Innovazione sociale

Dare valore al lavoro sociale per cambiare il modello di sviluppo

Quel che servirebbe non è tanto l’ennesimo soggetto facilitatore o regolatore ma piuttosto un impatto di interesse comune che inneschi una nuova convergenza. Una convergenza fra qualità dei servizi e qualità del lavoro necessario per generarla

di Flaviano Zandonai

Cosa ci raccontano i molteplici e rigorosi indicatori accompagnati dal suadente e ingaggiante storytelling nei diversi formati della rendicontazione sociale? Al fondo la stessa storia, ovvero l’interazione tra contesti e servizi che fa da trama all’innovazione sociale. Proviamo quindi a ricostruirla nella sua essenzialità, perché l’impressione è che siamo tutti “un po’ stanchini” e necessitiamo di un qualche esito, possibilmente di un bel finale.

L’inizio è segnato da contesti di relazione con intenti trasformativi perché popolati da nuove generazioni dotate di capacità progettuale e soprattutto cariche di desiderio di cambiamento. Un incubatore diffuso per una molteplicità di servizi che hanno ridefinito in cosa consiste, in senso “materiale”, ciò che è di interesse generale per comunità e persone, soprattutto fragili.


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I servizi si sono progressivamente aggregati intorno a nuovi strati dell’offerta di welfare dove si concentrano le maggiori evidenze in termini di bisogni, contribuendo a mutare i connotati della protezione sociale e, al tempo stesso, assorbendone le logiche di funzionamento. Si è affermato così un segmento dell’economia dei servizi che ha preso a funzionare secondo logiche di erogazione e fruizione di prestazioni. Le strade tra contesti e servizi si sono separate: i servizi posizionandosi all’interno dei mercati pubblici e i contesti diradandosi nell’informalità e nello spontaneismo.

Negli ultimi anni i contesti sono però tornati alla ribalta grazie a una new wave di innovazione sociale che, non a caso, ha trovato spazio anche grazie a prestazioni certificate, accreditate, autorizzate, ecc. ma sempre più inefficaci in temini di trasformazione. Il fatto che gli impatti in questo campo si misurino, ancora oggi, guardando al risparmio generato per la Pubblica Amministrazione la dice lunga sulla pervasività di un approccio incrementale ed efficientista. Il nuovo ciclo di innovazione sociale ha colto e cavalcato questa contraddizione esercitando la propria “disruption” proprio nei confronti di servizi sempre più sterili rispetto a contesti e che, guarda caso, sono al centro di progetti e processi di “rigenerazione”. Ecco quindi il ritorno del lavoro e delle organizzazioni di comunità attingendo, di nuovo, a competenze, strumenti e aspirazioni oltre che a un nuovo contesto – il digitale – dentro il quale si ridefinisce il profilo individuale e l’azione collettiva.

Questa grande e ormai lunga storia è ora a un punto di svolta. Perché la divergenza rischia di innescare un conflitto tra contesti e servizi. Entrambi sono infatti in crisi di crescita e se non rompono il tetto di cristallo che segna i limiti del loro modello di sviluppo rischiano di avvitarsi in una logica di autoreferenzialità che li sta portando a cannibalizzarsi a vicenda.

Contesti ricchi di progettualità cantierizzate secondo logiche di breve periodo possono generare una spirale di decrescita dei servizi minando quei caratteri di stabilità e continuità alla base del loro funzionamento. Servizi in crisi di efficacia e di redditività potrebbero invece essere indotti ad approcciare i contesti per finalità “estetiche”, senza mutare lo status quo.

Quel che servirebbe non è tanto l’ennesimo soggetto facilitatore o regolatore ma piuttosto un impatto di interesse comune che inneschi una nuova convergenza. Un esito rilevante e desiderabile rispetto al quale con-correre. Il lavoro, da diversi punti di vista, potrebbe essere il candidato ideale per il “gran finale” della storia, il misuratore della reale consistenza di un nuovo mix generativo tra processi sociali e servizi di welfare. Se non si crea lavoro decente, competente e significante per soggetti fragili e per operatori sociali (tra i quali annoverare figure come “community manager” e “innovatori ” spesso altrettanto se non più autosfruttate) vuol dire che la convergenza non sta avvenendo.

Convergenza che peraltro dovrebbe avere il suo punto di caduta in quelle “economie sociali e di prossimità” che ormai sono al centro di politiche di sviluppo dove spesso i servizi provano a fare, ancora una volta, matching con i loro contesti.

Foto di Jsme Mila/Pexels


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