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Migranti

Trieste, è emergenza umanitaria. In strada anche persone vulnerabili

A Trieste, punto di accesso in Italia delle rotte balcaniche, è in corso una vera emergenza umanitaria, con mezzo migliaio di persone lasciate in strada, anche se avrebbero diritto alla prima accoglienza. Oggi i primi 120 trasferimenti dal capoluogo giuliano, ma la situazione è lontana dall'essere risolta.

di Veronica Rossi

Dettaglio del silos di Trieste, due archi in muratura tra cui crescono erbacce. Abbandonate, alcune coperte termiche

Ieri il maltempo si è abbattuto su Trieste. Strade allagate, alberi caduti ed edifici danneggiati sono immagini a cui questi ultimi mesi ci hanno abituati, purtroppo. Eppure nel capoluogo giuliano le condizioni meteo destano più preoccupazione che in altri luoghi, perché in città ci sono circa 500 persone senza un tetto sopra la testa, costrette a vivere e dormire all’addiaccio, in ripari di fortuna. Tra queste, anche famiglie e minori. Si tratta in larga parte di persone migranti che sono andate in questura, hanno lasciato le impronte e avrebbero, quindi, diritto alla prima accoglienza. Ma che, tuttavia, vengono lasciate attendere anche più di tre mesi per ottenere il posto che gli spetterebbe per legge.

Questa preoccupante situazione di abbandono è stata fotografata da un report presentato pubblicamente qualche giorno fa dalle associazioni della rete solidale, un network di realtà che si occupano di accoglienza e assistenza alle persone migranti, che comprende la Comunità di San Martino al Campo, il Consorzio italiano di solidarietà – Ics, la Diaconia valdese – Csd, Donk humanitarian medicine, Internazional rescue commitee Italia e Linea d’ombra. Si tratta dell’aggiornamento di un rapporto uscito a inizio estate sulla situazione, già emergenziale, della città di confine, punto di ingresso della rotta balcanica (di cui avevamo già parlato in un articolo). Ora le condizioni sono ulteriormente peggiorate, a causa dell’aumento nel numero di ingressi e della fortissima diminuzione dei trasferimenti verso altre Regioni. «Siamo in una situazione pesantissima, quasi assurda», afferma Gian Andrea Franchi di Linea d’ombra, associazione che si prende cura delle persone in transito, che di solito non hanno alcun tipo di aiuto, e che ora si è messa a disposizione anche per chi avrebbe diritto a essere accolto ma non trova spazio nelle strutture cittadine. «In più, col brutto tempo di ieri il silos, la struttura fatiscente accanto alla stazione dove le persone migranti stanno a dormire, è stato devastato. C’erano grandi pozze di fango sul terreno e i ripari di fortuna che molti si erano costruiti sono andati distrutti».

Nel silos, a terra, due persone migranti, una sdraiata totalmente coperta dal sacco a pelo,l'altra seduta.
Migranti al silos, foto di Francesco Cibati

Nel solo mese di luglio, gli arrivi sono stati 2.277, di cui 55 nuclei familiari (anche con figli appena nati) e 491 minori stranieri non accompagnati. «Non dobbiamo pensare che la situazione di questi giorni sia inedita», afferma Gianfranco Schiavone, presidente di Ics, «è solo più grave. È un anno e un mese che il meccanismo non funziona; questo fa sospettare che la strategia di fondo sia confidare che gli arrivi dalla rotta balcanica si autodisperdano, per evitare di inserire anche questo canale in un piano ordinario di ripartizione». Il Friuli Venezia Giulia, Regione di confine, è una delle più importanti vie di accesso sul suolo italiano per i migranti (è la terza per numero di arrivi di minori stranieri non accompagnati, come scriviamo qui). Eppure, i trasferimenti da Trieste verso altre zone italiane scarseggiano. Secondo le realtà che hanno stilato il report, infatti, a giugno su un totale di 1.595 ingressi ci sono stati solamente 75 ricollocamenti. A luglio su 2.277 presenze i trasferimenti sono stati 25.

Ieri Roberto Dipiazza, sindaco della città, ha dichiarato di aver avuto un colloquio nella tarda sera del 27 agosto con il ministro Matteo Piantedosi, che gli ha garantito che ci sarebbero stati 200 trasferimenti. Nella mattinata di oggi sono 120 i migranti partiti per entrare nel sistema di prima accoglienza in altre Regioni italiane. «Il punto è capire se questa è una toppa messa perché la situazione è fuori controllo», continua Schiavone, «o se è l’inizio di un sistematico conteggio degli arrivi, ma ho motivo di sospettare che non sia così».

Intanto, l’emergenza umanitaria continua. Tra i motivi dell’inasprimento delle condizioni delle persone in attesa di accoglienza, anche la chiusura del progetto “Emergenza freddo”, che consentiva una sessantina di posti letto in più in città per le persone vulnerabili. 15 di questi posti erano stati sistemati all’interno del centro diurno gestito dalla Comunità di San Martino al Campo, nelle vicinanze della stazione. In questa struttura i migranti trovano un riparo, due docce, tè e biscotti. «Ci occupiamo da tempo di accoglienza per persone senza fissa dimora, anche italiane», racconta la presidente, Elena Clon. «Il nostro centro diurno è l’unica struttura del suo tipo in città; è un luogo che avrebbe una capienza di circa 40 persone, ma ora ne transitano più di 100 al giorno».

Attraverso un vetro, si vedono alcune persone nel centro diurno, sedute su un tavolo. Sullo sfondo, una libreria e dei quadri
Migranti al centro diurno, foto di Francesco Cibati

All’interno del centro ci sono anche i medici di Donk humanitarian medicine, che visitano gratuitamente chi ne ha più bisogno. L’associazione ha una stretta rete sul territorio e convenzioni – tutte a titolo gratuito – sia con l’azienda sanitaria che con il Comune. I medici visitano volontariamente le persone senza tessera sanitaria, sgravando così anche gli ospedali dei casi meno gravi. Ultimamente – segnalano – capitano sempre più episodi in cui pazienti dimessi dal pronto soccorso con diagnosi importanti, come polmoniti o fratture, debbano tornare per strada perché non c’è posto nei dormitori, nemmeno per chi è più vulnerabile. «Stanno accadendo fatti mai successi prima», commenta Stefano Bardari, presidente di Donk, «c’è stata una mamma con due bambini a cui non si trovava accoglienza e che è dovuta rimanere più giorni per strada». I medici volontari sono concordi: c’è un bisogno sempre maggiore di assistenza sanitaria. Per l’alto numero di arrivi, certo. Ma è vero anche che la vita in un ambiente malsano come quello del silos accanto alla stazione può favorire l’aumento di diverse patologie.

Le realtà della rete svolgono il loro lavoro per interesse umanitario, non economico. Alcune – come Linea d’ombra e Donk – sono composte totalmente da volontari, altre hanno sia operatori che volontari. A dispetto di chi accusa le associazioni di lucrare sul numero di arrivi, i membri del network non guadagnano affatto in relazione al numero dei migranti in strada. La Comunità di San Martino al campo, per esempio, ha delle convenzioni con il Comune per il servizio di accoglienza e per il dormitorio, ma non riceve un compenso a persona. «L’assistenza in piazza è garantita tutta dal volontariato e dalle raccolte di solidarietà», dice Schiavone.

Intanto, il cielo su Trieste si annuvola ancora una volta. In lontananza, si sente un rumore di tuoni. E il pensiero va subito a tutti coloro che non hanno un tetto per ripararsi dalla pioggia e delle pareti per limitare la furia del vento.

In apertura, il silos in cui trovano riparo i migranti, foto di Francesco Cibati


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