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Welfare

Gli anziani? Per farli vivere li abbiamo seppelliti vivi

1 Ottobre Ott 2020 1053 01 ottobre 2020
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Fabio Folgheraiter alla vigilia di una due giorni di riflessione sul tema: «Sicuramente per gli anziani è stato un disastro la pandemia, che li ha colpiti in modo crudele, ma altrettanto disastroso è stato il tentato rimedio che li ha lasciati soli. Il problema ora va posto e affrontato seriamente, per definire nuovi protocolli e mettere in campo soluzioni soddisfacenti»

«No, non è una fatalità. Il problema non è la morte, o meglio, esistenzialmente lo è. Ma non possiamo chiedere al welfare di sconfiggere la morte. Il problema, dal punto di vista del sistema sociosanitario, è che una certa fetta di persone, nello specifico quelle anziane e con disabilità, sono state lasciate morire senza una cura o quantomeno senza una cura adeguata, in ragione del loro essere anziani o disabili»: così a metà aprile denunciava Giovanni Merlo, direttore di Ledha-Lega per i diritti delle persone con disabilità. A maggio Sant’Egidio scriveva un appello affermando che «nella pandemia del Covid-19 gli anziani sono in pericolo. Le drammatiche cifre delle morti in istituto fanno rabbrividire. Molto ci sarà da rivedere nei sistemi della sanità pubblica e nelle buone pratiche necessarie per raggiungere e curare con efficacia tutti, per superare l’istituzionalizzazione. Siamo preoccupati dalle tristi storie delle stragi di anziani in istituto. Sta prendendo piede l’idea che sia possibile sacrificare le loro vite in favore di altre».

Le RSA sono state messe sotto accusa, in verità facili capri espiatori, lasciate senza DPI a pagare il prezzo di un continuum dell’assistenza che è stato ignorato. L’emergenza ha portato con forza sotto i riflettori l’urgenza di un tema troppo spesso trascurato: quello della cura e dell’assistenza agli anziani. Nella pandemia la tenuta del sistema di welfare è stata messa a dura prova, così come a dura prova sono state - e sono tuttora - la vita delle persone anziane, dei loro familiari e il lavoro quotidiano degli operatori. Venerdì 2 e sabato 3 ottobre a Trento il terzo Convegno internazionale “Anziani. Dignità, relazioni, cure” organizzato da Erickson (si può scegliere se partecipare in presenza o a distanza) vuole offrire spunti di riflessione e strumenti operativi capaci di «porre al centro» la persona con le sue relazioni. Due giornate di discussione non solo su quello che è successo, ma soprattutto sul cambio di rotta necessario per andare avanti e prepararci ai cambiamenti che ci attendono. Fabio Folgheraiter, professore di metodologia del lavoro sociale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è il direttore scientifico del convegno.

Professor Folgheraiter, nei mesi scorsi è stato detto che gli anziani sono stati deliberatamente abbandonati a loro stessi e che la pandemia ha mostrato il fallimento del modello RSA. Cosa ha insegnato davvero la gestione dell’emergenza al settore Long Term Care? E soprattutto, adesso che strada va presa? È di pochi giorni fa ad esempio la notizia che l’azienda ospedaliera di Padova stia definendo un nuovo protocollo per consentire, prima in Italia, le visite dei familiari ai loro cari nelle ultime ore di vita.

Fabio Folgheraiter

Non direi che sono stati deliberatamente abbandonati ma senz’altro a un certo punto è sembrato ragionevole, a fronte delle gravi carenze di posti letto negli ospedali o delle attrezzature sanitarie, dare la priorità alle persone più giovani. Sembra ragionevole questo modo di pensare, in realtà segnala una grave distorsione culturale per cui gli anziani “valgono meno”. Il nostro inconscio collettivo li vede come “degli scarti”, e allora, se è così, poco male se in emergenza li abbandoniamo a loro stessi. La stessa severa esigenza di chiudere le porte delle RSA privilegia le pur importanti ragioni igenistiche alle esigenze degli anziani di essere confortati da volti amici. Prima viene la salute fisica (la prevenzione dell'epidemia) e poi la “salute” affettiva e il senso di sicurezza esistenziale. Per farli vivere, li abbiamo seppelliti vivi in una stanza. È evidente che non sono state scelte deliberate, quanto piuttosto il frutto dell’improvvisazione e dell’imprevedibilità dell'emergenza. Credo che ora, con calma, sia necessario riflettere su tali questioni e predisporre dei protocolli o delle priorità che tengano conto della complessità dei bisogni delle persone non autosufficienti nelle strutture residenziali (e pure di quelle a domicilio).

Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, al convegno terrà un intervento dal titolo che è quasi una denuncia, “Gli anziani al tempo del Covid-19: il disastro della solitudine”. È stato il disastro o un disastro fra gli altri? Cosa va detto a questo proposito e cosa va cambiato subito? Ha senso che ancora le visite dei familiari siano così limitate?
Purtroppo la pandemia ha imposto subito il distanziamento e addirittura inizialmente il blocco delle relazioni. Come detto, la grave preoccupazione delle strutture sociosanitarie è stata di limitare il contagio ma, nell’emergenza, non si è valutato bene gli effetti collaterali di queste misure su persone vulnerabili che sulla stabile relazione con i familiari o con i volontari o con gli stessi operatori basano tutta la loro vita. Se poi consideriamo le persone con malattie terminali, è chiaro che ritrovarsi improvvisamente e completamente soli nel momento di una morte annunciata risuona come crudele e gravemente immorale. Una sofferenza inumana sia per i morenti che per i familiari, e ci aggiungerei anche per gli operatori che sono costretti ad assistere impotenti a tali strazi. Sicuramente per gli anziani è stato un disastro la pandemia, che li ha colpiti in modo crudele, ma altrettanto disastroso è stato il tentato rimedio che li ha lasciati soli. Una volta che il problema è posto e lo si affronta seriamente, è chiaro che si potranno definire nuovi protocolli e mettere in campo soluzioni soddisfacenti.

Per farli vivere, li abbiamo seppelliti vivi in una stanza. È evidente che non sono state scelte deliberate, quanto piuttosto il frutto dell’improvvisazione e dell’ imprevedibilità della emergenza. Credo che ora, con calma, sia necessario riflettere su tali questioni e predisporre protocolli o priorità che tengano conto della complessità dei bisogni delle persone non autosufficienti nelle strutture residenziali e a domicilio.

Fabio Folgheraiten

Si è detto che solo una percentuale del 10-12% di persone attualmente in Rsa o Rda potrebbero usufruire di qualche forma di assistenza domiciliare. Quindi non si tratta di contrapporre RSA e presa in carico domiciliare ma di potenziare tutti i servizi, mettendoli in rete, per un passaggio fluido da uno all’altro a seconda del bisogno. Questo però mi pare qualcosa che è già stato detto, mentre oggi siamo davanti a un’urgenza: quale deve essere la novità di oggi o la cosa da fare subito?
Indubbiamente è chiaro che non ha senso oggi contrapporre assistenza residenziale e domiciliare. Ben pochi anziani che oggi hanno un posto letto in una RSA potrebbero essere assistiti dignitosamente nel loro domicilio. Si tenga presente che, sebbene in linea di principio l’assistenza nella propria casa (secondo la logica della community care) sia preferibile, in realtà in molti casi con l’aggravarsi delle condizioni di salute la continua permanenza in casa, spesso in condizioni di immobilità, forse alla presenza esclusiva di un caregiver stipendiato, si configura come una specie di tortura, sia per l’anziano sia per l’assistente familiare. È chiaro che la RSA tavolta è una soluzione che garantisce non solo migliore assistenza, ma anche minore isolamento e noia. Io credo che da un lato si debba garantire all’anziano assistito a casa una maggiore interazione con il suo territorio, e dall’altro sarebbe necessario fare in modo che, quando giunge l’ora di entrare in una struttura assistenziale, questa istituzione sappia riprodurre all’interno il più possibile un clima di convivialità e non vada a trattare le persone assistite come fossero meri dei corpi.

Sebbene in linea di principio l’assistenza nella propria casa (secondo la logica della community care) sia preferibile, in realtà in molti casi con l’aggravarsi delle condizioni di salute la continua permanenza in casa, spesso in condizioni di immobilità, forse alla presenza esclusiva di un caregiver stipendiato, si configura come una specie di tortura, sia per l’anziano sia per l’assistente familiare. È chiaro che la RSA tavolta è una soluzione che garantisce non solo migliore assistenza, ma anche minore isolamento e noia.

Il decreto Rilancio di maggio ha molto aumentato i fondi destinati all’Assistenza domiciliare integrata (Adi), aggiungendo 734 milioni di euro per il 2020, rispetto ad una spesa annua complessiva di 1,5 miliardi. Gli anziani a un certo punto sembravano essere al centro dell’attenzione politica, e questa ovviamente è un’opportunità concreta, con la consapevolezza che oltre alle risorse è necessario mettere in campo una nuova progettualità, senza limitarsi a stanziare più soldi per continuare a dare le stesse risposte già esistenti. In questi mesi che è successo? Le pare che quell’attenzione anche politica ci sia ancora o che sia già stata consumata? E la progettualità necessaria, la vede o meno?
Io penso senz’altro che i soldi siano essenziali nell’assistenza. Senza soldi pubblici adeguati non si fa niente o quasi. Ma non bisognerebbe mai dimenticare che con i soldi a volte si possono combinare pasticci, possono di fatto andare mezzi sprecati o possono aiutare più i servizi stessi che le famiglie in difficoltà. Dunque lo stanziamento di fondi aggiuntivi o il consolidamento di quelli strutturali è necessario di questi tempi ma il problema è la capacità dei territori di convertirli in iniziative intelligenti e sensate (in progettualità) che rispondano realmente ai bisogni. Rispondere anche in modo creativo, che in campo assistenziale vuole anche dire riuscire a pensare risposte non necessariamente costose, o non interamente basate sulla spesa diretta. Per quanto posso vedere io, i soldi dovrebbero essere spesi, oltre che per le prestazioni, anche per sostenere le iniziative solidaristiche della comunità le quali abbisognano spesso di supporto da parte di operatori professionisti o volontari organizzati che sappiano ad esempio lavorare secondo le metodologie di community work. Le potenziali risorse informali dei territori devono essere sollecitate e sostenute e investire in professionalità che possano fare questo può rivelarsi spesso un ottimo investimento.

Ci può pennellare delle buone pratiche relazionali, nella cura degli anziani, realizzabili anche in tempi di Covid19?
Una gran parte delle attività del nostro Centro di ricerca RSW (Relational Social Work) in Università Cattolica in questi mesi si è concentrata nell’andare a studiare buone prassi relazionali che si sono messe in moto come risposta alla crisi del Covid. In particolare sono state splendide le iniziative di tante associazioni di volontariato soprattutto in contesti metropolitani dove è più facile trovare persone anziani sole autosufficienti ma fragili che possono trovare aiuti importanti sia materiali che psicologici dalle visite dei volontari di quartiere. Molte sperimentazioni interessanti hanno visto un utilizzo intelligente delle nuove tecnologie che forse ci irritano essendo miseri surrogati delle vere relazioni in presenza ma che, di fronte al blocco dei contatti, si sono rivelate una benedizione. In Università abbiamo promosso molte iniziative di cura sui territori “sfruttando” i tirocini e gli stage dei nostri studenti che sono riusciti a far partire, stando a casa dietro ad un computer, gruppi di mutuo aiuto tra familiari di anziani ospiti delle RSA chiuse, gruppi di sostegno per caregiver/assistenti familiari a domicilio, gruppi di supporto tra operatori dei servizi, colloqui di couseling con utenti e familiari, coordinamento di distribuzione viveri e farmaci, gestione di numeri telefonici d’emergenza e di richieste di aiuto telefoniche, eccetera. Tante di queste attività nate sull’onda della necessità e del blocco delle attività istituzionali potrebbero essere mantenute e anche rilanciate come attività ordinarie, una volta finita l’emergenza.

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