Eric R. Kandel

Parola di Nobel: "Per preservare la memoria, fate volontariato e state in mezzo alla gente"

22 Agosto Ago 2016 0604 22 agosto 2016
  • ...

Siamo ciò che apprendiamo e ricordiamo. Anche quando non sappiamo di averlo appreso e di ricordarlo. Il professor Eric Kandel, premio Nobel per la Medicina nel 2000, ci spiega che cos'è la memoria. E per preservarla, ci dà un consiglio: «fate volontariato, state in mezzo alla gente»

La memoria ha i suoi sentieri. E i suoi misteri. Eric R. Kandel è professore alla Columbia University di New York e lavora presso il Kavli Institute of Brain Sciences, di cui è direttore, e presso l’Howard Hughes Medical Institute ed è tra coloro che più si sono avventurati su quei sentieri e tra quei misteri. Nato a Vienna il 7 novembre del 1929, Kandel ha conosciuto l'orrore della guerra e della persecuzione, fino a quando i suoi genitori, nel 1939, riuscirono a emigrare negli Stati Uniti. Psichiatra di formazione, Kandel si è dedicato per oltre cinquant'anni allo studio delle neuroscienze e nel 2000 è stato insignito del Premio Nobel per la Medicina per le sue ricerche sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni. Lo abbiamo incontrato e per ternerci in forma ci ha dato due semplici consigli: «pensate, leggete e fate attività sociale. Divertendosi, magari ballando, e aiutando gli altri. Stare in relazione è la prevenzione migliore, a portata di mano».

Getty Images 452344450

Eric R. Kandel
Fotografia di Jemal Countess/Getty Image

Professor Kandel, come definire la memoria? Oggi apprendiamo molto, ma ricordiamo poco...
La memoria è la modalità che ci permette di conservare la conoscenza all'interno del nostro cervello. L'apprendimento è invece ciò che ci permette di accrescere conoscenza. Per questo siamo ciò che siamo in virtù di ciò che abbiamo imparato e che ricordiamo. Siamo ciò che ricordiamo, ma anche ciò che non sappiamo di ricordare. Dentro l'uomo ci sono molte cose che l'uomo non riesce a vedere.

Proprio per questo la malattia di Azheimer ci spaventa tanto: ci impedisce di essere ciò che siamo?
Siamo ciò che siamo per quello che apprendiamo e per quello che ricordiamo. La memoria è il collante che ci mantiene in vita. L'Alzheimer come tale è una sorta di spettro che incombe sulla nostra conoscenza e sul tessuto stesso di questa capacità di apprendere e ricordare, ci spaventa perché lo percepiamo come un solvente culturale, antropologico, umano. L'Azheimer coinvolge aspetti profondi, culturalmente e antropologicamente profondi, del nostro rapporto con il ricordo e con gli altri. Aspetti che, su piani diversi, non siamo ancora preparati ad affrontare. Oggi che la vita media si è allungata, almeno in occidente, il desiderio – accresciuto anche dai media – è di una speranza di vita sempre più lunga, ma la paura è che questa vita sia una vita senza memoria. Va detto, però, che la scienza attuale non è molto distante dal trovare terapie e soluzioni a un problema di questo tipo.

Eric R. Kandel
Fotografia di Jemal Countess/Getty Image

Eppure, anche qui, la percezione comune è che si tuttora in alto mare.
Semplicemente perché, allo stato attuale delle conoscenze, non esiste una terapia consolidata per il trattamento della sindrome di Alzheimer. Ritengo però che nei prossimi 10 anni avremo delle buone soluzioni al problema. E che, soprattutto, nei prossimi 20 avremo soluzioni addirittura eccellenti. Possiamo dunque dire che la percezione individuale è una cosa, ma la tendenza generale è che abbiamo imboccato delle strade che daranno risultati.

Crede sia solo una questione “scientifica”? O è anche una questione culturale?
Come detto, la memoria è un intreccio di entrambe le cose, non possiamo prescindere dal primo polo della questione, ma neppure dal secondo se vogliamo cogliere la complessità della sfida che la memoria e le sue patologie, come l'alzheimer, ci pongono. Ci pongono non solo come scienziati, ma come uomini, presenti e attivi in una comunità. Da una parte abbiamo una evoluzione biologica, dall'altro l'evoluzione culturale.

Bergamo, Città alta

La struttura delle nostre città, là dove resiste alla desertificazione prodotta da urbanisti e architetti, in questo ci aiuta: le piazze sono luoghi di incontro, ma dovremmo sottrarle al loro destino di parcheggi...
Se camminiamo in una città, una delle piccole città del nord Italia come Bergamo, Brescia, Cremona possiamo facilmente renderci in effetti conto di questo intreccio tra "io" e "tu" che costituisce il "noi": stili diversi, stratificati, sovrapposti, ramificati, connessi o sconnessi ma presenti, qui e ora, sotto il mio, sotto il suo sguardo. La memoria è simile a questo centro cittadino, strati profondi e strati più recenti convivono. La memoria ha radici profonde, ma queste radici affondano anche nel futuro che ci sta davanti.

Contenuti correlati