Donne contro

Rita Borsellino: "La mafia ci ruba le parole, ma certa informazione le corrompe"

2 Maggio Mag 2016 1426 02 maggio 2016
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Una Rai a mezzo servizio ospita il figlio mafioso di un boss mafioso. Nessuna autocritica dai dirigenti che, evidentemente, tentano di far passare una linea soft, come se nulla di irreversibile fosse successo. Non la pensa così Rita Borsellino, sorella del magistrato Paolo, ucciso dalla mafia ventiquattro anni fa, che ritiene tutt'altro che chiusa la questione.

Durante un interrogatorio risalente al 1980, al magistrato che gli poneva la classica domanda “che cosa è la mafia?”, il boss Frank P. Coppola rispose in termini più che eloquenti: “Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia”. La mafia ama i cretini. E la banalità che ne consegue. Davanti a questa strategia, osserva Rita Borsellino, dobbiamo opporsi con tutte la forza dell'intelligenza. La mafia, ricorda la sorella di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso a Palermo il 19 luglio 1992, cambia pelle, tattica, strategia. Sceglie maschere rassicuranti, punta a banalizzare il livello della critica e della discussione.

Abbiamo incontrato Rita Borsellino, da anni impegnata sul tema, a margine dei preparativi di un incontro, promosso dall'Associazione Montessori, che la stessa Borsellino terrà il 14 maggio prossimo a Brescia, per Donne straordinarie la rassegna, giunta al suo secondo anno, dedicata alle storie di donne hanno dedicato e dedicano la loro vita alla difesa dei diritti di altre donne e dei bambini.

La taglia su Provenzano

Getty

Sono passati molti anni dalla reazione civica alle stragi di Capaci e via d’Amelia. Oggi sembra che le istituzioni non reagiscano più e i media si siano assuefatti o peggio. Penso al caso di Salvo Riina in televisione, su Rai 1, servizio pubblico…
Dal punto di vista della visibilità, la prima impressione è proprio questa: che vi sia un arretramento e che istituzioni e informazione non abbiano anticorpi rispetto ai fenomeni mafiosi. Quando, però, si entra a stretto contatto con il sociale o con la società civile che dir si voglia la sensazione è ben diversa. La società ha, oggi, dopo ventiquattro anni dalle stragi una consapevolezza molto maggiore. Viviamo quindi una sorta di schizofrenia fra classe dirigente e società. La reazione che avvenne subito le stragi del 1992 fu molto forte e generalizzata. Se fino a quel momento l’antimafia era un fenomeno di élite, dopo il 1992 diventa un’antimafia popolare. Da Palermo si sviluppò una reazione a catena, da Sud a Nord, intergenerazionale e di lungo periodo che oggi è il nostro baluardo rispetto allo sbando. Oggi si svolge a Modena un maxiprocesso contro la ‘ndrangheta e questo ci testimonia della pervasività del fenomeno mafioso, che al Nord ha occupato il territorio di regioni economicamente floride e, quindi, permeabili al denaro proprio attraverso i due canali dell’economia e della finanza.

Rita Borsellino

Photo credit: Marcello Paternostro/AFP/Getty Images)

Rai a mezzo servizio (pubblico)

Oggi nessuno nega che la mafia esista, casomai la si trasforma e la si sovraespone con narrazioni, diciamo così, un po’ ambigue che deformano il problema, presentandolo come un caso di gossip o in un contesto da telenovela. Pensiamo al caso di Salvo Riina ospite a Rai 1, da Bruno Vespa, il 7 aprile scorso. Al contrario, Paolo Borsellino, che fu tra i primi magistrati ad andare nelle scuole – e, ricordiamolo, nelle scuole del Nord – riteneva i ragazzi all’altezza della loro intelligenza, responsabilizzava la loro intelligenza…
Oggi siamo davanti a un tentativo di riconfigurazione dell’immaginario mafioso. Al tempo stesso, sembra vi sia una sorta di volontà di giocare sempre al ribasso. Troppa intelligenza, troppa consapevolezza, troppa coscienza, troppa etica spaventano.

Anche la scelta…
Certo, perché se abbassiamo il livello finiamo per non avere più strumenti per scegliere consapevolmente e, di conseguenza, finiamo per non scegliere affatto ma ci facciamo scegliere. Ma non deve essere così.

Lei gira molto per l’Italia, incontra migliaia di ragazzi, qual è stata la loro reazione al caso Riina-Vespa?
Sono molto, molto indignati. Sono arrabbiatissimi, più di tanti adulti e funzionari che non ne colgono la gravità. Guardi, non giudico il figlio di Riina. È già stato giudicato: è un mafioso e fa il suo mestiere. E devo dire che lo fa bene questo mestiere se arriva a presentare il suo libro da analfabeta – perché lui si vanta di essere tale – sul primo canale della Radio Televisione Italiana. Anche questo vantarsi di essere analfabeta è un messaggio che lancia…

Torniamo alla questione dei segni di cui parlava Paolo Borsellino: dobbiamo saperli leggere. Rimparare o imparare a leggerli là dove non sono ancora evidenti…


Se un analfabeta – così, ripeto, si è presentato Riina jr – arriva nel salotto più ambito della Rai – e qui dovremmo chiederci perché è il più ambito – allora questo qualcosa significa. In un’epoca di “cervelli in fuga”, noi mandiamo in televisione il figlio del boss.

Si è molto parlato del rapporto fra Riina padre e Riina figlio, dimenticando la madre. Un elemento, quello femminile, che oggi i sociologi reputano quanto mai cruciale nel fenomeno mafioso…

Le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella mafia anche prima che diventassero capi. Le donne sono diventate capi nel momento in cui l’azione repressiva c’è stata – e ancora oggi, ricordiamolo, con ottimi risultati continua – i mafiosi che erano in carcere, non potendosi fidare di nessuno hanno affidato alle donne le chiavi. Prima di passare all’atto, le donne avevano comunque un ruolo nella mafia: educavano alla contiguità mafiosa. Il figlio di Totò Riina è stato educato non tanto da Totò Riina, ma da Ninetta Bagarella, la moglie che ha custodito i disvalori mafiosi trasmessi ai figli, che ne hanno fatto “tesoro” diventando a loro volta mafiosi.

E Vespa come lo giudica?

Non lo giudico, lo schivo, non voglio avere nulla a che fare con lui.

E allora chi giudica?
Giudico la scelta della Rai, Radio Televisione Italiana, servizio pubblico.

Giudica sia stata una scelta infelice?

Non scherziamo. Infelicissima è chiaro lo sia stata. Soprattutto

quella della Rai è stata una scelta di campo vergognosa e di una gravità inaudita. Su cui nessun dirigente ha fatto nessuna autocritica. È una di quelle cose su cui il Paese chiede di fermarsi. E invece tutto va, come se fosse un fiume limaccioso senza coscienza, che continua a scorrere e non si ferma davanti a nessun ostacolo. È una cosa senza precedenti.

Bruno Vespa e Salvo Riina

La scuola è il nostro baluardo

La scuola ha svolto e svolge un ruolo determinante per il presidio di questo baluardo di coscienza civica contro le mafie…
Nessuno ha delegato nulla alla scuola, ma la scuola si è fatta carico di un’urgenza che ha avvertito immediatamente come urgenza educativa. Oggi le scuole sono vere palestre di consapevolezza e di coscienza critica. Una consapevolezza e una coscienza che passa da generazione a generazione: ogni cinque anni nelle scuole cambiano tutti, ma si ricomincia tutto da capo. E tutto, da capo, è più forte e più tenace di prima. C’è un fuoco che cova sotto la cenere. Non solo nelle grandi città, ma nei paesi, nei piccoli centri, là dove i riflettori non arrivano, ma pulsa la vita vera. Questa consapevolezza diffusa sforna, ogni anno, cittadini che hanno una coscienza civica migliore di quella che c’era prima.

Questo va oltre la pratica della memoria, essendo oramai i ragazzi che frequentano la scuola tutti “nati dopo” il 1992…
La memoria non è una pratica sterile, ma una attivazione. Oggi i più sensibili proprio loro, quelli che non c’erano, ma che vogliono capire e non primeggiare dicendo banalmente “io c’ero”. C’è solo chi ci mette cuore, dignità e passione e i ragazzi italiani li mettono. Paolo Borsellino diceva sempre una cosa. La riferiva a Palermo, ma noi la possiamo riferire a tutta l’Italia e per qualunque cosa: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. I ragazzi sono quelli che cambieranno tutto, là dove noi non abbiamo saputo, non abbiamo voluto, non abbiamo osato cambiare. È una conseguenza della dissonanza fra élites, classi dirigenti, informazione e società di cui i ragazzi sono i primi a essere consapevoli. Mio fratello Paolo diceva sempre: “quando i giovani le negheranno il consenso, la mafia finirà”. Oggi i ragazzi hanno gli strumenti per scegliere da che parte stare. Mentre quando a noi, da giovani, dicevano che “la mafia non esiste” era un po’ difficile scegliere.

La legalità è una parola vuota



Oggi l’antimafia è in crisi nelle élites, che l’hanno piegata per anni a una sorta di marketing della legalità…


La legalità è diventata una bandiera bianca. Dietro questa bandiera si nascondono segni di malaffare, di collusione, di corruzione, di contiguità. Finché questi segni li sappiamo leggere e finché questi segni continuano a sconcertarci c’è speranza. Con il passare degli anni questa parola, legalità, è diventata solo una parola di cui riempirsi la bocca nei convegni e nelle interviste, spesso per mascherare loschi affari.

Questo in basso, a raso terra, a contatto con le cose vere della vita. Ma quando saliamo e più in alto saliamo - nei palazzi, nei consigli di amministrazione, fra politici e dirigenti – più l’aria diventa rarefatta. Cresce così un muro di gomma contro il quale rimbalza tutto, dignità compresa. Tutto diventa lecito, tutto diventa possibile. Tutto diventa lecito e possibile perché ci si fa drogare dal flusso di denaro che circola e, in un modo o nell’altro, travolge tutto. In primo luogo la capacità di guardare dentro le cose.

La legalità è una maschera, come nel gioco d’azzardo, piaga soprattutto legale, dove l’illegalità sopravvive in maniera residuale e contigua…
Il denaro, appunto. Il denaro deforma ogni cosa. Ma la gente crede non abbia capito che cosa c’è dietro questo mega business del gioco d’azzardo? Certo che l’ha capito. Che si chiami legale o illegale poco importa. Il pesce puzza dalla testa e le azioni si giudicano dalle conseguenze, non dalle intenzioni. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. È come se fossimo tutti intossicati da una certa situazione. Vogliamo chiamare “legalità” questa intossicazione? Facciamolo, ma saremmo degli ipocriti o peggio.

Oggi c’è una contiguità virale fra legale e illegale…
La mafia ha una grande capacità di adeguarsi e mutare strategia. Sceglie un campo o l’altro o entrambi, come più le conviene. Dopo il periodo stragista, la mafia ha cambiato pelle. Oggi la mafia non uccide più, è come se con questa strategia comunicasse al senso comune una sorta di idea di pacificazione che non esiste. La mafia è guerra, violenza, anche se questa violenza non assume sempre la forma della violenza manifesta. Il volto dell’assassino viene istintivamente rifiutato. Il volto del manager è il volto del vincente, un modello. La parola legalità l’hanno banalizzata in una maniera tale che è meglio non usarla più.

La parola “legalità” è banale, è diventata banale. L’hanno resa banale.

Se ci vogliamo intendere, dobbiamo usare altre parole. La mafia si impossessa delle parole del linguaggio civile – “uomo d’onore”, “rispetto”, “onorata società”, “famiglia” – e le svuota. La mafia ruba il linguaggio, lo rende schiavo.

Li banalizza?
A quello ci pensano alcuni media. La mafia fa qualcosa di più: ruba, corrompe. Dopo il furto di parole, interviene certa informazione che banalizza. Abbiamo così un’espropriazione e una banalizzazione che hanno come effetto di medio e lungo termine quello di dirottare il discorso là dove non può dare fastidio a nessuno.

Un esempio?

La parola “pentito”. La parola ha distrutto, banalizzandolo, il fenomeno dei collaboratori di giustizia. D’improvviso, il fenomeno è stato distrutto. Come può reagire la società davanti a un “pentito di mafia”? Reagisce – giustamente – dicendo che non può chiamarsi “pentito” chi ha sciolto nell’acido dei bambini. Potrà pure pentirsi, ma non possiamo chiamarlo “pentito” solo perché ha collaborato. La collaborazione è un’altra cosa, è un contratto. Il pentimento è un fatto morale. Chiamando pentimento la collaborazione, facendone tutt’uno si è distrutto il significato e il ruolo dei collaboratori di giustizia.

All'inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa, un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capital

Paolo Borsellino, intervista del 21 maggio 1992

Il covo di Bernardo Provenzano

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Mettere Salvo Riina sullo stesso piano delle vittime, consegnargli un palcoscenico può essere parte di una strategia di banalizzazione?
Temo proprio di sì. Le faccio un esempio: quando venne catturato Bernardo Provenzano - certa informazione, probabilmente imbeccata da qualcuno o qualcosa – presentò l’immagine di Provenzano come quella di un povero vecchio col pannolone che si nutriva di cicoria ed erbe amare. Invece sappiamo perfettamente chi era Provenzano. Ma quella parte fu nascosta, ci dissero implicitamente “guardatelo, può essere davvero lui a capo della mafia”? La mafia ha sempre un misto di brutalità e modernità, tremendamente serio. Dobbiamo attrezzarci bene per capirlo, altrimenti c’è poco da fare. È una questione di sistema. I giovani chiedono alle istituzioni di essere all’altezza del problema, di essere intelligenti e di esserlo assieme, imparando senza sosta. La società chiede alle istituzioni di essere interlocutori, perché oggi non c’è interlocuzione. È come se fossero due mondi separati da un cristallo antiproiettile: tu mi vedi, io ti vedo ma non riusciamo a comunicare. Rompere il cristallo è una necessità vitale, per tutti.

L'OSPITE

Rita Borsellino è nata a Palermo il 2 giugno 1945. È laureata in Farmacia, sposata e madre di tre figli. Il suo impegno politico inizia dopo la strage di via D'Amelio dove perse la vita il fratello, il giudice Paolo Borsellino. E allora, infatti, che da mamma e farmacista, riservata e dedita alla famiglia, Rita Borsellino diventa un personaggio pubblico: tiene incontri e conferenze e inizia a lavorare nel sociale per costruire e rafforzare la coscienza antimafia in Sicilia e in tutto il Paese. Con l'Arci ha dato vita alla Carovana Antimafia e con don Luigi Ciotti all'Associazione Libera contro le mafie, di cui è stata vicepresidente fino al '95 e presidente onoraria fino allo scorso inverno. Rita Borsellino è inoltre presidente dell'Associazione “Piera Cutino guarire dalla talassemia” Onlus con sede a Palermo. Nella quindicesima legislatura dell’Assemblea regionale siciliana ha assunto il ruolo di leader dell’opposizione all’Assemblea regionale siciliana, iscritta al gruppo misto, e componente della commissione “Regolamento, Verifica dei poteri e Affari Istituzionali”. Dopo la parentesi all’Assemblea regionale siciliana, conclusa nel gennaio 2008 per dimissioni del presidente della Regione Salvatore Cuffaro, Rita Borsellino è tornata a dedicarsi interamente al mondo dell’associazionismo, costituendo nel luglio 2008 il movimento nazionale di “Un’Altra Storia”, per dare identità concreta al suo modo di fare politica, una politica vicina alla gente, che affonda le sue radici sull’attività partecipata

In copertina: GUILLERMO LEGARIA/AFP/Getty Images

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