Nuovi paradigmi

Non è più il tempo dell’inclusione: serve una nuova cultura del Terzo settore

Serve uscire dal concetto di inclusione, di appartenenza, di predominanza e controllo dei territori e delle frontiere, per andare oltre l’idea di scissione che inevitabilmente il concetto di egemonia si porta appresso: chi decide chi appartiene a cosa, chi include chi?

di Emmanuele Curti

Sull’onda delle parole di Elena Granata (vedi prima parte di questa riflessione), dobbiamo interrogarci su come si possa iniziare ad agire il linguaggio, gli spazi e corpi che abitiamo in forme diverse. Lo dico anche per lo stesso disagio che spesso provo quando pubblico queste riflessioni, chiuse in una dinamica binaria (opinionista/lettrici-lettori), dove la mia voce mi risuona dentro afona, in un proclamare che diventa eco a sé stesso. Come riusciamo quindi a muoverci, anche attraverso nuovi strumenti mediatici, in questa direzione e generare spazi ibridi di reciproca contaminazione e dialogo? Come rimuoviamo le singole “voci” intellettuali che parlano a spettatori e ci trasformiamo secondo dinamiche di nuova relazione, uscendo dall’idea di “valori scissi”?

Questo lo chiedo entro un mondo particolare, quello di riferimento del progetto editoriale di VITA, il Terzo settore, che ancora peraltro procede ancora in formazione disgregata (dal classico settore del welfare sociale al mondo della disabilità, per arrivare al welfare culturale). Il Terzo settore deve innanzitutto superare il suo stesso essere “terzo”, deve abbattere quei confini in cui era stato relegato (la sussidiarietà, l’assistenzialismo, ecc.) proprio nella visione egemonica del ‘900 (pubblico versus privato + il caritatevole Terzo settore): deve prendere atto del suo essere attore fondamentale nell’attraversare la società, nel rideclinare il concetto di “cura” come strumento politico fondamentale di trasformazione della società, secondo una nuova idea di benessere, di relazione reciproca, di nuovo welfare generativo. Se prendiamo atto di questo nuovo ruolo, dobbiamo saper attraversare le comunità con nuovi strumenti aggregativi. 

Con Lo Stato dei Luoghi, rete di spazi ibridi di rigenerazione a base culturale, ci stiamo provando, prendendo atto del nostro essere linfonodi e della necessità di sperimentare sempre più forme ibride di presenza, di narrazione, di reciproca contaminazione, non solo fra noi e le comunità nelle quali siamo immersi, ma anche nella profonda contaminazione delle istituzioni.

L’antiabilismo ci proietta verso un obiettivo rivoluzionario: una trasformazione culturale profonda, che rimetta in discussione ciò che diamo per scontato sui corpi-menti su come dovrebbero muoversi, su dove dovrebbero stare e su chi ha il potere di deciderlo

Ilaria Crippi, autrice de “Lo spazio non è neutro”

Qui ci possono aiutare profondamente le sempre più numerose voci che scrivono dal mondo che abbiamo anch’esso costretto nella definizione prima di “handicap”, poi di “disabilità”: mi hanno fatto riflettere molto le parole trasformative di Ilaria Crippi, nel suo bel libro “Lo spazio non è neutro” nella sua forte presa di posizione per l’”antiabilismo”: «Attraversare gli spazi attorno a noi avendo in mente queste domande è il presupposto per integrare la lotta all’abilismo (e alla discriminazione in generale) nella nostra quotidianità, nelle relazioni sociali e nelle scelte di tutti i giorni, oltre che nelle agende politiche… Non sono sviste individuali o piccoli accidenti sfortunati da correggere uno per uno, bensì il frutto prevedibile di un sistema che ha condotto esattamente lì: e allora è quel sistema che va ribaltato. Qui si dispiega tutta la potenza del concetto di antiabilismo, che non rappresenta una nuova etichetta per le vecchie (e sacrosante) battaglie per i diritti, ma ci proietta verso un obiettivo ulteriore, più radicale e se vogliamo rivoluzionario: ottenere una trasformazione culturale profonda, che rimetta in discussione ciò che diamo per scontato sui corpi-menti, su come dovrebbero muoversi, su dove dovrebbero stare e su chi ha il potere di deciderlo».

Queste parole radicali non ci servono solo per comprendere la questione della disabilità, ma sono fondanti per noi tuttə “disabili reciproci”, per uscire dal concetto di inclusione, di appartenenza, di predominanza e controllo dei territori e delle frontiere, per andare oltre l’idea di scissione che inevitabilmente il concetto di egemonia si porta appresso: chi decide chi appartiene a cosa, chi include chi?


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Questo lo dobbiamo in primis alle nuove generazioni, già capaci di nuovi linguaggi e di una nuova fluidità interrelazionale, ma allo stesso tempo vittime di una fragilità che lo stessa liquidità sociale si porta appresso, in uno stato confusionale in cui li abbiamo costretti: per loro dobbiamo lavorare secondo un modello “antiabilista”, in nuove forme intergenerazionali, con la cura del linguaggio “madre” capace di nuovi rapporti e relazioni.
In questo mondo che sta drammaticamente tornando allo strumento di relazione della “guerra” egemonica, dobbiamo ora riflettere insieme su quali nuovi enzimi immaginare – parola che amo anche per il lavoro di una vita di mio padre biochimico – per nutrire il corpo che siamo secondo nuovi processi linfatici: per uscire dalle narrazioni ripiegate su sé stesse, prendendo atto che intellettuali/opinionisti erano figure che appartengono al ‘900.

Prendiamoci il tempo di “desiderare” come comunità (ne parleremo il 7 marzo a Milano in una bella iniziativa di Avanzi), e iniziamo a ragionare insieme su come costruire nuovi strumenti di relazione.

Foto di Akela Photography/Pexels


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