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La Francia è una polveriera sociale

La miccia è esplosa con l'omicidio del 17enne Nahel a Nanterre, ucciso martedì da un poliziotto, amplificata dal video dell'esecuzione diventato virale sui social network, ma oggi i problemi dei quartieri popolari nel paese transalpino sono più gravi rispetto alle rivolte del 2005 a detta dei sociologi, secondo i quali il problema è che Macron (ma anche tutti i suoi predecessori) dopo avere preso sotto gamba la rabbia potenziale dei giovani delle banlieues, ora di fronte al vandalismo dilagante sembra non avere risposte

di Paolo Manzo

Dopo tre notti di violenze legate alla morte di Nahel, 17enne ucciso da un poliziotto a Nanterre martedì mattina, torna in Francia lo spettro delle rivolte del 2005. 45mila agenti di polizia e gendarmi, 5.000 dei quali a Parigi e banlieue, sono mobilitati da ieri sera. Il quadruplo della notte precedente e, soprattutto, un segno che tutti hanno in mente le rivolte del 2005 che seguirono la morte a Clichy-sous-Bois di Zyed e Bouna, due adolescenti che stavano cercando di fuggire da un controllo della polizia. Solo la notte scorsa in tutta la Francia ci sono stati 875 fermi, 492 edifici danneggiati, 2mila veicoli dati alle fiamme e 3.880 roghi. Nella sola Parigi 1.569 gli incendi e 21 i bus distrutti. Decine i supermercati danneggiati un po’ ovunque.

“Siamo in una dinamica di rivolta che ricorda quella del 2005: la morte di un giovane, la rivolta nella periferia di Nanterre e poi la diffusione in tutta la Francia” spiega Thomas Sauvadet, sociologo, ricercatore e autore del libro “Le capital guerrier: Concurrence et solidarité entre jeunes de cité”, edito dall’Armand Colin. “Vediamo nel video che è diventato virale sui social network, condiviso, commentato, contribuendo alla dinamica tumultuosa, il poliziotto puntare la pistola contro il giovane fermato e poi sparare quando questi riparte”, aggiunge Sauvadet. Rispetto al 2005, la situazione per il sociologo è peggiorata perché “se difficoltà scolastiche, professionali ed economiche nelle banlieue esistevano già, oggi è aumentata l’abitudine alla violenza e c’è più radicalizzazione”.

Per il sociologo Julien Talpin, ricercatore presso il CNRS, e autore di “Bâillonner les quartiers: comment le pouvoir réprime les mobilisations populaires” (Rue des étaques), intervistato oggi da Liberatión l’effetto del video è stato “decisivo” e “gli abitanti dei quartieri popolari stessi fanno il parallelo tra le rivolte del 2005 e che quelle di oggi. Quanto sta accadendo è parte di una storia più lunga. Diversa rispetto a 18 anni fa è la molteplicità e l’intensità delle reazioni che ci sono state in molti quartieri popolari, che non c’era nel 2005”. “Un’altra cosa che colpisce – continua Talpin – è il fatto che quasi la metà degli intervistati indica attori e rappresentanti istituzionali come responsabili della discriminazione di cui possono essere vittime: o perché diffondono discorsi stigmatizzanti, o perché sono impotenti, o semplicemente per la loro mancanza di azioni concrete per combattere efficacemente le difficoltà e il razzismo. Nelle reazioni che si moltiplicano si nomina molto lo Stato, accusato di discriminare e offrire meno opportunità ai quartieri popolari”.

A colpire il sociologo di Roubaix è soprattutto “il sentimento, molto forte sia tra gli attivisti dei quartieri che tra un certo numero di residenti, che nulla sta cambiando. Che in fondo, i giovani continuano a morire sotto i colpi della polizia. Che gli abitanti di questi quartieri sono discriminati e hanno meno opportunità di altri. C’è anche l’idea che la politica, qualunque sia la sua forma – voto, manifestazioni, azione associativa – non renderà possibile cambiare le condizioni di vita. Questo crea una forma di rassegnazione, di fatalismo che può essere tradotto in scelte diverse. L’esilio, la fuga ma anche, sporadicamente come oggi, la violenza che può creare un equilibrio di potere dove modi più pacifici non hanno prodotto nulla”.

“Viviamo da anni su un vulcano – si sfoga Philippe Rio, sindaco comunista di Grigny (Essonne). La polveriera è appena esplosa e non è una sorpresa di fronte a una dottrina poliziesca e a disuguaglianze sociali invivibili. Nella mia città, ci sono il 50% dei lavoratori poveri. Nel distretto di Grande Borne, lo stipendio medio annuo è di soli 10mila euro. Con un tale reddito, cosa fare quando c’è una crisi se non andare nei Restos du cœur che non sono mai stati così pieni? (I “Ristoranti del cuore” oggi sono una rete di associazioni francesi e furono fondati nel 1985 dall’attore comico Coluche per distribuire di pasti alle persone bisognose, ndr). Dopo le rivolte del 2005, la povertà sta esplodendo nel paese, le disuguaglianze si stanno allargando e il sentimento di abbandono si accentua”.

Un’analisi condivisa anche dallo storico Thibault Tellier, che auspica più budget per “l’educazione popolare e i centri sociali in questi quartieri dove esplode la rabbia e ci sono molti giovani”. Quale la soluzione? Il sindaco di Grigny propone “vere politiche di coesione sociale” mentre Tellier chiede una ” rifondazione. Perché non gli Stati generali? Dobbiamo ripoliticizzare la questione urbana e non lasciarla solo ai tecnici”.

Più facile a dirsi che a farsi, anche perché si tratta di un lavoro lungo e, per ora, continua l’emergenza ordine pubblico in Francia, con un Emanuel Macron costretto a rientrare in fretta e furia da un importante vertice a Bruxelles per tentare di contenere la rivolta, sempre più violenta.

Preso d’assalto il carcere di Fresnes nel tentativo di liberare i prigionieri, incendiato un edificio a Villeurbanne e i 35 inquilini evacuati in fretta e furia, centro città saccheggiato ad Argenteuil, telecamere di video sorveglianza prese a fucilatea a Vigneux, il quartiere Pablo Picasso di Nanterre trasformato in un campo di battaglia. Attaccati i simboli dello stato, tra cui 25 stazioni di polizia tra cui quelle di Bagnolet, Montreuil, Dammarie-les-Lys, Sarcelles, Elbeuf, Compiègne, Meudon, Plaisir e Trappes. Attaccata anche la brigata parigina per l’assistenza ai senzatetto mentre a Monsen-Baroeul è stata incendiata una scuola. Caos anche a Île-Saint-Denis e a Garges-lès-Gonesse, in Vald’oise, dove il sindaco, Benoit Jimenez, non nasconde la “paura che possa continuare ed anche essere peggio”. A Clamart, dove un tram è stato dato alle fiamme la notte precedente, da oggi vige il “coprifuoco tra le 21 e le 6 fino al 3 luglio” che il prefetto di Val-d’Oise ha esteso fino al 4 luglio imponendo “il divieto di indossare e trasportare fuochi d’artificio e articoli pirotecnici, il divieto del trasporto da parte di privati di combustibili domestici, compresi gas infiammabili, e prodotti petroliferi”.

E mentre Macron per ora si è rifiutato di imporre lo stato di emergenza, per comprendere la gravità della situazione basti dire che l’organizzazione del Tour de France che inizia domani è in stretto contatto con le massime autorità statali (al momento la partenza è confermata) mentre la mobilitazione delle forze dell’ordine è senza precedenti. Al culmine delle rivolte del 2005, il Ministero dell’Interno non aveva schierato più di 11.700 agenti in tutto il territorio mentre la mobilitazione più forte durante la grande protesta contro la riforma delle pensioni, la scorsa primavera, fu di 15mila agenti di polizia e gendarmi. Stanotte saranno 45mila.


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