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Famiglie fragili: perché sono ancora abbandonate?

È stata condannata all'ergastolo Alessia Pifferi, la madre della piccola Diana morta di stenti nel 2022 dopo essere stata lasciata sei giorni da sola. Come mai ci sono ancora casi come questo? Da poco Pippi, il programma che accompagna i genitori vulnerabili proprio in ottica di prevenire le violenze, è un livello essenziale delle prestazioni sociali: a quali azioni di supporto ha diritto una mamma in difficoltà? A che punto siamo nel costruire questo nuovo sistema di risposte? Ne parliamo con Paola Milani, referente scientifico del programma

di Veronica Rossi

Una stanza con una culla bianca, vicino una poltrona con sopra un elefante di peluche

È arrivata ieri la notizia della condanna all’ergastolo di Alessia Pifferi, colpevole di aver lasciato morire di stenti la figlia di due anni Diana, abbandonata da sola in casa per sei giorni. Una situazione di violenza che si era ripetuta nel tempo – non era la prima volta che la piccola veniva lasciata senza custodia – ma che non era mai stata segnalata ai servizi sociali. Eppure, per legge, i modi di aiutare le famiglie a rischio ci dovrebbero essere. Come il Programma di intervento per la prevenzione dell’istituzionalizzazione – Pippi, sviluppato nel 2010 da una sperimentazione dell’università di Padova e assunto fin da subito dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali: nel 2021 è diventato uno dei primi sei Livelli essenziali di prestazione–Leps italiani, con finanziamenti sul Pnrr del valore di 80milioni. Cosa c’è, quindi, che ancora non funziona? A fare un’analisi della situazione italiana e delle sue criticità è Paola Milani, ordinaria di pedagogia sociale e pedagogia delle famiglie a Padova e referente scientifica del programma Pippi.

Professoressa, qual è la situazione italiana oggi dal punto di vista del sostegno alle famiglie vulnerabili?

In Italia la cultura della prevenzione in questo ambito è davvero poca. La ragione di base da cui siamo partiti nel 2011 con la prima implementazione del programma è stata proprio questa. Bisognerebbe agire nella promozione delle risorse delle famiglie, in quella della prevenzione e in quella della protezione del bambino, quindi dell’allontanamento dalle situazioni in cui non si tutelano i suoi diritti fondamentali. La Legge 149, di cui abbiamo appena celebrato i 40 anni, afferma che dobbiamo mettere in atto idonee azioni a favore non solo del minore, ma della famiglia intera prima di arrivare all’allontanamento. La definizione di queste idonee azioni, tuttavia, non era chiara: per questo con Pippi abbiamo provato a rendere abitabile questo spazio di intervento – che noi abbiamo definito spazio di opportunità – e per fortuna la letteratura e la ricerca ci sono venute in aiuto, identificando le condizioni di efficacia delle azioni da mettere in campo prima che accadano situazioni di violenza grave, che poi evidentemente impattano in maniera negativa sullo sviluppo dei bambini.

L’idea non è quella di creare genitori e bambini perfetti ma di costruire comunità che mettano al centro le famiglie

Quali sono questi interventi?

Pippi prevede una condivisione, una proposta di valutazione e una progettazione multidimensionale e multidisciplinare. Ogni famiglia va conosciuta nel complesso della sua situazione, con un metodo che definiamo di “valutazione partecipativa e trasformativa”, che prevede la partecipazione di professionisti di diverse discipline e settori – sociale, educativo, sanitario – ma anche della famiglia stessa e del bambino. La valutazione poi è trasformativa, perché non si ferma alla diagnosi, ma utilizza eventuali elementi diagnostici per costruire un progetto e accompagnare un processo di cambiamento della famiglia, in particolare del modo in cui gli adulti garantiscono le risposte ai bisogni di sviluppo del bambino. Queste risposte sono responsabilità in primis dei genitori, ma tutta la ricerca scientifica ci dice che è impossibile per loro darle da soli: ci deve essere anche una responsabilità comunitaria. L’idea, quindi, non è quella di creare genitori e bambini perfetti ma di costruire comunità che mettano al centro le famiglie. Le idonee azioni, quindi, non sono costituite da tanti pezzi diversi – l’educatore fa una cosa, la maestra a scuola un’altra, l’assistente sociale un’altra ancora – ma da un progetto condiviso, un lavoro intensivo per 18 mesi, al massimo 24. Poi si fa una verifica, per valutare se la famiglia e il bimbo stanno meglio o peggio e se gli obiettivi sono stati raggiunti. Ci sono quattro dispositivi di intervento, che ogni Ambito territoriale sociale–Ats è chiamato a mettere a disposizione: l’educatore domiciliare, i gruppi di genitori, il parternariato forte tra i servizi sociali e la scuola e la vicinanza solidale, con una famiglia che accompagna la famiglia target.

Un servizio sociale che resta chiuso in uno studio difficilmente riuscirà a intercettare le persone

In Italia, però, ci sono ancora delle famiglie che sono – o si sentono – sole, come nel caso di Diana e della madre. Chi dovrebbe far partire la segnalazione ai servizi perché una famiglia diventi target?

La sperimentazione Pippi all’inizio era un lavoro di ricerca dell’università di Padova, ma poi è stata subito assunta dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. In Italia, quindi, il programma passa attraverso i servizi sociali territoriali, quindi si presume che siano loro ad accogliere in primo luogo la famiglia e avviare il lavoro. Tuttavia, come ho detto prima, è indispensabile avere un’équipe multidisciplinare, quindi l’intervento deve essere un raccordo di diversi soggetti; si tratta di un’attività di prevenzione, quindi si basa sul pensare che quella che definiamo la “presa in cura” della famiglia avvenga sempre in questa logica. Il lavoro dovrebbe diventare anche di apertura alla comunità e di costruzione di reti, con le scuole, i pediatri l’ospedale, le parrocchie e le varie realtà che hanno modo di entrare in relazione con le famiglie e di intercettarle precocemente. Un servizio sociale che sta chiuso in uno studio, che non ha anche semplicemente le risorse economiche o di personale per far questo, difficilmente riuscirà a intercettare le persone, come purtroppo abbiamo visto in questo drammatico caso; ci sono volte in cui le famiglie cadono in buchi enormi di una rete che non si può dire nemmeno che sia smagliata… ma che proprio non c’è.

Ci sono quattro dispositivi di intervento a disposizione: l’educatore domiciliare, i gruppi di genitori, un parternariato forte tra i servizi sociali e la scuola e la vicinanza solidale, con una famiglia che accompagna la famiglia target

E che ruolo possono giocare i consultori?

Purtroppo non c’è una risposta a questa domanda, perché sappiamo che in Italia in welfare è regionalizzato. I consultori sono un servizio previsto dalla legge nazionale, che dovrebbe essere presente in tutte le Regioni, ma da una recente indagine sappiamo che sono quantitativamente distribuiti in modo diseguale nei vari territori e che, soprattutto, sono inseriti all’interno di sistemi di welfare molto differenziati. In una Regione in cui le Asl sono ancora socio-sanitarie, i consultori lavorano molto coi servizi sociali e quindi anche chi si occupa di Pippi nel 90% dei casi ha una relazione con gli operatori dei centri, che vengono coinvolti nell’équipe. Dove invece c’è una maggiore separazione tra sociale e sanitario questo non succede ed è una delle sfide maggiori di Pippi.

Pippi risente dello stato i salute dei singoli servizi che lo implementano; ce ne sono alcuni che hanno risultati eccellenti, altri dove non si riesce a partire

Ma come sta andando il programma ora?

Pippi è sostenuto da un sistema di valutazione molto preciso, per cui abbiamo dati su ogni famiglia seguita e sul percorso che ha fatto. Pubblichiamo ogni anno un report pubblico sul sito del ministero; di fatto, però, è un’azione pubblica, che si basa sulla capacità dei servizi di partecipare a quello che oggi è diventato uno dei primi sei Leps italiani e usufruisce sia del finanziamento del Fondo nazionale politica e sociale, dal 2018, sia del Pnrr, dal 2022. Risente dello stato di salute dei singoli servizi che lo implementano: ce ne sono alcuni che hanno risultati eccellenti, altri dove non si riesce a partire.

Non è una contraddizione far partire un sistema così imponente di prevenzione, da attuare in tutta Italia, e poi avere un numero sempre minore di servizi come i consultori, presidi preziosi che però vengono chiusi in moltissime zone della Penisola?

La programmazione nazionale è importantissima. In questo momento dal punto di vista sociale si stanno facendo sforzi enormi: le risorse economiche arrivate ai servizi sociali sono molto aumentate. Il problema è che di tutto questo si riesce a mettere poco insieme al settore sanitario, da cui dipendono i consultori. Il welfare richiederebbe un lavoro di programmazione unitaria tra i diversi livelli di governance e l’Italia in questo è carente.

Pippi però dovrebbe unire i vari settori, visto che è un programma socio-sanitario.

Come impostazione teorica è socio-educativo-sanitario. Poi ci sono dei casi – circa il 15% – in cui non facciamo prevenzione ma protezione, quindi c’è anche il tema dell’autorità giudiziaria e quindi della giustizia. I problemi delle famiglie sono multidimensionali, quindi non possiamo pensare a un intervento unidimensionale. Dobbiamo lavorare insieme e questo è una sfida enorme per il nostro sistema di servizi, organizzato a canne d’organo.

Una persona non ce la fa a fare il genitore da sola, neanche nelle migliori condizioni: c’è bisogno di una rete sociale che sostenga la vita quotidiana e le relazioni

Come fare, quindi, a rendere più capillare e omogeneo il programma Pippi? A far sì che i diritti esigibili che in quanto Leps prevede lo siano davvero?

Pippi si basa su un diritto che è riconosciuto dal nostro ordinamento, anche all’articolo 29 della Costituzione: il principio che la famiglia deve essere sostenuta. Una persona non ce la fa a fare il genitore da sola, neanche nelle migliori condizioni: c’è bisogno di una rete sociale che sostenga la vita quotidiana e le relazioni. Detto questo, il Leps Pippi è stato individuato nel Piano nazionale sociale 2021-2023 perché è stato riconosciuto il diritto di ogni famiglia che attraversa situazioni di vulnerabilità a essere accompagnata da una servizio nella costruzione di un progetto per cambiare e verrà inserito anche nel Piano del 2024-2027, che è in definizione. Ora il ministero è impegnato per identificare sia gli indicatori di monitoraggio, sia le fonti di finanziamento stabile per un sistema che ora stiamo immaginando graduale. Si andranno quindi ad aumentare gradatamente i numeri di famiglie seguite per ambito territoriale, tenendo conto di alcune variabili come il numero di minori residenti e il livello di problematicità. Sappiamo che alcune aree del Paese – le periferie urbane, per esempio – hanno un bisogno più forte di altre.

Foto in apertura da Pixabay


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