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Quando la demenza migliora i giovani

Sabato ci sarà il flash mob degli allievi del liceo delle scienze umane Bachelet di Abbiategrasso, prima Comunità amica della demenza nel nostro paese. Il corteo è solo una delle numerose attività di inclusione: «A beneficiarne non sono solo gli anziani, ma la comunità tutta. Il coinvolgimento dei giovani li rende adulti migliori», parola di psicologa

di Nicla Panciera

Il flash mob dei liceali dedicato alle persone con demenza di sabato 6 maggio è ormai un appuntamento fisso per Abbiategrasso (Mi) e certifica il legame tra i giovani dell’istituto superiore Bachelet e gli anziani che convivono con la malattia neurodegenerativa che più di altre è oggetto di stigma. Il colorato corteo con musiche a tema, giunto alla sua quarta edizione, è solo una delle attività di sensibilizzazione e di coinvolgimento dei ragazzi e degli altri gruppi sociali messe in atto dalla prima Comunità amica delle persone con demenza (dall’inglese Dementia Friendly Community) italiana, nata nel 2016 grazie alla Federazione Alzheimer Italia e al centro di ricerca Golgi Cenci. Le Comunità amiche, che nel nostro paese oggi sono 45, sono basate su un protocollo messo a punto in Gran Bretagna dall’Alzheimer’s Society, pioniera dell’organizzazione di Dementia Friendly Community con l’obiettivo di aumentare la conoscenza della malattia e ridurre così l’emarginazione e il pregiudizio sociale nei confronti delle persone con demenza e dei loro familiari, permettendo loro di partecipare alla vita attiva della comunità.

Quando si parla di demenza, i giovani non sono esattamente quello che viene in mente. «Questo rapporto tra generazioni è iniziato fin dal 2017 e consolidato negli anni, anche grazie alla trasmissione tra pari: gli alunni più grandi condividono le proprie esperienze con i più giovani e accade rimangano come volontari una volta finita la scuola», spiega Laura Pettinato, psicologa clinica del Golgi Cenci e referente delle attività. «I ragazzi e i loro docenti partecipano a degli incontri formativi e informativi con un medico geriatra e uno psicologo, dove imparano anche a relazionarsi con le persone con demenza. Tramite dei questionari, valutiamo il cambiamento delle attitudini dei ragazzi ma è il coinvolgimento diretto nelle iniziative di inclusione a essere decisivo e motivante. Esso fa comprendere che, nonostante compromissioni evidenti per la malattia, queste persone mantengono la capacità di trasmettere saperi, di relazionarsi con gli altri e di godere della socializzazione». Non si pensi, infatti, che a beneficiarne siano solo gli anziani con demenza. Al contrario. «Per i ragazzi è un’esperienza formativa: accostarsi a una realtà oggetto di pregiudizio e di cui si parla ancora poco li aiuta a sviluppare un pensiero critico che li rende più inclusivi e un atteggiamento aperto e sensibile che sarà trasferibile ad altre categorie sociali vulnerabili» spiega la psicologa. «L’acquisizione di competenze comunicative e relazionali, tramite il contatto con persone che hanno difficoltà come i malati di demenza, è in generale molto preziosa per i ragazzi dopo il periodo pandemico. Gli studi mostrano, poi, che lo sviluppo di comportamenti pro-sociali in giovane età ha delle ricadute positive sul benessere generale in età adulta. Inoltre, abbiamo visto che l’esperienza può essere di aiuto nel mettere a fuoco la direzione da prendere e guidare le scelte future di studio o lavoro, come accade ad alcuni di loro. Infine, dal punto di vista emotivo, consente di rileggere in chiave diversa eventuali esperienze di malattia in famiglia».

L’esperienza con gli anziani con demenza aiuta i ragazzi a sviluppare un pensiero critico che li rende più inclusivi e un atteggiamento aperto e sensibile che sarà trasferibile ad altre categorie sociali vulnerabili

Laura Pettinato, psicologa del Golgi Cenci

Sabato mattina, le quarte e le quinte faranno volantinaggio e informeranno i cittadini sulla Comunità amica, le seconde e le terze animeranno il corteo e i momenti di flash mob nelle piazze con cartelloni da loro preparati legati al tema del ricordo. Che è anche al centro di un’altra iniziativa di inclusione già avviata, volontaria e svolta in orario extrascolastico, Alla ricerca della memoria perduta, svolta in biblioteca, in collaborazione con i volontari del gruppo Amici della Biblioteca, con le persone con demenza e i loro familiari. «Durante gli incontri, oggetti, fotografie e cartoline vengono utilizzati per stimolare ricordi nelle persone con demenza e offrire quindi un’opportunità di confronto e condivisione. Spesso i malati sono accompagnati dai coniugi coetanei: si creano interazioni spontanee con gli alunni e i volontari e il dialogo funziona benissimo tanto che spesso i ragazzi non sanno individuare chi ha la demenza da chi no» racconta la psicologa che non ha dubbi: «Con i ragazzi è molto facile, sono più aperti e sensibili degli adulti». Oltre alla grande attenzione rivolta ai giovani, per educarli a essere cittadini attivi al servizio della comunità, e a formare le varie categorie sociali, come i commercianti a contatto quotidiano con i loro clienti, si punta ora a rendere tutta la cittadinanza pienamente consapevole di cosa significhi essere Comunità amica per aumentare l’inclusione. Nel frattempo, in quanto prima Comunità amica e anche grazie alla sua peculiarità di essere incardinata su un centro di ricerca come il Cenci Golgi, quella di Abbiategrasso è sotto i riflettori di tutte le altre, sempre più numerose, interessate a implementare le buone pratiche di successo. L’ultima in ordine di tempo è stata la visita di una delegazione ungherese, tra i cui membri c’era anche un sociologo di Budapest autore di una tesi di laurea proprio sull’esperienza del comune della Bassa milanese.


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