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De Palo: «Libertà, parola chiave del dibattito sulla natalità»

Gianluigi De Palo è il presidente della Fondazione per la Natalità, quel «gruppo di mamme e papà» che ha organizzato gli Stati generali della natalità. I temi sono stati fagocitati dalla contestazione di alcuni giovani e dal dibattito sulla censura che ne è seguito. Oggi è preoccupato: «Quel che è successo a noi interpella tutto il terzo settore: davvero "partecipare" si può solo facendo politica o facendo contrapposizione?»

di Sara De Carli

«Fa più rumore occupare spazi che generare processi». Passata la bufera, quando i riflettori si sono spenti, la sintesi di Gigi De Palo è questa. «È una citazione del Papa, ovviamente, non farla passare per una frase mia». Nella riunione finale con tutti i giovani volontari degli Stati generali della natalità, lui l’ho detto con franchezza, con un po’ di delusione e di amarezza: “Mi sa che questi sono stati gli ultimi”. «“Se non li fai tu, li facciamo noi”, hanno risposto i ragazzi. È stato gratificante. C’è un’urgenza anche da parte loro e questo è molto bello… Davvero in questo momento non so se rifaremo gli Stati generali della natalità, ma se si continuerà… punteranno ancora di più sui giovani». De Palo tira così le somme di due giorni che hanno visto la scaletta ribaltata in più punti, balzati alle cronache per la contestazione da parte di alcuni giovani manifestanti e per le polemiche politiche che ne sono seguite. Dovevano essere due giorni in cui parlare di natalità, «un tema che rappresenta la vera emergenza nazionale», in cui «chiedere risposte al governo» e «fare da pungolo alla politica». Invece per due giorni il dibattito pubblico si è focalizzato su altro, «con la natalità, l’evento e noi stessi che siamo stati strumentalizzati per ottenere visibilità». Il rammarico? «Che le risposte non sono arrivate».

Coma va?

Molti forse si aspettano l’uscita polemica, che non ci sarà. Però sono molto amareggiato e preoccupato.

Da cosa, in particolare?

Qualcuno ha manifestato contro di noi senza aver letto, senza essersi informato, facendo affermazioni su di noi senza alcun fondamento… Sono anni che lavoriamo sulla natalità come tema centrale per il paese, lavorandoci in modo che non diventi un tema divisivo, abbiamo fatto quattro edizioni, con due governi diversi: il tema ha fatto problema solo quest’anno. Noi siamo un soggetto della società civile, una fondazione non profit: la Fondazione per la natalità è una realtà nata da mamme e papà preoccupati per l’inverno demografico. Siamo gente normale, le mamme e i papà che qualche anno fa riempivano di passeggini le piazze: nessun “potere forte”, ma una forza certamente l’abbiamo, perché per un figlio… uno fa tutto. Siamo preoccupati perché l’inverno demografico costringerà a fare scelte che peggioreranno la vita dei nostri figli e questo riguarda tutti, anche chi ha manifestato contro gli Stati generali della natalità. Noi al governo avremmo posto delle questioni, avremmo detto  – lo ripeto sempre – che bisogna passare dalle analisi all’azione. Noi siamo il pungolo delle istituzioni, con il nostro stile, senza polemiche, ma pungolo… il rischio è che si smetta di farlo.

È più arrabbiato, più deluso o più amareggiato?

Amareggiato e preoccupato. Preoccupato perché quello che è successo è pericoloso, se parliamo di possibilità di partecipazione da parte della società civile. Adesso è toccato a noi, domani può toccare a qualsiasi altro soggetto, su qualsiasi altro tema. Per questo ho fatto un appello a tutte le associazioni del Terzo settore: se ogni evento indipendente che cerca il dialogo tra la società civile e le istituzioni diventa motivo di scontri e di violenza, se un evento può essere contestato solo per le persone invitate, se “partecipare” deve diventare per forza fare politica o scendere in piazza a contestare… allora è davvero preoccupante. Vale ancora la pena partecipare? E la partecipazione deve essere per forza nelle modalità o di un impegno politico diretto o della contrapposizione? Sono questi due, gli eletti e i manifestanti, gli unici due soggetti che possono partecipare? Le domande più pressanti dopo questi giorni, per me sono queste.

Ciò che la preoccupa di più, quindi, è il tema della partecipazione?

Noi stavamo facendo una cosa bellissima: stavamo dando il nostro contributo, ponendo dei temi, portando delle riflessioni, dei dati, degli studi, chiedendo risposte. E le istituzioni, a tutti i livelli, non ci hanno difeso. Ci siamo sentiti lasciati soli. Come se la censura nei confronti di una mamma, del presidente del Forum delle Famiglie, dei ragazzi che per un anno si sono preparati e che avrebbero posto domande… valesse meno della censura nei confronti di una ministra. Io ricordo che al centro c’è la persona umana, quindi le famiglie e l’associazionismo. Il comune, le regioni e lo Stato vengono dopo: sono loro al servizio delle persone, delle famiglie e delle associazioni… non viceversa. È il principio di sussidiarietà che oggi viene messo in crisi, trasformato in una “sudditarietà”.

Lei ha sempre parlato allo sfinimento di natalità come un tema che unisce il Paese, non che divide. La necessità di procedere senza fazioni o tifoserie. È paradossale quello che è accaduto…

Il bello è che i ragazzi che hanno contestato hanno sentito il mio discorso di apertura. Hanno sentito che dicevo quanto la parola “libertà” sia cruciale. Non c’entra niente l’aborto. E nessuno vuole convincere nessuno a fare figli, non so più come dirlo: i figli non si fanno per pagare le pensioni, né per dovere, né perché è giusto…. I figli si desiderano. Noi vogliamo “solo” che chi desidera un figlio, abbia la libertà di poterlo fare. Vogliamo che le persone siano libere di scegliere. Oggi invece in Italia chi desidera un figlio non è libero di farlo, perché fare un figlio è una delle prime causa di povertà.


La ministra Roccella ha scritto di «una profonda ostilità verso la maternità e la paternità, verso chi decide di mettere al mondo un figlio, esercitando la propria libertà e senza nulla togliere alla libertà altrui». La vede anche lei?

Le rispondo restando su un altro piano. Senza dubbio oggi la parola natalità non è più neutra. L’avevamo scelta proprio perché era una parola tecnica, neutra, senza connotazioni ideologiche, un tema attorno a cui il Paese può (e i dati dicono “deve”) unirsi. Ecco, oggi dobbiamo rimetterci al lavoro su questo.

In apertura lei aveva detto che “fare polemica è il grande alibi per non fare nulla”. Le risposte che avrebbe sollecitato al Governo quali sono?

Fisco, casa, lavoro… Le cose da fare le conosciamo, il punto è come fare per concretizzarle. Quest’anno abbiamo proposto di creare una Agenzia per la Natalità, qualcosa che vada oltre l’arco temporale del mandato di un governo, perché i governi passano ma i figli restano. Un po’ quello che ha fatto il Giappone. Un soggetto che resti e che faciliti il dialogo tra tutti i ministeri, con un obiettivo chiaro. Quale? Con il professor Blangiardo qualche tempo fa dicevamo di tornare a 500mila nati entro il 2033, forse ora dovremmo dire entro il 2040…  I dati Istat dicono che la speranza di vita alla nascita, in Italia, è di 83,1 anni, sei mesi in più nel 2023 rispetto al 2022, cinque anni in più rispetto agli USA. Prima o poi però ai nostri figli dovremo dire che noi moriremo a 83 anni, ma loro no: loro moriranno prima perché non ci sarà più il sistema sanitario, pensionistico, tutto il resto… Porre la questione della natalità è questa cosa qui, concreta, che riguarda tutti. Anche chi ci ha voluto mettere a tacere.

VITA ha seguito gli Stati generali della natalità e i suoi contenuti in questi articoli:
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Foto ufficio stampa degli Stati generali della natalità


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