Cooperazione & Relazioni internazionali

Rilanciare le adozioni internazionali è impossibile: voltiamo pagina

Adozioni, quanto resta della notte? I dieci enti autorizzati riuniti nel coordinamento Oltre l'adozione danno una risposta coraggiosa alla domanda che ci ripetiamo fin dal 2010. «Prendiamo atto che un rilancio delle adozioni internazionali oggi è impossibile», affermano. Il tempo delle analisi è finito, il contesto internazionale è definitivamente cambiato e anche il nostro sistema nazionale deve trovare una nuova configurazione. Non è il de profundis delle adozioni ma la voglia di scrivere un futuro diverso. Il documento di proposta di Ola prende posizioni forti come la riduzione del numero di enti e il "no" a finanziamenti pubblici a fondo perduto

di Sara De Carli

Il rilancio delle adozioni internazionali? È impossibile, non esistono i presupposti. Lo scrivono nero su bianco gli enti autorizzati riuniti nel coordinamento OLA-Oltre l’adozione: dieci enti, fra cui Avsi e Ciai, che hanno redatto e consegnato alla Commissione Adozioni Internazionali un documento concreto, che mette in fila delle possibili ipotesi non per un “rilancio” delle adozioni internazionali ma per scrivere in modo diverso il loro futuro. Qui sta la differenza: nessun de profundis delle adozioni, ma solo di un modo di organizzarle e di vivere. Di un sistema, non di uno strumento. La presa d’atto che quando di crisi si parla da anni, non si tratta più di una crisi temporanea a reversibile a cui si possano dare soluzioni, ma di un nuovo contesto internazionale dinanzi a cui il nostro sistema nazionale deve trovare un nuovo assetto.

Un esempio per tutti, su un nodo cruciale: la sostenibilità economica dell’accompagnamento all’adozione. Sul punto la proposta di Ola è radicale: «siamo fermamente contrari ad ogni forma di finanziamento dell’ente, se per finanziamento si intende un contributo a fondo perduto e non vincolato», dicono. La proposta per dare sostegno economico ad alcuni servizi passa da bandi pubblici specifici, oggi previsti solo per l’attività di cooperazione internazionale o per iniziative episodiche: potrebbero diventare strutturali e riguardare ad esempio la formazione e l’accompagnamento delle coppie o il post adozione. Un documento di sei pagine (lo trovate allegato in fondo alla news), «che non ha la pretesa di essere esaustivo né tanto meno risolutivo», ma che vorrebbe «dare avvio a una fase di riflessione comune», nella consapevolezza che «questa proposta richiederebbe una riforma legislativa di non poco conto, ma crediamo valga la pena di riflettere seriamente anche su questa prospettiva». Ne parliamo con Beatrice Belli, avvocato, portavoce del coordinamento Ola e presidente di International Action, un ente che non a caso nel maggio 2021 ha cambiato nome, da International Adoption a International Action.

Come nasce questo documento e con quali motivazioni?

Le motivazioni che ci hanno portato a scrivere in maniera ordinato queste idee – o almeno a cercare di metterle in modo più ordinato possibile – è la consapevolezza del cambiamento radicale nel mondo delle adozioni. Una consapevolezza maturata ormai da molti anni. Da un certo punto di vista quindi “niente di nuovo” se non che ad un certo punto ci siamo guardati negli occhi, noi di Ola, e ci siamo detti “è cambiato tutto, d’accordo, ma basta dircelo: cominciamo a fare qualcosa”. A noi sembra che manchi la voglia, forse il coraggio, di fare il salto dal dire che il sistema delle adozioni internazionali è in crisi, dall’analisi delle ragioni all’indicare quali sono i nodi su cui intervenire. Questo invece è il prossimo passo da fare e dobbiamo farlo a breve. Il tempo dell’analisi è passato, certamente si può sempre migliorare anche in questo, ma adesso il passo da fare è trasformare le riflessioni in proposte concrete di cambiamento. Per questo come Ola abbiamo scritto questo documento, per avviare un dibattito e un confronto in questa direzione, con questo spirito.

A chi avete mandato il documento?

Al momento al vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, Vincenzo Starita, chiedendogli di condividerlo con la ministra Roccella e di divulgarlo presso la Commissione, organizzando un incontro con la Cai per commentarlo. Era fine marzo. Al momento non ci sono state reazioni ufficiali, così lo abbiamo inviato a tutti gli altri coordinamenti e agli enti che non appartengono a un coordinamento. Abbiamo avuto qualche riscontro, vediamo se ne nasce un confronto. All’interno dei dieci enti di Ola è stata promossa una condivisione del documento con il direttivo e con gli operatori, a fine giugno ci sarà un incontro per la “restituzione” di quanto è emerso dopo questo passaggio interno. L’idea è di realizzare un workshop a settembre, rivolto per il momento agli enti di Ola, con aiuto di esperti esterni, per arricchire ulteriormente il documento e dargli ancora più concretezza, in modo da presentarsi alle istituzioni e alla politica – in un domani molto prossimo – con delle proposte precise. Alla Cai riconosciamo gli sforzi che ha fatto, ci sono persone che si sono spese tantissimo, ma serve qualcosa di più strutturale soprattutto in un momento in cui – forse anche per il calo dei numeri – si è ridotta tantissimo l’attenzione verso l’adozione, sia della politica sia della società in generale.

Nel documento affrontate dei punti nodali, da cui a volte effettivamente nel dibattito sulla crisi delle adozioni un po’ si tende a scantonare… penso per esempio al tema della sostenibilità economica del servizio di accompagnamento reso dagli enti.

Noi come Ola su questo punto abbiamo una visione chiara, molto diversa da quella di altri enti. C’è stata la pandemia, poi la guerra russo-ucraina, poi la questione della Bielorussia e della Cina con le adozioni sostanzialmente ferme… tutte situazioni critiche. Come le risolviamo? Una possibile risposta sono i contributi a fondo perduto, che ci sono stati per esempio in pandemia. Secondo noi però questa non è la soluzione, perché i tali contributi rischiano di diventare il salvagente che lanci legittimando anche comportamenti che non sono forse del tutto coerenti. Perché alcuni enti fin dall’inizio della crisi ucraina, in modo responsabile, hanno rinunciato a prendere mandati e altri no? Lo stesso in Cina. Poi passano mesi e ci chiediamo come fare a sostenere enti che sono in difficoltà perché hanno tanti incarichi in Paesi “critici”.

Qual è la vostra proposta?

Lo strumento dei bandi potrebbe diventare più strutturato, come per la cooperazione. Il fatto è che legato a questo tema c’è un discorso molto delicato, che è il riconoscimento della natura pubblica dell’ente autorizzato. È un tema che sta tornando nei cooordinamenti e nei tavoli strategici della Cai. Noi non escludiamo in termini generali la validità di esperimenti che tendano a riportare nell’alveo del pubblico il servizio di accompagnamento all’adozione ma d’altro canto non possiamo pensare di relegare l’ente autorizzato ad essere un mero soggetto privato che all’occorrenza interviene. È pacifico che l’ente autorizzato assolve in via sussidiaria un’attività di pubblico servizio, ma questo cosa vuol dire dal punto di vista giuridico e di sostenibilità economica? Noi diciamo no a finanziamenti pubblici a fondo perduto e sì a finanziamenti pubblici con scopi precisi.

Un tema delicato è anche quello relativo al numero degli enti, che da anni vengono definiti come “troppi”. C’è stata una stagione in cui si è parlato di favorire accorpamenti e fusioni, ma senza particolari risultati. Come fare?

Il numero di enti è sproporzionato, lo diciamo da anni, adesso dobbiamo cominciare a proporre qualcosa di concreto per arrivare ad ottenere un ridimensionamento. Secondo noi il criterio non può essere la quantità di adozioni realizzate: quello casomai è uno dei criteri ma all’interno di una valutazione più ampia, di tipo qualitativo. D’altra parte è necessario trovare un modo per valorizzare l’esperienza pluridecennale degli enti autorizzati, che dinanzi a una riduzione così massiccia delle adozioni internazionali potrebbe essere un patrimonio disperso. Negli enti però ci sono competenze che possono essere spese benissimo per esempio nel post adozione, nella formazione degli operatori, nella formazione delle famiglie affidatarie, nell’accompagnamento degli affidi. Tutti bisogni per cui oggi le risposte sono insufficienti.

Qui l’elenco degli enti autorizzati che aderiscono al coordinamento Oltre l’adozione: Ami, Amici Di Don Bosco, Afn, Fondazione Avsi, Ciai, Associazione Il Conventino, International Action, Istituto La Casa, La Maloca, Mehala, Nova.

A febbraio dalle paagine di VITA Marco Rossin di Avsi aveva già lanciato un dibattito, con un articolo dal titolo esplicito: Adozioni internazionali, il sistema ha fallito. Avevano risposto alcune famiglie, Monya Ferritti presidente del CARE e Graziella Teti del Ciai.

Foto di Emma Roorda su Unsplash


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