Latina, Italia

Lavoro nero chiama lavoro grigio: così lo sfruttamento degli invisibili alimenta la precarietà

La vicenda di Satnam Singh è solo l'ultima di una serie infinita, dice Stefano Tassinari, vicepresidente Acli. Indica le falle di un sistema che premia chi gioca al ribasso, deprezzando il lavoro e aggirando le regole per mantenere alta la competitività

di Luigi Alfonso

«L’agghiacciante vicenda di ieri a Latina è indicativa di un mondo in cui si è accettato di sospendere la legalità. Se passa il concetto che rispetto la legalità solo quando mi conviene, magari per fare più fatturato, le persone diventano invisibili. A forza di trattare gli stranieri come clandestini, come se non esistessero, stiamo trasformando in invisibili anche le giovani generazioni di italiani. E questo condiziona l’ingresso nel mondo del lavoro di donne e giovani». Stefano Tassinari, vicepresidente Acli con delega al lavoro e Terzo settore, non si addentra troppo nei dettagli della morte di Satnam Singh, «perché ora deve parlare la magistratura e poi perché non conosco tutti i dettagli della vicenda». Tuttavia, analizza con estrema pragmaticità la situazione del caporalato in Italia.

Stefano Tassinari, vicepresidente nazionale delle Acli

Morire a 31 anni dopo aver lasciato l’India per dare sostentamento alla propria famiglia. Ebbene, Satnam Singh è diventato visibile solo ora che morto. È stato abbandonato di fronte alla sua abitazione, mutilato e ormai privo di vita, ben lontano dall’azienda agricola vicino a Borgo Santa Maria (Latina) dove lavorava. Un macchinario agricolo gli ha tranciato di netto un braccio. Nessuno gli ha prestato soccorso, nessuno si è preoccupato di lui. Ora se ne occupano giornali e tg.

«Si è accettato da tempo un sistema perverso, tipicamente italiano», prosegue Tassinari. «Così ora abbiamo donne che lavorano parzialmente, part time involontari, orari che non corrispondono alla realtà, giovani che si adattano a lavorare in nero o in grigio. In questi giorni la Corte di Cassazione ha di nuovo sancito che i contratti part time devono prevedere espressamente gli orari di lavoro. Una delle vere iniziative che andrebbe fatta per frenare le morti nel lavoro, è quella di cambiare le leggi sull’immigrazione. Rendere visibili questi stranieri non significa che accogliamo tutti. Peraltro, parliamo di tantissime persone che stanno già nel nostro Paese e di cui abbiamo un grande bisogno: nei prossimi dieci anni perderemo 3,6 milioni in età di lavoro, e il 40% della popolazione che lavora ha più di 50 anni. Ecco perché occorrono politiche serie di accoglienza e regolarizzazione, che farebbe emergere una fetta del mondo del lavoro oggi sommersa. Così solleviamo il livello di lavoro di tutti e di conseguenza la legalità».

«Se sfruttiamo questi lavoratori stranieri, inevitabilmente diventeranno sempre più invisibili anche altri segmenti di lavoratori», sottolinea ancora il vicepresidente della Acli. «Poi, in certi casi, l’invisibilità è anche illegale: ai nostri Caf risulta che le donne sotto i 35 anni hanno un reddito al livello di povertà o sotto la soglia della povertà, anche con contratti regolari. Teniamo queste persone in una situazione di parziale cittadinanza o di cittadinanza intermittente, se non proprio di invisibilità. Hanno diritti ma sino a un certo punto, in un ambito di grande precarietà».

Le Acli, secondo Tassinari, hanno individuato da tempo alcune soluzioni per contrastare questo fenomeno dilagante. «Intervenire nelle comunità per arginare il lavoro sommerso e fare prevenzione, coinvolgendo anche le realtà del settore produttivo e i sindacati; istituire una Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro; regolarizzare i migranti attraverso una politica seria e non estemporanea di accoglienza, regolarizzazione e integrazione: tanto più loro sono cittadini, quanto più la legalità si estende a tutti. Non abbiamo la soluzione per tutti i mali, però fare questi passi aiuterebbe a modificare una situazione stagnante».

Tassinari approfondisce alcuni concetti importanti: «Da più parti è passata l’idea che si fa più produttività abbassando i costi del lavoro, giocando al massimo ribasso. Siamo l’unico Paese in Europa in cui, negli ultimi 30 anni, i salari si sono ridotti. E le mele marce entrano in concorrenza con le imprese virtuose che applicano i contratti collettivi nazionali di lavoro. Dall’altra parte, lavoro nero e grigio, part time involontari e contratti pirata contaminano la parte legale, perché a volte si è costretti a venire a patti con quel mondo: anche gli imprenditori seri ci devono fare i conti, insomma. È un mercato che è giocato sulla competizione economica basata sulla furbizia, più che sulla qualità. Una scelta che il nostro Paese, più o meno consapevolmente, ha fatto prevalentemente in nome del mantenimento dell’occupazione. In molto territori avverto tantissima tolleranza su queste tematiche: abbiamo intere filiere che vivono nella sospensione della legalità. Ci sono tanti contratti di lavoro legali che però sono anticostituzionali. La Corte di Cassazione e numerosi tribunali stanno annullando molti contratti perché il salario minimo è sotto la soglia della povertà assoluta».

«Di recente ho partecipato a un’iniziativa in un liceo della Pastorale del lavoro della diocesi di Senigallia. Ebbene, la maggior parte degli studenti ha ammesso che accetterebbe un lavoro in nero, se gli sembrasse conveniente. È una tendenza culturale, certificata da tempo in settori come quello agricolo o del turismo. Anche tra i Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano, un buon 40% lavora in nero. Nei servizi, e anche in parti del Terzo settore, sono spesso applicati contratti che non consentono di vivere decentemente. I controlli ci sono ma gli ispettori non sono sufficienti. Come ne usciamo? Innanzi tutto, smettendo di essere ipocriti. Questa è un’emergenza alla stregua di un’alluvione: perché non la si affronta come tale? Le politiche locali sono complici o comunque troppo tolleranti rispetto a certe situazioni. Abbiamo adottato quel provvedimento dell’Unione europea, conosciuto come whistleblowing, che riguarda la segnalazione di casi illegali. Solo che lo abbiamo fatto in maniera parziale, cioè per quelle aziende che hanno minimo 50 dipendenti. E le altre? Dobbiamo creare delle opportunità che consentano a un lavoratore di segnalare delle irregolarità senza incorrere in conseguenze pericolose: se uno ha paura di essere individuato e licenziato, sta zitto. E nessuno può intervenire. Pensate ai centri dedicati alla violenza di genere, dove una donna può recarsi e denunciare un fatto nel rispetto della sua privacy. La Cisl ha di recente proposto di creare un bollino bianco per quelle aziende che rispettano le regole. Insomma, da qualche parte si deve pure iniziare. Per fortuna c’è una grossa parte del Paese che non ha scelto certe scorciatoie. Ma smettiamola di raccontare un’Italia che non esiste: non ci sono soltanto il bianco e il nero, c’è moltissimo grigio. Anche la pubblica amministrazione punta molto sul massimo ribasso: soltanto le Regioni della Toscana e dell’Emilia Romagna riconoscono gli aumenti nel momento del rinnovo contrattuale. Non è più accettabile».

Nella foto di apertura, di Cecilia Fabiano/ LaPresse, manifestazione di braccianti a Roma. La foto di Stefano Tassinari è dell’ufficio stampa Acli


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