Giovani&Adulti

«Come stai, davvero?». La domanda che la scuola deve fare a ragazzi e docenti

Il cambio di domanda è decisivo per capire: se da adulto chiedo «come va a scuola?» e mi sento rispondere da uno studente «male» penso ad un brutto voto, se chiedo «come stai?» e mi rispondono «male», penso a loro. Ma lo stesso interrogativo andrebbe posto anche ai docenti. La sofferenza è anche loro

di Stefano Laffi

Prima della pandemia esisteva solo un’espressione per affrontare quel tema, “come va a/la scuola?”, con le tre varianti “bene/così così/male”, e la specifica per materia. La pagella era un po’ come il referto degli esami del sangue, l’emocromo dello studente: le insufficienze erano i valori con gli asterischi, cioè le cose da correggere per rientrare nei parametri, un quadrimestre per farlo. Quel “come va?” aveva qualcosa di impersonale, di funzionalistico, anche un po’ meccanico, come di un incastro, riuscito o no nei punti di contatto previsti fra scuola e studente, cioè le materie. L’unico vago riferimento alla persona era la voce della “condotta”, che in realtà testimoniava l’adattamento al contesto e alla disciplina. 

La pandemia ha strappato il velo, mentre tutta l’attenzione era sul ripristino della didattica non vedevamo il fiume in piena di emozioni: si è passati dall’euforia iniziale per la vacanza inattesa, causa lockdown, al progressivo e depressivo appannamento della scansione del tempo, ovvero giorni tutti uguali e lezioni tutte uguali, causa reclusione domestica e dad. «Mi manca la scuola!» era un’inedita implorazione, e per un attimo abbiamo creduto che la scuola fosse ascesa a desiderio degli adolescenti. Ma l’incantesimo si è rotto in fretta, il desiderio era di relazioni e non di lezioni, perché ragazzi e ragazze avevano semplicemente sperimentato che la somministrazione di lezioni senza relazioni era una tortura, inefficace negli apprendimenti e deprivativa sul piano umano. Una volta tornati a scuola e finita la moratoria sui voti, quando cioè i docenti hanno avuto via libera su debiti, insufficienze e bocciature, con un numero impressionante di adolescenti entrati in cura per ansia, attacchi di panico, tagli e disturbi del comportamento alimentare, si è scatenata la tempesta perfetta. 

Da ricercatore spesso in mezzo a gruppi di adolescenti, e di frequente in classe a formarli per far ricerca su se stessi, insegno loro a fare domande, cioè un po’ l’inverso di quel che fa un docente. Fra le tante cose che facciamo prima di avviare un’inchiesta chiedo spesso «qual è la domanda che vorreste vi fosse posta?», e loro da sempre, da molto prima della pandemia, mi dicono «come stai, davvero?». L’avevo segnalata ai docenti che conosco, perché è una domanda che non esisteva a scuola, se non nei casi estremi, forse perché si presume che a 15 anni non puoi che star bene di salute, i guai fisici si presentano dopo. E invece…

Il cambio di domanda è decisivo per capire: se da adulto chiedo «come va a scuola?» e mi sento rispondere «male» penso ad un brutto voto, se chiedo «come stai?» e mi rispondono «male», penso a loro. Se da ragazzo dico «male» alla domanda «come va?» è implicito che non sto riuscendo ad entrare nella parte del bravo studente, la scuola non è in discussione, se invece quella è la risposta al «come stai?» chi domanda mi guarda, mi vede, e guarda anche la scuola. 

In realtà ci eravamo proprio persi un pezzo, perché la sintassi prepandemica non era dialogica: come mi ha detto una studentessa, «se vado male ad una verifica non commentare solo la verifica, chiedimi cosa è successo, perché non ce l’ho fatta! Insomma guardami, non guardare solo il foglio»

Stefano Laffi

In realtà ci eravamo proprio persi un pezzo, perché la sintassi prepandemica non era dialogica: come mi ha detto una studentessa, «se vado male ad una verifica non commentare solo la verifica, chiedimi cosa è successo, perché non ce l’ho fatta! Insomma guardami, non guardare solo il foglio». E così, alzato lo sguardo, abbiamo scoperto quanto si sta male a scuola. E abbiamo capito che le due cose coincidono, i vertici di malessere segnalati dagli accessi alle neuropsichiatrie coincidono col crollo dei risultati sugli apprendimenti ai test Invalsi. 

Conosciamo l’obiezione, se un docente deve immaginare di aver di fronte 28 pazienti e non 28 studenti è finita, è già difficile guadagnare l’attenzione per insegnare, quello spazio tempo che è la lezione non consente la cura una ad uno. La tentazione è forte, il benessere diventa l’ennesima materia, la tiene lo psicologo e la tratta allo sportello, chi ha bisogno va lì. 

La buona notizia è che gli adolescenti continuano ad aver voglia di imparare, basta vedere il successo dei tutorial on line, la diffusione di scrittrici su wattpad o la numerosità dei gruppi musicali in circolazione, perché la scuola ignora dilettantismo e autodidattismo, ma sono movimenti molto interessanti. La cattiva è che a 16 anni si può star male come sempre per un sacco di ragioni, molte passano, ma la scuola ha il dovere di non essere parte di quelle. 


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Quei lavori di inchiesta fra pari davano già istruzioni molto chiare per evitare che succeda: ragazze e ragazzi ci chiedono di essere viste/i, come persone, rispettate nelle loro differenze, riconosciute nella loro unicità, non messe in competizione le une con le altre, messe a studiare su questioni che abbiano un dialogo con le loro vite, in un ambiente sicuro, moderno e attrezzato con gli strumenti che servono ad apprendere, ecc. E questo vuol dire classi meno numerose e per un docente conoscere chi si ha di fronte, prevedere colloqui individuali e momenti collettivi per sciogliere questioni, assegnare lavori in coppia e a gruppi, lavorare su più linguaggi per scoprire le vocazioni espressive individuali, usare più dialoghi e meno lezioni frontali quando è possibile, metter mano al sistema di valutazione sperimentando ad esempio l’autovalutazione, conoscere le risorse di aiuto specialistiche in caso di problemi, ecc. 

«Come stai?» è il titolo di diverse ricerche svolte negli ultimi tempi sulla scuola, finalmente abbiamo cambiato domanda, il benessere è diventato mainstream, sarebbe interessante porla anche ai docenti e lavorare su quella, perché è chiaro che stanno male anche loro. E dopo il benessere siamo pronti per la prossima domanda, che sta terremotando la presenza in classe: «che senso ha stare qui?» si stanno chiedendo in molti. Alla prossima puntata. 


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