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Danilo Dolci, il borgo nel quale si costruivano ponti

Dopo la morte di Dolci, avvenuta il 30 dicembre del 1997, il Borgo di Dio ha vissuto un progressivo declino sino al quasi totale abbandono, ma mai nessuno di coloro i quali sono stati accanto a lui ha pensato che non ci potesse essere più futuro per un luogo che ha formato e cambiato tante coscienze. Grazie alla figlia Daniela, il progetto di recupero prende sempre più corpo e, nella settimana che celebrerà i cent'anni dalla sua nascita, i contributi che si alterneranno daranno il senso di quanto ha saputo costruire colui che, non a caso, è stato definito il Gandhi italiano. Impegno del quale ci parla anche Pino Lombardo, uno dei suoi fedeli compagni di strada

di Gilda Sciortino

Se si vuole raccontare la sua storia si deve percorrere anche quella di un’Italia capace di interagire e fornire stimoli a livello internazionale perché dal Borgo di Dio, sin da quanto Danilo Dolci lo fondò nel 1952, sono passati i più grandi esponenti del mondo della letteratura, urbanisti, architetti, sociologi, agronomi, economisti. Carlo Levi, Ludovico Quaroni, Carlo Doglio, Bruno Zevi, Edoardo Caracciolo, Giovanni Michelucci, Lamberto Borghi, Paolo Sylos Labini, Sergio Steve, Giorgio Fuà, Giovanni Haussman: basta fare pochi nomi per capire con quale contributo determinò un tale risveglio culturale della società di allora da averne non solo nostalgia, ma anche la voglia di non lasciare disperdere tanta ricchezza.

Il fatto, poi, che ci si appresta a celebrare con una settimana densa di appuntamenti il centenario della nascita di Danilo Dolci, avvenuta il 28 giugno del 1924, dà ancora di più la forza per portare avanti un progetto di recupero del Borgo che ha in Daniela, la figlia più piccola di Danilo e Vincenzina, la sua forza propulsiva. Da anni vive in Svizzera dove dirige la sua orchestra barocca “Musica Fiorita”, specializzata nei repertori del ‘600 e ‘700, con la quale porta avanti a livello internazionale un amore per questa arte che forse non avrebbe mai potuto nutrire con tanta gioia se i suoi natali non avessero una storia importante come quella della sua famiglia.

Dal 1985 al 2012, inoltre, Daniela Dolci è stata presidente dell’associazione svizzera “Förderung des Werkes von Danilo Dolci – CH” per la divulgazione e la promozione dell’opera del padre, organizzando conferenze, convegni, traducendo e pubblicando testi di Dolci in lingua tedesca, ma anche e soprattutto contribuendo finanziariamente in modo significativo alla realizzazione di numerosi progetti in Sicilia. Dal 2021 si dedica assiduamente alla ricostruzione del “Centro di Formazione Borgo di Trappeto”, in Sicilia.

Daniela Dolci

«Io sono la più piccolina di questa covata di cinque figli che Danilo e Vincenzina hanno avuto. Sono nata e cresciuta in Sicilia», racconta lei stessa, «ma sono andata via molto presto per studiare musica in Svizzera e ci sono rimasta assicurata dalle parole di mio padre che mi disse: «Stai tranquilla, i ponti li si può costruire ovunque». Desideravo rimanere a Basilea, perchè lì mi ero fatta tante amicizie, avevo anche conosciuto il mio futuro marito.

Ovviamente Danilo aveva ragione perché i ponti non si sono mai interrotti, lui mi è sempre stato molto vicino, ma soprattutto il suo lavoro è sempre stato molto importante rispetto alla nostra società. Lo dico anche in virtù del fatto che, essendo cresciuta in una famiglia particolarmente sensibile ai problemi sociali, automaticamente anch’io mi sono trovata a sposare cause che avessero quella matrice.  Sono rimasta a Basilea e, da presidente del comitato svizzero che ho fondato 50 anni fa circa, ho lavorato per trovare fondi che consentissero di proseguire il lavoro che si faceva in Sicilia».

Chi ha vissuto pienamente o anche solo per un breve periodo il Borgo di Dio racconta di un luogo magico. Che tipo di carisma possedeva?

Posso dire che la nostra era una vita estremamente intensa e interessante, come potete immaginare non sempre facile, ma una vera avventura soprattutto per noi che eravamo ragazzini perché abbiamo vissuto in un ambiente assolutamente internazionale. Passavano da un lato studiosi di filosofia,  pedagogia, di architettura, dall’altro artisti di diverse discipline, dalla musica al teatro. Diciamo che “sguazzavamo” nella cultura ad altissimo livello e questo mi ha formato in maniera specifica. I miei genitori hanno dato a noi figli un seme veramente importante e io ho avuto la fortuna di svilupparlo poi in Svizzera, in un paese sano da tanti punti di vista.

Un luogo nel quale l’azione non violenta di cui parlava Danilo Dolci è sempre stata presente e agita. Ieri come oggi

Certamente e le porto un esempio concreto. Purtroppo, nel tempo, abbiamo subito diversi atti vandalici nel borgo, in attesa di poterlo ristrutturare e, quindi, preservare. A maggio dello scorso anno accade nuovamente che alcuni ragazzi di Trappeto entrano, rubano delle porte e fanno numerosi danni. Mi chiamano mentre ero a Basilea per comunicarmi quel che era successo e per chiedermi cosa fare, anche perché sarei dovuta di lì a poco venire in Sicilia. Proposi di organizzare ogni giorno delle riunioni con questi ragazzi per capire come potere interagire con loro per potere uscire insieme da questa situazione.

Ebbene, l’esperienza è diventata magnifica perché da che sono arrivati mogi mogi credendo di trovare persone pronte a puntare il dito, si sono aperti sempre di più e hanno tirato fuori tutta la loro frustrazione, la loro voglia di distruzione. Abbiamo scoperto che   loro atti vandalici erano frutto della contrapposizione tra due bande che dovevano provare l’una all’altra la propria forza. Alla fine, hanno cominciato a rilassarsi e a fare anche proposte su come pensavano dovesse diventare il borgo. Dai 3 del primo giorno sono diventato 10, che sono anche venuti con i genitori alla festa con grigliata che abbiamo organizzato alla fine di questo percorso.

Da allora, non solo vengono seguiti da quattro volontari due volte alla settimana per dare loro la possibilità di trascorrere i pomeriggi in maniera creativamente produttiva, ma sono diventati corresponsabili del Borgo. È questo l’esempio più concreto e importante di come si possa gestire in maniera non violenta una situazione di conflitto o di aggressività. Ce lo ha insegnato Danilo. Ne abbiamo anche parlato con il Comune di Trappeto per dire che noi possiamo organizzare altri percorsi del genere, ma la politica deve fare la sua parte. Il fatto che lo abbiano capito credo sia una vittoria doppia, per tutti.

Fondamentale è sempre stato per Danilo Dolci sollecitare la presa di coscienza anche da parte delle amministrazioni locali del suo territorio. Lo ricorda bene Pino Lombardo, suo stretto amico e fidato collaboratore, fondatore con Franco Alasia di “Radio Libera Partinico”, la prima radio libera italiana, nella valle del Belice, nota come “la radio dei poveri cristi”.

Pino Lombardo

Che tipo di azione si svolgeva a livello territoriale?

Dopo aver ricevuto nel 1957 in Unione Sovietica il “Premio Lenin per la pace”, Danilo costituisce il “Centro studi iniziative per la piena occupazione”, allargando il suo lavoro nel territorio della Sicilia centro occidentale. Apre una sede a Partinico, un’altra a Corleone, poi a Roccamena, Menfi e Partanna con collaboratori che, tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani, lavoravano con lui a sensibilizzare le diverse amministrazioni comunali affinché collaborassero per lo sviluppo delle loro aree.

Grazie alle sue sollecitazioni, nel ‘62 tutti i sindaci costituiscono il “Comitato intercomunale per la pianificazione organica dei comuni della Valle del Belice” e come segretario ci sarà uno dei collaboratori di Danilo, Lorenzo Barbera, che poi si trasferirà a vivere nel Centro di Partanna. Una realtà, quest’ultima, aperta tutti i giorni per tutto il giorno; non c’era un orario di lavoro perché, se ti dovevi occupare veramente delle persone che ti chiedevano aiuto, non potevi certo timbrare il cartellino.

Un impegno a tempo pieno, non certo dal punto di vista delle ore, ma in quanto scelta di vita

Certamente. Fu un lavoro che portò immediati risultati perché, proprio in quel 1962, avviene una cosa che ritengo eccezionale non solo per i tempi. A Santa Ninfa,  un paesino di circa 7mila abitanti, dal quale provengo io,  durante un convegno  organizzato con la collaborazione del Centro s, il sindaco Vito Bellafiore presentò il “Piano di sviluppo” del Comune di Santa Ninfa,  mettendo nero su bianco quel che era necessario fare per il bene del territorio.

Già  allora maturava negli amministratori il concetto della programmazione, di studio del proprio territorio, di analisi su quali erano le potenzialità e i bisogni, ma anche i punti di forza di quella comunità.

Io ancora non conoscevo Danilo né la sua realtà, ma per caso, un freddo pomeriggio del dicembre 1965, mi trovavo a passeggiare con un amico in piazza e, a un certo punto, mi chiedi perché il municipio fosse tutto illuminato. Era la consueta seduta di consiglio comunale e per la prima volta andai ad assistere a una.  Sempre il primo cittadino, tra i punti all’ordine del giorno, inserì l’invito a partecipare ai seminari che si tenevano al “Borgo di Dio” di Trappeto per la formazione di giovani che poi potessero realizzare delle monografie sul nostro Comune. Rimasi colpito e l’indomani chiesi a Bellafiore di partecipare, così dal 2 gennaio fui tra quelli che, per una settimana, seguirono il seminario che poi mi portò alla realizzazione di quell’opera, poi particolarmente apprezzata proprio da Danilo.

La marcia della pace Partanna-Palermo

Ma non finisce qui perché è dalla famosa “Marcia per la pace da Partanna a Palermo” che cambia la sua vita

La marcia fu un’esperienza totalizzante. A quei tempi c’era ancora la guerra in Vietnam e, in quell’occasione, partecipò Von Va Ai, un famoso scrittore vietnamita. Arrivarono diverse personalità di ogni parte d’Italia. Il nostro amato poeta siciliano, Ignazio Buttitta, scrisse la poesia “La Sicilia camina” che cantammo durante tutto il corteo. Quello che Danilo aveva organizzato aveva come obiettivo la fine della guerra in Vietnam, ma attraverso un’azione non violenta.

Ogni giorno, quando a fine giornata si arrivava nei Comuni, organizzavamo un incontro con gli amministratori e le persone interessate ad ascoltare per vedere come mettere a frutto la bozza di piano di sviluppo del territorio di 25 comuni che, tra i punti principali aveva la costruzione delle dighe del territorio. Si doveva capire che l’acqua salvaguardava i terreni facendo in modo che la produzione aumentasse. Era anche l’occasione per aumentare la manodopera e dare lavoro agli abitanti dei territori.  La lungimiranza di Danilo stava anche nella capacità di coinvolgere e fare maturare, all’interno della popolazione, una capacità organizzativa e pianificatrice dei bisogni della comunità.

Quando, infatti,  nel 1963 è nata la Diga sullo Jato, la prima realizzata grazie all’impegno diretto di Danilo e dei suoi collaboratori di Partinico, nel cantiere lavoravano circa 500 operai  24 ore su 24, assunte tutte con regolare contratto di lavoro; da riflettere sul fatto che, prima, la stragrande maggioranza delle persone non sapeva neanche che cosa fosse un contratto di lavoro. Grazie all’impegno di Danilo Dolci le persone hanno capito che il cambiamento avviene se c’è il contributo e la partecipazione della comunità. Non c’è, poi, mai stato un giorno di interruzione dei lavori, che si sono fermati solo quando la diga è stata consegnata.

Cosa ancora più importante, si è riusciti a tenere fuori la mafia. Come ci si è riusciti?

Vigilando e denunciando perché, quando il Centro studi di Partinico ha cominciato a organizzare le manifestazioni, lottando perché l’opera venisse finanziata dalla Cassa del Mezzogiorno, Cosa nostra ha capito che aria tirava. Ha cominciato ad acquistare i terreni, pagandoli anche qualcosa in più di quello che valevano, perché pensava di fare affari quando si sarebbero fatte le espropriazioni.  Ha anche provato a inserirsi nei lavori attraverso il trasporto della terra perchè la diga è stata realizzata in terra battuta, ma abbiamo continuato a vigilare, denunciando; e questo è stato un grande segnale, un grandissimo messaggio nei confronti della popolazione per dimostrare a tutti che la mafia non è invincibile se la gente è unita, se prende coraggio e denuncia le malefatte.

Trappeto, il terreno del “Centro Studi”. Agosto 1968

Ma come funzionava concretamente il Borgo di Dio?

Ogni collaboratore aveva un suo obiettivo. Quando si è costituito il “Centro Sviluppo Creativo”, Danilo con i suoi collaboratori si è dato un programma decennale elencando gli obiettivi comuni su cui lavorare, insomma quelli da raggiungere. Verso la fine di settembre si condivideva il programma di lavoro per l’anno successivo e si discuteva, si approvava. Durante il corso dell’anno avevamo riunioni quindicinali che tenevamo a Partinico alla presenza di tutti i collaboratori delle sedi di Partanna, Corleone, Roccamena e, in quella occasione, ognuno relazionava sul lavoro che aveva svolto.

Io subentrai dopo la marcia, durante la quale Danilo mi fece chiamare e mi propose di andare a lavorare nella sede di Partinico.  Avrei dovuto costituire una cooperativa a cui dovevano partecipare i contadini, quelle persone  che avrebbero utilizzato l’acqua della diga; una cooperativa che gestisse la distribuzione dell’acqua, in modo tale che fosse veramente fonte di sviluppo e non “acqua di mafia” per dare più potere ai mafiosi.

Naturalmente la cooperativa non è stata possibile costituirla in breve tempo perché, arrivato a Partinico nel maggio del ’67, il 15 gennaio del ‘68 ci fu il terremoto della Valle del Belice che scombussolò tutti i piani. L’emergenza divenne occuparsi del piano per la ricostruzione dei comuni distrutti dal sisma, anche per avviare uno sviluppo vero nel territorio della Sicilia centro occidentale. Subito dopo la presentazione del piano di  sviluppo, già sapendo come avrebbero reagito governo regionale e nazionale, organizzammo 40 giorni di pressioni, 40 giorni di manifestazioni e anche un digiuno di tre giorni a Montevago, in provincia di Agrigento, poi ripetuto a Poggioreale, Menfi, Partinico.

Vennero anche i giorni di Radio Libera Partinico, che tanto ricorda Radio Aut di Peppino Impastato

Era il 25 marzo del 1970 e decidemmo di installare una radio organizzando un programma di 4 ore in cui si denunciava la grave situazione che si viveva nella zona terremotata. Erano le 17 e intendevamo stare almeno 30 ore. Il giorno successivo, alle 10 del mattino, irrompe la polizia e blocca tutto. Così come aveva ben compreso Peppino Impastato se fai un comizio, una manifestazione, certamente coinvolgi le persone, ma con una radio raggiungi anche quelle che non possono uscire di casa.  Puoi fare dei programmi di sensibilizzazione, portando a conoscenza della gente i problemi che ci sono, utilizzando uno strumento che allarga l’intervento sul territorio.

Facendo un grande balzo in avanti, Danilo le chiede anche di costituire un’associazione, come un presagio di ciò che gli sarebbe accaduto di lì a poco.

Danilo muore il 30 dicembre del 1997. All’inizio dell’anno era stato in viaggio in Cina e, al rientro, aveva cominciato ad accusare dei problemi di salute. Poiché, nell’’85, avevamo già deciso lo scioglimento sia del Centro studi “ sia dell’associazione “Borgo di Dio”, mettendo quest’ultimo in vendita, mi chiese che ne pensassi se costituivamo un’altra associazione per non disperdere il lavoro che avevamo realizzato in quegli anni. L’espressione sul suo volto, gli occhi che mi guardavano dritto, parlavano senza che una parola uscisse dalla sua bocca. Gli dissi di si e mi mossi per realizzare questo suo desiderio, ma eravamo sotto le feste natalizie e il notaio sarebbe venuto ai primi del nuovo anno. Danilo non ce la fece, ma io ho comunque costituito l’associazione dopo qualche mese dalla sua scomparsa: il “Centro per lo sviluppo creativo Danilo Dolci”, oggi presieduto dal figlio Amico.

Maieutica oggi al “Borgo Danilo Dolci”

Cosa le rimane di lui oggi?

Ricordo una delle frasi che veniva fuori con una certa ricorrenza. Mi diceva: «Pino, se fosse per le prediche il mondo sarebbe cambiato da duemila anni». Ricordo anche quel che aveva scritto Alberto Bobbio nella prefazione al libro “Banditi a Partinico”, parlando di Danilo e dicendo che era un intellettuale che, non solo indicava gli obiettivi da raggiungere, ma si sbracciava e in prima persona si metteva a lavorare per raggiungere i propri obiettivi.  

Un messaggio che non si alimenta di mere parole, ma diventa concretezza, azione. Quello che vuole continuare a essere il “Borgo Danilo Dolci” di Trappeto.

Cosa sta accadendo e quali sono le prospettive? 

«Tutto nasce dopo il Covid», spiega in conclusione Daniela Dolci, «quando mi sono chiesta che cosa fare per superare lo strazio di vedere un luogo così importante abbandonato a se stesso. Ho così preso in mano la situazione e oggi almeno una volta, anche due, al mese sono in Sicilia per seguire personalmente ogni cosa. Il Borgo è stato concepito nel 1968 come centro di percorsi e seminari in varie discipline internazionali con la presenza di personaggi di estremo valore: formazione per lo sviluppo territoriale, urbanistica, sociologia, studi sulla pace, filosofia, letteratura, musica, lettura e tanto altro che, dopo la morte di Danilo, si è perso. Nel 2014 c’era stata una ristrutturazione parziale, ma poi si è fermato nuovamente tutto. Forte del fatto che questo patrimonio non può andare disperso, ma anche grazie all’avere trovato tante persone che mi incitavano ad andare avanti, nel 2022 ho costituito una nuova società, “Borgo Danilo Dolci”, che riporterà in vita la struttura. Nello staff di collaboratori che ne fanno parte ci sono membri onorari particolarmente importanti come Carla Del Ponte, Giancarlo Caselli, Don Luigi Ciotti,  Roberto Saviano, solo per fare qualche esempio, ma poi c’è anche un comitato scientifico e tante altre persone a noi da sempre vicine.  Siamo decisi a fare in modo che il borgo diventi una fondazione, per cui ci stiamo muovendo per costituirla, possibilmente entro il 2024».

Ci sono parole che ricorda con più forza di suo padre, che le hanno lasciato un segno nell’anima

Una frase che ha mi ha fatto decidere quale strada prendere, l’ho detto all’inizio, è stata: «I ponti si possono costruire ovunque». Questa è tipica di mio padre e la riconosco molto, non solamente a livello personale ma anche educativo, culturale e artistico. Ovviamente diceva tante altre cose belle, ma sarebbe lungo elencarle tutte. Quello che noto con piacere è quanto attuale sia il pensiero di Danilo Dolci, sia in positivo che in negativo, perché una figura come la sua, con tutta la forza della non violenza, è la risposta alle tante guerre che ci sono in  questo momento nel mondo. Un progetto come quello del Borgo è sicuramente controcorrente, ma dà la possibilità a tantissimi giovani di creare un’alternativa sana, peraltro tutta loro.

Le foto d’archivio sono state fornite da Daniela Dolci


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