: garantire prosperità, pace e amicizia duratura. Con un modello di cooperazione allo sviluppo che deve essere paritario e non predatorio».

Piano per l'Africa? Parliamone

La presidente Meloni ha interiorizzato il principio base della cooperazione italiana allo sviluppo, espresso nel primo articolo della nuova legge 125 del 2014: “promuovere relazioni solidali e paritarie tra i popoli fondate sui principi di interdipendenza e partenariato”. E ha fatto sua la priorità del rapporto con l’Africa che è stata sempre presente nelle programmazioni della cooperazione nei vari decenni, fino a coprire il 60% delle iniziative bilaterali e multilaterali italiane. Ben venga quindi il Piano Mattei per l’Africa, di cui si parla da mesi senza conoscerne alcun dettaglio pur intuendone il condivisibile significato politico e strategico. I recenti cambiamenti del processo di globalizzazione evidenziano che esiste un forte interesse italiano ed europeo nella collaborazione con i paesi africani, in particolare nella differenziazione delle fonti di approvvigionamento energetico – dagli idrocarburi al gas, alle rinnovabili – nel processo di transizione energetica, che vede nella cooperazione con l’Africa un reciproco vantaggio, italiano-europeo e africano. Oltre 600 milioni di africani vivono infatti senza accesso all’elettricità. Il reperimento di fonti energetiche pulite e economiche è una priorità. Se sostenuto da un’intelligente e coerente cooperazione internazionale, potrebbe riuscire a garantire l’accesso di tutto il continente ai servizi energetici entro un decennio. Ma il comune interesse può e deve essere ben più ampio. Basti ricordare che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nel 2050 la popolazione africana sarà cresciuta di oltre 1 miliardo, raggiungendo i 2,3 miliardi, con un’età media intorno ai 20 anni; mentre nello stesso periodo l’Italia vivrà un declino demografico con un presumibile calo di 7 milioni di abitanti, un rilevante aumento degli ultraottantenni e una conseguente riduzione della ricchezza nazionale. La crescita demografica africana reclamerà una corrispondente creazione di posti di lavoro dignitosi nel continente stesso, realizzabile attraverso la risposta, pubblica e del settore privato, ai nuovi bisogni di infrastrutture, alloggi, mobilità, produzione, formazione e cura che l’Africa potrà coprire, anche con il supporto dell’Italia e dell’Europa, nel suo plausibile cammino di rivoluzione, in senso ecologico, dei sistemi sociali e produttivi e di affermazione del made in Africa. Questa visione è contenuta nel disegno della presidente Meloni?

I “si comincia a comprendere”, i “grazie al nostro lavoro” fanno parte della propaganda politica che pretende di ricominciare sempre da capo, negando quanto fatto precedentemente da altri, invece di farne tesoro per fare ancora meglio. Un solo esempio: la presidente Meloni, per concretizzare la propria strategia, intende organizzare a breve un convegno internazionale su migrazioni e cooperazione allo sviluppo. Spero che non si pretenda di cominciare da zero, improvvisandosi innovatori, dato che sul tema ci sono decenni di studi e approfondimenti che sono continuati fino ad oggi. Solo pochi esempi tra i tanti. Già nel maggio 2006 il segretario generale dell’Onu Kofi Annan poneva all’approvazione dell’Assemblea generale il rapporto Migrazione internazionale e sviluppo; esiste dal 2007 il Global Forum on Migration and Development (Gfmd) che riunisce governi, società civile, settore privato, governi regionali e territoriali, giovani e sistema multilaterale per produrre approfondimenti e soluzioni innovative; anche Link 2007 ha presentato al convegno internazionale OIM alla Farnesina nell’ottobre 2014 il documento di analisi e proposta Migrazioni e cooperazione internazionale per lo sviluppo; nel 2022 l’Oim ha pubblicato le Linee guida per integrare la migrazione nella cooperazione internazionale e lo sviluppo; il Maeci e l’Aics stanno pubblicando le linee guida della Cooperazione italiana sul nesso migrazione-sviluppo. Se da un lato è da apprezzare la determinazione nelle intenzioni manifestata dalla presidente Meloni, dall’altro sembrerebbe utile alla nostra Nazione, su una materia così complessa come la migrazione, un po’ più di umiltà e disponibilità al dialogo plurale.

*Nino Sergi, presidente emerito di Intersos e policy advisor di Link 2007

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