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Welfare

Di quando la politica si è accorta dei poveri

7 Ottobre Ott 2020 1627 07 ottobre 2020
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In quindici mesi, in ritardo di decenni, l'Italia ha avuto non una ma due misure di contrasto alla povertà. Cristiano Gori ripercorre in un volume - metà saggio metà diario - il lavoro fatto dall'Alleanza contro la Povertà. Oggetto a parte, il volume diventa una stimolante riflessione sul possibile ruolo di advocacy di nuove coalizioni sociali di scopo, capaci di contaminazione tra sapere accademico e sapere operativo

Era l’ottobre 2015 quando nella redazione di VITA ospitammo Tommaso Nannicini, consigliere economico dell’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Si parlava di povertà. Nannicini disse che con la legge di stabilità 2016 l’Italia avrebbe avuto la sua prima misura sistematica di contrasto alla povertà, uscendo finalmente dalla logica sperimentale e dell’una tantum. Da allora abbiamo seguito con costanza e quasi puntigliosità l’iter che ha portato ad avere quella misura che all’Italia (sola) mancava. Le misure, anzi, presto (forse troppo, soli 15 mesi) sono diventate due: prima il Rei e poi il Reddito di Cittadinanza. Leggere ora il libro di Cristiano Gori, Combattere la povertà. L’Italia dalla social card al Covid-19 (Laterza) è come entrare dentro una vicenda narrata da fuori, ritrovandoci tanti momenti di quello che lui stesso definisce un «tumultuoso percorso» e scoprendone anche alcuni retroscena. Perché questo libro Gori l’ha scritto «un po’ come saggio e un po’ come diario», per lasciare «una testimonianza e una fonte».

«Ciò che per lungo tempo era mancato alla lotta alla povertà – attenzione, fondi e rilievo politico, ma anche le tensioni inevitabilmente conseguenti – è arrivato tutto insieme e in un arco di tempo piuttosto breve». Perché? Cosa è cambiato? Com’è che - con decenni di ritardo - la politica italiana si è accorta dei poveri? Parte un po’ da questa domanda il volume scritto da Cristiano Gori, ideatore dell’Alleanza contro la Povertà nel 2013 e suo coordinatore scientifico fino alla fine del 2019, quando ha deciso di concludere la sua esperienza al suo interno. Una persona direttamente coinvolta nei fatti, “imprenditore di policy”. Un «periodo inedito e cruciale nella storia del nostro sistema di protezione sociale». Inedito per la risposta, che mancava. Inedito per gli attori, a cominciare dalla coalizione sociale dell’Alleanza. Inedito per il metodo.

Di quando la politica italiana si è accorta dei poveri

La povertà diffusa in Italia oggi pare scontata. Eppure solo nel 2007, si trovavano in povertà assoluta 1,8 milioni di persone contro i 5 milioni del 2017 e del 2018, poi scesi a 4,6 nel 2019. Dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, è la seconda volta che l’Italia sperimenta un forte incremento della povertà. Ora, con la crisi legata al Covid-19, sarà possibile un consolidamento di questo calo? «Ipotesi impegnativa», dice Gori. Ma se così non fosse «sarebbe la prima volta, dopo la Seconda guerra mondiale, che una fase pluriennale di crescita della povertà non è seguita da un’altra di progressiva riduzione». Inoltre, se fino alla crisi del 2008, la povertà era riguardava alcuni segmenti della società italiana - il Sud, le famiglie senza occupati e quelle con più di tre figli e con gli anziani che erano i più colpiti - oggi la povertà ha «rotto gli argini» ed è trasversale. Non solo, accanto allo «sfondamento dei confini tradizionali della povertà» c’è da considerare «il peggioramento della situazione di chi ne sta al di sopra». C’è la povertà e la paura di cadere in povertà, insieme. Vaste aree della società, prima considerate al sicuro, non lo sono più. Da qui la nuova attenzione della politica alla povertà. Solo che… l’Italia ha fatto «la cosa giusta al momento sbagliato». Cioè l’ha fatta tardi. Rendendo così «quasi irrealizzabile» l’obiettivo di fornire adeguati percorsi d’inclusione da parte dei servizi locali», annota Gori.

Metà think thank, metà poverty lobby

L’Alleanza nasce da un’evidenza: «un singolo attore, per quanto “vociante”, non può bastare per fare la differenza nel rapporto con la politica. Da qui nasce l’Alleanza contro la povertà. Nell’aprile 2017, quando Governo e Alleanza firmarono il Memorandum che poi avrebbe portato al ReI, fu chiaro che importante non era solo l’obiettivo raggiunto, ma il percorso e il metodo. Si tratta del primo Memorandum sul sociale nella storia del nostro Paese. L’Alleanza è insieme una poverty lobby e un think tank, agisce sul piano della pressione politica e su quello dell’elaborazione tecnica. Tiene insieme professori e operatori, in una proficua contaminazione di saperi. La sua specificità – annota Gori – è quella di fare proposte «molto dettagliate sugli aspetti da considerare per concretizzarle nella pratica». Detto altrimenti, «chiavi in mano»: pronte per essere impiegate dal decisore politico. L’Alleanza è stata insistente e costruttiva, senza mai porsi in contrapposizione con il Governo di turno. Ha saputo incassare gli esiti negativi perché «pure un piccolo risultato per i poveri è meglio di niente». Ha saputo costruire una fondamentale rete di alleati. Ma cosa ha tenuto insieme un gruppo così eterogeneo di realtà, con posizioni anche diverse? Gori indica due risposte. Il fatto di essersi posta come una coalizione sociale di scopo con un impegno comune ben definito - una misura contro la povertà assoluta - senza considerare le posizioni specifiche su altri temi. E la rinuncia ad affrontare evidenti divergenze su alcuni contenuti, un esempio fra tutti i criteri di accesso degli stranieri al reddito minimo. I singoli soggetti hanno effettuato una «cessione di sovranità all’Alleanza». Così «l’ideazione di una proposta estremamente circostanziata, finalizzata a mettere alle strette il decisore, ha fornito anche lo strumento decisivo di garanzia della coesione e di risoluzione delle contrapposizioni», annota Gori.

Coalizioni sociali di scopo

Perché insistere tanto su questo punto? Perché al di là dell’oggetto – la povertà – proprio l’«oscillazione del pendolo tra advocacy e progettazione e organizzazione di servizi è una chiave di lettura illuminante per seguire i mutamenti nel ruolo di rappresentanza svolto nel tempo dal terzo settore». Questa esperienza ha segnato un cambio di stagione: dalla stagione delle commissioni di nomina governativa a quella delle alleanze, spiega Gori, del tutto esterne alle istituzioni. In più, nell’Alleanza diversamente che nelle commissioni, «la funzione dei soggetti sociali è risultata centrale tanto nella predisposizione quanto nel sostegno ad una proposta che era “loro”». Dopo l’Alleanza sono nati altri soggetti con caratteristiche, da questo punto di vista, simili: ASviS, Forum Disuguaglianze Diversità, Alleanza per l’Infanzia quelle che cita Gori. Altre sono in nuce. Il modello è simile: «elaborazione di proposte/collocazione al di fuori del mondo politicoistituzionale/rete di vari attori della società/contaminazione tra il loro sapere e quello di esperti esterni», sintetizza Gori. Che si chiede: «Si tratta di un trend da verificare nel tempo, ma sembra che la predisposizione di proposte per la politica si stia nel nostro Paese sempre più spostando esternamente al suo perimetro, attraverso la costruzione di alleanze composte da vari attori sociali e da studiosi». Il Covid-19 sembra avere ulteriormente accelerato questa dinamica, con un fiorire di appelli, manifesti, aggregazioni di voci. Alleanze. «Nell’insieme, ecco il nocciolo della questione che oggi si pone: comprendere quale possa – e debba – essere lo spazio di simili coalizioni sociali in futuro e in che modo massimizzarne l’influenza». La questione interpella tanti di noi, anche qui a VITA, dove vogliamo che “l’attivazione rivolta al cambiamento sia il nostro mantra”.

Iniziative future potrebbero fare utilmente tesoro delle riflessioni di Gori a margine dell’esperienza fatta dall’Alleanza nella fase due di questi tumultuosi anni, quella del Reddito di Cittadinanza: paradossalmente la misura potenzialmente più vicina all’obiettivo dell’Alleanza (una misura contro la povertà assoluta), con le risorse più importanti mai viste su questo tema. Gori è molto diretto: «L’introduzione del Reddito di cittadinanza è da ritenersi un caso esemplare di policy-making populista avvenuto nel nostro Paese, che come tale meriterebbe di essere approfondita», scrive. E ancora: «il peggior nemico del populismo è “tutto ciò che sta nel mezzo”, i cosiddetti corpi intermedi della società civile come sindacati, rappresentanti d’interessi economici, soggetti sociali organizzati, e così via. Non stupisce, dunque, il giudizio negativo del primo Governo Conte nei confronti dei corpi intermedi e il conseguente sforzo per non riconoscere loro un ruolo rilevante». Pur con contatti e aperture al dialogo nei concitatissimi 60 giorni di conversione del decreto legge, nel nuovo scenario politico cambia in profondità l’azione dell’Alleanza contro la povertà: «La necessità della sua funzione di poverty lobby, cioè di soggetto sociale che preme sui decisori affinché si interessino alla povertà, è risultata evidentemente superata. Lo stesso invece non si può dire per la funzione di think tank, cioè di attore che formula idee per la progettazione delle politiche, il cui contributo – davanti alla sfida di elaborare una misura così complessa – può essere realmente significativo. L’Alleanza si è impegnata a fondo per svolgere questo ruolo, riuscendovi però solo in parte dato che il Governo non gliel’ha riconosciuto formalmente».

A riflettori spenti

Quando il ReI viene sostituito dal Rdc, molto cambia. Nel contenuti e nel metodo. «Il RdC a differenza della misura che aveva sostituito, non era (solo) una risposta contro la povertà ma la misura più importante in materia di welfare del Governo, nonché la bandiera identitaria del Movimento cinque stelle. Non, dunque, una legge di settore bensì “politica di serie A”», scrive Gori. «La sua elevata visibilità ha influenzato negativamente il comportamento di tutti i soggetti interessati, con conseguenze nocive tanto sulla qualità del dibattito pubblico quanto sul disegno della misura […] Quando si lavorava a “riflettori spenti”, invece, la grande politica non si occupava di quello che si stava realizzando e ciò ne evitava le interferenze strumentali. Il raffronto tra le due vicende indica che tanto più una policy è sotto le luci della ribalta, tanto meno le posizioni degli attori in campo dipendono dal suo effettivo contenuto, a tutto vantaggio del loro posizionamento rispetto agli altri soggetti implicati nella dinamica politica e ai messaggi che si vogliono trasmettere all’opinione pubblica».

Il Reddito di cittadinanza è stato disegnato con modalità opposte a quelle impiegate con il Rei: da un’elaborazione condivisa si è passati a una modalità una accentrata nelle mani dei responsabili ultimi delle scelte. C’è stata la corsa contro il tempo e la volontà della massima rapidità possibile, ma non solo. C’è stata la mancanza di basi conoscitive, la sottovalutazione della dimensione tecnica, il fatto che «per poter comunicare la cifra di 780 euro all’opinione pubblica, una finalità esclusivamente di marketing politico e slegata da considerazioni sul profilo del Rdc, sono stati introdotti parametri fortemente distorti per differenziare importi e criteri di accesso tra nuclei familiari di diverse dimensioni, producendo profonde iniquità». Fare della lotta alla povertà un vessillo, in un certo senso ha portato a un esito opposto: la delegittimazione, fra l’opinione pubblica, della lotta alla povertà. L’impostazione populista ha visto «forte la volontà» («senza i Cinque stelle è difficile immaginare in che modo, e con che tempi, un finanziamento di tale entità sarebbe stato raggiunto», ammette Gori) e «debole la ragione». La vicenda del Rei e del Rdc, alla fin fine, purtroppo «mette dinanzi all’alternativa tra una riforma “meno finanziata e meglio disegnata” o una “più finanziata e peggio disegnata”».

L’advocacy di cui abbiamo necessità

Il libro di Gori resta aperto, senza conclusioni, rispetto all’oggetto della lotta alla povertà. È troppo presto per trarle. Ha invece una conclusione che riguarda la necessità urgente di advocacy su tematiche di welfare, appaiata al timore per un «eventuale incapacità da parte del decisore pubblico di affrontare adeguatamente le nuove sfide, di natura sociale ed economica, che il Covid-19 ha determinato». Questo diario della lotta alla povertà dà spunti utili sulle strade da seguire e sugli errori da evitare.

Foto di Tobias Bjørkli da Pexels

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