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Finanza ad impatto

L’Italia e l’Europa vittime del brain waste: lo spreco di “cervelli importati”

Serve un radicale cambiamento di prospettiva e di strumenti per realizzare il potenziale della migrazione per il Paese utilizzando in modo efficace i miliardi dei contribuenti oggi malamente impiegati. Ecco qualche idea

di Filippo Addarii

migranti

È entrato in vigore il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo dell’Unione Europea. Nel Regno Unito Westminster ha approvato la nuova legge che prevede la deportazione dei richiedenti asilo in Rwanda. Mario Draghi ha incluso la promozione dell’immigrazione tra le raccomandazioni per rilanciare la competitività dell’Unione Europea. Fabio Panetta, gli ha fatto seguito. Secondo il nuovo governatore della Banca d’Italia, il Paese ha bisogno degli immigrati per contrastare l’invecchiamento demografico e rispondere alla domanda di nuova forza lavoro dell’industria. 

Sono cambiati i venti e si annuncia tempesta sul dibattito pubblico sull’immigrazione che, negli ultimi anni, si era ossificato confinato tra le posizioni miopi dei sovranisti e i formalismi normativi degli umanitari. Entrambe frutto di un’Europa che non esiste più. 

Non attendetevi, però, una conciliazione delle parti. Le posizioni emergenti sono ancora più polarizzate e marcano una rottura netta tra visioni del mondo antitetiche. Da una parte si riafferma la retorica del nazionalismo a difesa di “blut und boden”, questa volta però implementata da un’ingegneria sociale che la fa in barba al diritto internazionale e alla razionalità economica. La fredezza imperiale dei britannici è esemplare, ma preferibile all’ipocrisia mediterranea che maschera sotto il conformismo retorico lo scandalo dei campi di concetramento in cui migliaia di persone sono freezzare nel tempo e nello spazio, forzati all’inutilità. Uno spreco di vite e un’opportunità mancata per i Paesi ospitanti.

L’Italia spende miliardi ogni anno per pagare per la propria incapacità di agire in modo risolutivo, ed è prima in classifica  nel “brain waste”: dopo la fuga dei cervelli nativi, segue lo spreco dei cervelli  importati. La questione della migrazione comprende anche i talenti che si trasferiscono voltariamente e legalmente in un Paese, ma che faticano a trovare una collocazione professionale adeguata a causa della rigidità della legge, dell’inefficienza amministrativa, e del corporativismo di mercato.

In opposizione al nazionalismo monta il richiamo alla ragione economica e all’imperativo geo-politico. Sono le ragioni di Draghi e Panetta: l’Europa deve tornare a competere in un mondo in cui tanto gli alleati storici quanto i nuovi avversari cambiano le regole del gioco erodendo ogni giorno la capacità produttiva dell’Europea e quindi anche la nostra visione del mondo. In questo quadro l’immigrazione diventa una delle chiavi tanto per rimettere l’Europa in carreggiata e, combinata con politiche di trasferimento tecnologico e promozione dello sviluppo sostenibile nei Paesi d’origine, di rafforzare la cooperazione  strategica con Paesi limitrofi e nel resto del mondo. La politica sulla migrazione diventa così parte integrante degli obiettivi del Green Deal e delle nuove politiche industriali. 

Questo non è idealismo umanitario, ma altruismo razionale. Lancio un appello al Terzo settore che è sempre stato il pioniere dell’innovazione sociale nel Paese. L’immigrazione è il terreno privilegiato per l’innovazione sociale ma solo per i veri pionieri che hanno il coraggio di sfidare lo stato delle cose e sperimentare con nuove soluzioni imprenditoriali. Chi si riduce a campare di committenza pubblica non può mordere la mano che lo sfama. 

Serve un’azione strutturale che affronti di petto il fallimento protratto dell’amministrazione pubblica. Serve un radicale cambiamento di prospettiva e di strumenti per realizzare il potenziale della migrazione per il Paese utilizzando in modo efficace i miliardi dei contribuenti oggi malamente impiegati. 

Forse questa è la volta buona per rilanciare l’uso anche in Italia dei fantasticati “Social impact bond” (più propriamente definiti “Social Outcome Contract” nelle politiche europee) in quanto forma di appalto innovativo in cui l’amministrazione pubbica affida al privato il compito di raggiungere obiettivi definiti e misurabili lasciando libertà di innovare nelle modalità operative e uso dei mezzi, per poi remunerare i risultati conseguiti. Il distillato perfetto di partnership pubblico-privata. 

Negli ultimi dieci anni sono stati fatti numerosi tentativi in Italia ma tutti sono rimasti sempre e solo sulla carta. L’amministrazione pubblica si è dimostrata impermeabile all’innovazione. La politica è stata altrettanto deludente perché troppo spesso impreparata e disinteressata a una progettualità di medio lungo termine. Però non demordiamo. Non avremmo potuto incontrare una  tempesta perfetta più propizia:èil momento di agire. Un esempio? Insieme con la Regione Calabria stiamo lavorando a un nuovo progetto di “Social Outcome Contract” per promuovere il lavoro e imprenditorialità dei migranti. Proviamo a battere una nuova strada. Ripartiamo da qui.

Foto: Unplash


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