Lavoro

Se il lavoro per tutti non c'è, domani saremo tutti dei falliti?

30 Maggio Mag 2017 1636 30 maggio 2017
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Non c’è più bisogno di una professione per tutti gli uomini, questo è il problema. A quel punto cosa succederà? Per Silvano Petrosino «se non distinguiamo il lavoro dalla professione, separando il compimento umano dalla professione svolta (si può essere un grande uomo svolgendo una professione del tutto umile), rischiamo di condannare al fallimento migliaia di giovani». Ovviamente non possiamo permettercelo. Da qui deve ripartire l'educazione

«Oggi il lavoro è a rischio. È un mondo dove il lavoro non si considera con la dignità che ha e che dà». E ancora, «dev'essere chiaro che l'obiettivo da raggiungere non è il reddito per tutti ma il lavoro per tutti. Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti»: così Papa Francesco sabato nel suo sferzante discorso dall'Ilva di Genova. Silvano Petrosino, filosofo, insegna all'Università Cattolica di Milano: ha riflettuto molto sul tema del lavoro. Con lui abbiamo fatto una chiacchierata la scorsa settimana, prima del discorso del Papa (qui la versione integrale): una riflessione stimolante, per continuare a pensare ai temi che Francesco ha sollevato.

Professore, perché riflettere sul lavoro oggi è fondamentale?
Perché due sono i problemi essenziali che s'impongono all'attenzione di tutti: uno, per l'appunto, è il lavoro, l’altro riguarda l’utilizzo del corpo come una sorta di magazzino di "pezzi di ricambio" (il commercio degli organi). Bisogna capire che siamo solo agli inizi di un cambiamento radicale, rispetto al quale nessuno può pretendere di avere un sapere chiaro e completo. In cento anni – perché i primi risultati della scienza sulla vita sociale non sono del Seicento ma della metà dell’Ottocento – sono accadute cose mai viste, ed è come se la scienza avesse preso il sopravvento rispetto all’umano stesso. La scienza - una vera meraviglia - rischia ora di procedere indipendentemente dall’uomo. Prendere coscienza di non sapere è fondamentale e la principale conseguenza di tale consapevolezza è che bisogna aiutarsi e collaborare insieme: di fronte a sfide così radicali dobbiamo avere la serietà e l'umiltà di ascoltare tutti e di decidere insieme.

Proviamo a pensare insieme rispetto al lavoro.
Il problema vero è che non c’è più bisogno di lavoro. O meglio, dobbiamo distinguere fra lavoro e professione: il lavoro ci sarà sempre, è lavoro quello di una mamma che accudisce un bambino ed è lavoro leggere Tolstoj… Dio pone l’uomo nel giardino affinché lo coltivi e lo custodisca (Genesi, 2, 15), il lavoro esiste prima del peccato originale, l'uomo deve portare a compimento la creazione, deve aggiungere del proprio al creato e da questo punto di vista il lavoro non può in alcun modo inteso come una punizione o un peso. Il lavoro riguarda il portare a compimento la creazione, il lavoro è ciò attraverso il quale l'uomo lascia una traccia nel creato. Ma se parliamo di professione i termini della questione cambiano: tutti ci ripetono che i nostri giovani non sono pronti per determinate professioni, ma il problema è che non c’è più bisogno di una professione, almeno non per tutti. La tecnologia e la digitalizzazione rendono molte professioni veramente inutili. Faccio un esempio biografico: io sono negato con il computer, ma il 95% dei miei viaggi, case per le vacanze, aerei, li prenoto da solo con il computer. Negli USA usano software per la scrittura delle notizie di cronaca; il computer sbaglia meno del giornalista e per certi aspetti è anche più onesto. Io non riesco a pensare a una soluzione diversa dal lavorare meno per lavorare tutti; ma il vero problema è che da un lato bisogna esser disposti a guadagnare meno, e dall’altro che forse l’uomo non vuole affatto avere più tempo libero: è meglio arrivare a sera stravolti e non avere tempo per pensare.

Il lavoro ci sarà sempre, riguarda il portare a compimento la creazione, è ciò attraverso cui l'uomo lascia una traccia nel creato. Ma se parliamo di professione i termini della questione cambiano: tutti ci ripetono che i nostri giovani non sono pronti per determinate professioni, ma il problema è che non c’è più bisogno di una professione, almeno non per tutti. La tecnologia e la digitalizzazione rendono molte professioni veramente inutili.

Dal lavoro passa la dignità dell’uomo: è ancora vero?
Possiamo davvero di dire che il lavoro oggi è un diritto? È questo il nodo da affrontare, ripeto, il problema non è la preparazione dei ragazzi, è l’assenza reale di una professione. Gli economisti dovrebbero davvero mettersi insieme e pensare, il problema c’è e va affrontato. Dobbiamo smetterla di dire che i nostri giovani non sono preparati. Quando i disoccupati inizieranno ad essere tantissimi, che succederà? Se non c’è (più) bisogno di una professione per tutti gli uomini, cosa succederà? Ci vuole un grande intervento politico che deve gestire questa vicenda gravissima e complicata. Dobbiamo formare di più la persona, soprattutto servirebbe educare alla distinzione tra professione e lavoro, perché altrimenti arriveremo alla seguente tragica conclusione: se non svolgi una prestigiosa professione, ben pagata e da tutti apprezzata, allora sei un fallito. Questo è il punto. Non tutti i giovani potranno fare i creativi, smettiamola con questa illusione: di creativi ne bastano pochissimi. Se non distinguiamo il lavoro dalla professione, separando il compimento umano dalla professione svolta (si può essere un grande uomo svolgendo una professione del tutto umile), rischiamo di "condannare" al fallimento migliaia di giovani. A un convegno ho sentito l’intervento di una ragazza di 33 anni, arrivata a Milano dalla Calabria con grandi speranze, si è laureata, ha lavorato qui per sei anni, poi è stata licenziata, non ha più trovato un lavoro e così è tornata in Calabria. Ora ha un lavoro part time da 500 euro, accudisce i suoi genitori e fa volontariato in oratorio: questa giovane donna ha concluso il suo intervento dicendo: “ho capito che sono una fallita”. Abbiamo troppo identificando il compimento umano con il successo professionale. Così come il lavoro non coincide con la professione, analogamente il compimento non coincide con il successo.

A un convegno ho sentito l’intervento di una ragazza di 33 anni, è arrivata a Milano dalla Calabria con grandi speranze, si è laureata, ha lavorato qui per sei anni, poi è stata licenziata, non ha più trovato un lavoro e così è tornata in Calabria. Ora ha un lavoro part time da 500 euro, accudisce i suoi genitori e fa volontariato in oratorio: questa giovane donna ha concluso il suo intervento dicendo: “ho capito che sono una fallita”. Abbiamo troppo identificando il compimento umano con il successo professionale. Non è così

Concretamente, lei quindi come pensa dovrebbero cambiare scuola, formazione e università?
C’è chi dice che non è vero che non ci sarà più una professione per tutti, perché ci sarà l’iperspecializzazione: dobbiamo preparare alla specializzazione, si dice, e a tal fine è necessario limitare le «materie generali». Poi però esci con una laurea superspecialistica, trovi lavoro e dopo un anno quella laurea è di nuovo superata perché intanto è cambiato tutto un’altra volta… tant’è che quelli che teorizzano la superspecializzazione sono gli stessi che teorizzano la formazione permanente. Ogni anno cambia tutto e tu ricominci da capo, sei sempre in debito, sensi con i sempre in colpa, non puoi mai fermarti: ma vivere così è impossibile. La direzione da seguire è quella opposta, quella da cui è nata l’università, l’universitas come sapere universale, ampio. Molte università americane ci stanno riflettendo dopo aver visto che i loro laureati raggiungono l’apice della carriera in 2/3 anni e poi decadono rapidamente. Un’indicazione banale viene dagli scienziati, che dicono che sopravvive non è il più forte ma quello che si adatta meglio.

Il work-based learning oggi è proposto come una delle strade maestre per il cambiamento del sistema. Serve?
Sono tutte cose buone, probabilmente necessarie, ma non scalfiscono la questione. Noi abbiamo bisogno di allargare lo sguardo, non di ridurre questo a una tecnica. Molte aziende hanno problemi con i loro manager, che sono bravissimi ma quando stanno con i colleghi di altri Paesi non sanno stare a tavola, condurre una discussione, non hanno letto un libro, non vanno al cinema o a teatro, non sanno parlare di politica. Il rischio è di interpretare tutto questo come una questione relativa all'acquisizione di determinate tecniche: come parlare in pubblico, come vestire in determinate circostanze, come essere brillante, come “fare lo splendido” per usare un gergo giovanilistico. Non è questo il problema. Si tratta piuttosto di prendere coscienze dell'ampiezza delle questioni, evitando i luoghi comuni e le semplificazioni; bisogna guardarsi intorno prestando attenzione ai fenomeni sociali. Come è già stato sottolineato, non bisogna chiudersi nella propria "bolla", neanche quando tale bolla è digitale. Molto banalmente, bisogna avere simpatia per l’umano.

Foto Clark Young/Unsplash