Tutori volontari

Da 12 anni la missione di Alessandra è aiutare ragazzi e ragazze a crescere

di Antonietta Nembri

Era il 2012 quando Alessandra Izzo, che di mestiere si occupa di marketing e comunicazione, ha incontrato il mondo della tutela. A spingerla, lei che è figlia adottiva, il desiderio «di restituire quello che ho ricevuto». Un’esperienza che continua anche da presidente di “Insieme nel viaggio” che riunisce i tutori volontari nominati a Milano

Prima della Legge Zampa (decreto legislativo 47/2017) che ha promosso la figura del tutore volontario per i minori stranieri non accompagnati – Msna, ad avere la tutela dei minori allontanati dalle famiglie, allora per lo più italiani, erano soprattutto  i Comuni e gli addetti ai lavori. «Ma in quel modo non c’era un vero controllo, come puoi aiutare a crescere decine e decine di bambini senza conoscerli veramente?», chiede Alessandra Izzo, presidente dell’associazione “Insieme nel viaggio” e tutrice volontaria fin dal 2012, che ha raccontato a VITA la sua esperienza.

Alessandra Izzo

Come è diventata tutrice volontaria già nel 2012? 

Allora io facevo parte di un’associazione che si chiamava “La voce del bambino” fondata nel 2002 proprio con l’obiettivo di dare voce a quei minori che non avevano più la voce di un adulto di riferimento accanto. I bambini erano segnalati dalla rete delle comunità, della scuola, dello psicologo, dei tribunali ed erano sostanzialmente persi in questa situazione. Allora la maggioranza dei minori erano italiani che si trovavano nella situazione di essere allontanati dalla famiglia d’origine per vari motivi. Io iniziai questa esperienza attraverso l’associazione cui il Tribunale dava la tutela e a sua volta l’organizzazione nominava un tutore tra i suoi soci. Quello che oggi fa il tribunale per i minorenni allora lo faceva l’associazione che cercava il giusto matching tra minore e tutore che ovviamente giurava in tribunale, mi ricordo era la sezione nona.

La sua prima esperienza? 

Con una ragazzina rumena che era stata mandata in Italia dalla sua famiglia presso un’altra famiglia rumena. Era totalmente analfabeta a 13 anni. Io l’ho seguita dal momento in cui era presso il pronto intervento in una comunità di suore e poi per i sei anni successivi. Ho cercato per lei un’altra comunità presso I Martinitt che fosse un po’ più utile per lei e siamo rimaste in contatto  fino ai suoi 21 anni quando ha voluto tornare nel suo Paese. Era morto suo papà e la mamma le aveva  detto che doveva tornare. Sono stata sua tutrice fino ai suoi 18 anni, poi siamo rimaste in rapporti stretti negli altri tre anni che è rimasta in Italia, ormai mi considerava quasi una zia. Quando andavamo in giro per negozi se qualcuno le chiedeva chi fossi lei rispondeva «la zia». Ma è quello che faccio con tutti i miei tutelati, cerco sempre di creare e mantenere un rapporto. 

Dopo di lei…

Anche se avevo fatto già esperienza, con l’entrata in vigore della legge Zampa, ho fatto il corso e ho avuto altre sei nomine. Quelle effettive sono state cinque, perché uno dei ragazzi che avrei dovuto tutelare è fuggito dalla comunità prima che lo incontrassi. Comunque io personalmente cerco sempre di non avere più di una tutela per volta. I ragazzi si mettono in competizione tra loro e diventa difficile aiutarli. Io invece voglio essere utile per loro.


Come descriverebbe il suo stile di tutore?

Mi sento come il genitore separato cui non è stato dato l’affidamento del figlio. In pratica per me il tutore non è la persona che ha più potere nel rapporto con il minore che gli è stato dato in tutela: a decidere deve essere la comunità che è la realtà che passa la maggior parte del tempo con lui. Ma il mio ruolo non deve essere neppure quello del “passacarte”. Noi siamo chiamati ad aiutarlo ad integrarsi nei nostri usi e costumi, a educarlo alla cittadinanza ed è anche per questo che ho sempre lavorato bene con le comunità di accoglienza. Da parte mia cerco sempre di aiutarli a divenire cittadini e facendo parte di un’organizzazione di imprenditori e artigiani voglio aiutarli anche al dopo, a trovare un lavoro. 

Nel settembre 2020 con un Msna egiziano siamo andati a mangiare una pizza poi a marzo 2021 gli ho trovato lavoro come cameriere in una pizzeria

Alessandra Izzo, tutrice volontaria e presidente di “Insieme nel viaggio”

Adesso ha la tutela di qualcuno?

Al momento no. Mi sto occupando molto dell’associazione di cui sono presidente e che fa parte dell’associazione nazionale Tutori in rete. Ritengo che sia molto importante non rimanere da soli. Il rischio di lasciare dopo il corso, dopo essere entrati nelle liste e aver iniziato a operare è alto. Purtroppo oggi i corsi, almeno in Lombardia, sono solo a distanza. Quando lo feci io è stato importante il lavoro in sinergia, l’ascoltare le testimonianze ed è per questo che essere dentro un’associazione è importante perché dopo il corso spesso si rimane da soli. Inoltre non tutti i nostri soci sono tutori, alcuni mettono a disposizione le loro competenze a sostegno di chi è in prima fila. 

Qual è stata la molla che l’ha portata a impegnarsi nel campo della tutela?

La spinta è quella di restituire qualcosa anche solo per la vita che noi abbiamo e che è decisamente più facile di quella toccata a questi ragazzi che spesso sono mandati in Italia anche contro la loro volontà. Ma la prima ragione è che io sono una figlia adottiva e ho sempre avuto il desiderio di restituire quello che ho ricevuto. È qualcosa che non ti impoverisce, anzi ti arricchisce. Perché donare le proprie capacità per aiutare un minore a diventare un cittadino aiuta anche a cambiare il racconto che si fa dei Msna. Non sono ragazzi cattivi, sono soli ed è un attimo fare incontri negativi nel momento in cui sono lasciati a bighellonare e questo vale anche per tanti ragazzi italiani. Per questo è importante quello che facciamo, peccato che siamo ancora troppo pochi.

Nell’immagine in apertura Alessandra Izzo con la prima ragazza di cui ha avuto la tutela nel 2012 in occasione della sua festa per i 18 anni. Tutte le immagini sono state fornire dall’intervistata


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