Orizzonti

La cultura ha bisogno di nuovi conflitti

La prima uscita di questa rubrica è dedicata alla mia amica Nana

di Emmanuele Curti

Nell’entrare nell’agorà dell’Atene democratica, delimitata da cippi che dichiaravano «io sono l’agorà» – uno spazio parlante -, si veniva accolti da due portici, a destra la Stoa Basileios, a sinistra la Stoa Poikile. La prima ospitava le leggi del corpo democratico, la seconda le immagini (dove primeggiavano quattro grandi quadri a scandire l’origine e la storia recente di Atene). Essere cittadino ateniese passava per una autodichiarazione, dove, con mano e con occhi, letteralmente, si toccavano le parole che definivano il tuo status di cittadinanza (le leggi) e allo stesso tempo l’immaginario che ti trasformava, da individuo, parte di un racconto di comunità. Io sono perché quelle parole che tocco, quelle immagini che mi si riflettono dentro, scandiscono il mio essere nel continuo confronto con il corpo civico a cui appartengo.

Parto da questa immagine, perché è nascosta nel nostro meme culturale, nel nostro Dna, dove la piazza è forse l’invenzione più stravolgente e unica del pensiero occidentale: uno spazio, sacro – nell’accesso il rituale voleva che facessi un’atto di lustrazione, aspergendoti a delle sorte di acquasantiere – che agiva sul conflitto generativo fra spazio privato e spazio pubblico. Nell’entrare in quello spazio, attraverso parole ed immagini, mi veniva ricordato che abbandonavo la mia condizione di individuo per entrare in una dimensione collettiva.

In questo primo passo della nuova rubrica mi sono interrogato più volte come contribuire, uscendo dalla voce individuale che sono, a prendermi cura di un processo collettivo di costruzione di nuove parole e immaginari, stravolti come siamo da logorree e una sovra esposizione di immagini a cui la dimensione digitale ci costringe. Fino a pochi anni fa, eravamo abituati ad abitare spazi dove le parole e le immagini ci arrivavano lentamente: ci muovevamo dentro luoghi che erano sempre gli stessi, e, solo se interessati o parte di realtà sociali più agiate, accedevamo a parole di giornali, libri, ecc. Internet ha stravolto quel confine fra pubblico e privato, facilitando sì l’uso e la produzione di parole/immagini, ma costringendoci ad un bombardamento al quale, come dicono sempre più i neurologi, lo stesso nostro cervello sta reagendo, incapace di archiviaregli innumerevoli dati (e generare la grammatica della propria memoria), riassestandosi a muoversi secondo nuove transmedialità.

La sfida è quindi immane, e si riflette sempre più visibilmente nelle crisi dichiarata dei modelli democratici. Come ricostruire spazi aperti/portici capaci di agire in questo tempo e collettivamente ricostruire codici di riferimento? Come farlo in uno spazio, quello di Vita, che lavora per rideclinare nuovi modelli di sostenibilità sociale?

Ci proveremo, partendo però da nuove consapevolezze.

C’è un aspetto fondamentale da stravolgere: il flusso continuo di dati ha spento una delle necessarie prerogative che quella cultura che rappresentiamo sapeva un tempo svolgere, procedere per categorie di dubbi, di domande, di sfida al contingente, per costruire visioni. La cultura che ora ci governa (e che, per me, solo in teoria rappresenta l’elettorato) avanza invece  per certezze, rifugiandosi in pseudo dimensioni identitarie sociali, di genere, di finta religiosità, costruendo modelli recuperati dal passato: procede per affermazioni, non per dubbi. Ecco, dobbiamo recuperare una capacità che sappia agire sul nostro essere “conflittuali”: il conflitto come strumento generativo, perché parte dai luoghi che abitiamo, ibridi e ai margini.

Dobbiamo saper spostare lo sguardo, muoverci nelle nostre individualità, cercando sempre prospettive diverse: fare dell’esitazione dell’essere altrove la forza di un innovazione sociale che sappia muoversi attraverso sguardi/parole/immagini costruite collettivamente.

Dobbiamo dismettere i nostri compiacimenti, dove ci rifugiamo spesso nella nostra bolla cosiddetta progressiva, ma che è statica, perché è solo elemento autoconsolatorio.

Dobbiamo uscire da una condizione (auto)descrittiva e compiacente, e riprendere in mano strumenti di esplorazione.

È necessario quindi muoversi su di un nuovo terreno culturale che sappia cercare nuovi codici e linguaggi, che sappia porre al centro un nuovo concetto di benessere che, quasi per assurdo, deve nascere dalla nostra condizione di fragilità: dobbiamo declinare una nuova idea di welfare culturale, ridiscutendo i canoni del ‘900 e infilarci nelle crepe di una società moderna che si muove ora su nuove dinamiche.

Dobbiamo trovare le parole femminili della cura, dove l’elemento femminile non è quota rosa, ma sguardo altro, cruciale per rompere i maschilismi biechi del secoli passati.

E abbiamo bisogno di pensarci sempre più come società profondamente fluida, dove l’essere migrante (da quello drammatico delle popolazioni che rifuggono i propri luoghi, a quelli anche dinamici della cultura contemporanea, sempre più in movimento, fra diversi spazi), sia nuovo elemento di cittadinanza.


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Ecco, forse abbiamo in tutto questo, necessità di capire come fare delle nuove parole e immagini che nutrono il nostro essere, luogo generativo: abbiamo bisogno di ripensarci in comunità co-educanti, dove l’azione non sia quella di elargire la parola (come la cultura dello spettacolo e della comunicazione, in senso ampio, spesso ci impone) per poi ognuno individualmente portarsela a casa, ma piuttosto di innescare meccanismi riproduttivi.

Foto di Rob Wicks su Unsplash


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