La politica in fuorigioco

L’egemonia culturale è di destra o di sinistra? Un dibattito che non si può più sentire

Bisogna slegarsi dalle figure di intellettuali/opinionisti, “condottieri” dell’informazione, e muoversi più su di un terreno intersezionale, di riflessione collettiva. Dovremmo capire come dismettere il “linguaggio padre” dell’egemonia, e muoversi su di una dimensione di “linguaggio madre”, della generatività

di Emmanuele Curti

Foto Mauro Scrobogna/LaPresse

Il dibattito nazionale che si è aperto sulla questione dell’egemonia culturale (dalla Rai alla direzione dei musei pubblici), appare come uno scontro dai sapori novecenteschi fra destra e sinistra. Curioso, ma non troppo, come un dibattito culturale, che si dovrebbe nutrire di parole distensive di dialogo – questa dovrebbe essere la cultura – sia tornata ad un vocabolario di “guerra” (egemonia, occupazione di spazi, nomi per presidiare istituzioni, ecc.).

Il termine egemonia ha una lunga storia: reso centrale da Tucidide nel V sec.a.C. per descrivere il primato politico e militare dell’Atene di Pericle – portandosi addosso il conflitto insito nell’esportazione del modello democratico attraverso azioni di guerra violente (ricorda nulla?) -, con l‘avvento poi dell’imperium di Roma, scomparve per riaffiorare nell’800. Nel secolo della grande riscoperta e rifunzionalizzazione politica del modello greco, strumento imprescindibile nel recupero storiografico delle origini (pensate al primo museo dell’Occidente, il British Museum, costruito intorno al Partenone), il concetto di egemonia era funzionale all’espansione coloniale e allo sviluppo dello Stato moderno, così come parimenti maturò entro il pensiero marxista, per poi atterrare da noi attraverso Gramsci, che per la prima volta parlò del concetto di egemonia culturale. 

Le parole, anche recuperate, hanno un senso all’interno di precisi contesti storici, ed il continuo tirare per la giacchetta il povero Gramsci, forse non aiuta ad uscire da una gabbia novecentesca.

Parlare oggi di egemonia aiuta? Serve sicuramente da un punto di vista descrittivo dello stato delle cose, ma non è generativo in alcun modo. 

Parto da un’ulteriore constatazione: poco si è riflettuto che nel posizionamento attuale dei posti di potere della cultura, il governo Meloni ha scelto giornalisti. Dal ministro delle Cultura ai in posti chiave in musei, fondazioni e così via. Si è preferito mettere in secondo piano figure tecniche e/o di esperti del settore, per privilegiare un controllo che passasse attraverso il racconto e la propaganda. Aleggia, con le dovute precauzioni, il germe (e complesso della destra) del Ministero della Cultura Popolare degli anni ’30, con i suoi primi ministri per l’appunto giornalisti, Dino Alfieri e Alessandro Pavolini. Al di là dei contenuti, per fortuna molto diversi da quelli degli anni ’30, il modello che la destra ha in testa è ancora il racconto e la conseguente propaganda di un proprio posizionamento. La stessa prima uscita pubblica del ministro Gennaro Sangiuliano nell’affermazione (ridicola) che Dante fosse in fondo di destra, ci dice quanto l’ossessione egemonica sia ripiegata sul passato: la spirito è quello di marcare il territorio, prendere i pezzi da disporre sulla scacchiera, per poi avanzare, il tutto in una logica precisa di nuova narrazione.

Dire, come ha fatto il ministro Sangiuliano, che Dante è di destra è semplicemente ridicolo

E la sinistra, se così ancora la vogliamo chiamare? È rimasta intrappolata in questa dinamica: non ha una strategia, risponde alle mosse. Un problema che si porta appresso da tempo, da quando l’intellighenzia di sinistra nel corso della fine degli anni ’80 del secolo scorso divenne maggioritaria nell’ecumene accademico, senza essere in grado però di rompere le logiche egemoniche, utilizzandole anzi per asserragliarsi dentro, così come per occupare gli altri spazi del mondo culturale. Lo vediamo nel dibattito di questi mesi, dove ancora il problema per la sinistra è quello dei nomi da posizionare: lo ha provato a dire anche Nicola Lagioia, rimanendo però anche lui schiacciato da un’idea di necessità di competitività a livello istituzionale.

Bisogna slegarsi dalle figure di intellettuali/opinionisti, “condottieri” dell’informazione, e muoversi più su di un terreno intersezionale, di riflessione collettiva. Dovremmo capire come dismettere il “linguaggio padre” dell’egemonia, e muoversi su di una dimensione di “linguaggio madre”, della generatività. 

Come dice giustamente Elena Granata nel suo libro “Il senso delle donne per la città”, «”la lingua padre” esprime i valori in un mondo scisso: soggetto/oggetto, /altro, mente/corpo, dominante/sottomesso, attivo/passivo, uomo/natura, uomo/donna. È unilaterale. Non si aspetta una risposta, muovendosi per l’appunto su un terreno egemonico. “La lingua madre” – invece – parlata o scritta, si aspetta una risposta. È una conversazione, che nella sua stessa radice contiene la possibilità di “trovarsi insieme”. La lingua madre è un linguaggio inteso non come mera comunicazione ma come relazione, come rapporto. Crea un legame. Va in due direzioni, anzi, in molte direzioni: è uno scambio, una rete».

Foto: il ministro Gennaro Sangiuliano/La Presse


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