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Siccità, perché le dighe non sono una soluzione

L'ambientalismo italiano coeso contro l'annuncio di politiche governative che mirano a risolvere la crisi idrica con nuovi invasi. Dal Wwf a Greenpeace, dalla Lipu all'Associazione canoa canadese: «Siccità e alluvioni richiedono soluzioni integrate e basate sulla natura», scrivono, «la crisi climatica e quella idrica vanno affrontate subito e in maniera realmente efficace»

di Elisa Cozzarini

Non succede spesso di vedere tante associazioni firmare assieme un appello nazionale. Ambientalisti e tecnici del Centro italiano per la riqualificazione fluviale chiedono un cambiamento radicale nella gestione dell’acqua nel nostro Paese, superando l’approccio emergenziale del recente decreto siccità. «L’adattamento ai cambiamenti climatici passa dalle soluzioni basate sulla natura, non dalla costruzione di nuovi invasi».

Quindici associazioni e una sola voce: per una volta il mondo ambientalista si schiera, unito, e rivolge un appello al governo sulla gestione dei corsi d’acqua: «Siccità e alluvioni richiedono soluzioni integrate e basate sulla natura», scrivono, «la crisi climatica e quella idrica vanno affrontate subito e in maniera realmente efficace. Non servono slogan e soluzioni estemporanee, ma interventi che vadano oltre l’emergenza mettendo in campo una politica che favorisca l’adattamento ai cambiamenti climatici». È la risposta non solo al decreto siccità approvato lo scorso aprile dal governo Meloni, ma in generale a un approccio alle risorse idriche che, nel nostro Paese, in pochi casi sembra aver davvero preso sul serio la Direttiva Quadro Acque 60 del 2000.

Ed è forse proprio per questo ritardo che l’appello vede un così largo consenso nella società civile, per chiedere efficaci piani ordinari e un cambio di rotta: «L’attuale azione di Governo, sostanzialmente basata su interventi infrastrutturali che creano spesso più danni che benefici, su un’estensione dell’approccio commissariale e su un’ulteriore artificializzazione di un reticolo idrico già prossimo al collasso, appare assolutamente inadeguata».

A firmare l’appello sono i rappresentanti di: Cipra Italia (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi), Centro italiano per la riqualificazione fluviale – Cirf, Delegazione europea per l’agricoltura familiare in Asia, Africa e America latina -Deafal, Dislivelli, Federazione Nazionale Pro Natura, Federparchi, Free Rivers Italia, Fridays for Future, Greenpeace, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness, Wwf Italia e Associazione italiana canoa canadese – Aican. Le associazioni hanno anche chiesto un incontro con il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che non ha ancora risposto.

Gli invasi sono già vuoti

Il primo punto del lungo appello degli ambientalisti si concentra sui progetti per la costruzione di nuove dighe e invasi, che da mesi vengono presentati, anche sui media indistintamente, come una soluzione alla siccità, «una soluzione che», sottolineano invece le associazioni, «appare fuori dal tempo e del tutto inadeguata, e non a caso nemmeno presa in considerazione dal Piano nazionale di Adattamento ai Cambiamenti climatici».

Nell’appello, viene ampiamente spiegato perché nuovi invasi non possono essere risolutivi. Innanzitutto, dove era più facile ed efficace realizzarli, è già stato fatto. In secondo luogo, i passati mesi siccitosi hanno evidenziato la difficoltà a riempire quelli esistenti: «Con i grandi laghi alpini e gli invasi artificiali semi vuoti sembra molto ottimistico che realizzarne di nuovi possa risolvere il deficit idrico» (nella foto in apertura l’invaso in Val Tramontina, sulla Alpi Carniche, ndr).

Gli invasi, inoltre, non sono a impatto zero. Secondo l’analisi delle pressioni sulle acque svolta in attuazione della Direttiva Quadro 2000/60, dighe e altri ostacoli sono il fattore di pressione più significativo in almeno il 30% dei corpi idrici europei e causa del mancato raggiungimento del buono stato ecologico in almeno il 20%. Anche dal punto di vista pratico, ci sono criticità, legate alla perdita di acqua per evaporazione, alla scarsa qualità dell’acqua, in caso di piccoli bacini e alte temperature, con fioriture algali e sviluppo di cianotossine. E infine la necessità di sfangamento degli invasi, che spesso comportano interventi costosi e complessi sul piano tecnico, impatti ambientali rilevanti e la difficoltà di reperire eventuali siti idonei per lo smaltimento.

Ancora, realizzare nuovi invasi va «in direzione diametralmente opposta rispetto alla Strategia europea per la Biodiversità 2030, che chiede di ripristinare la connettività dei corsi d’acqua rimuovendo gli sbarramenti obsoleti, e non di costruirne di nuovi». Sottolineano i firmatari dell’appello: «Non vi è quindi nessuna opposizione “ideologica” agli invasi. Ma sono una soluzione che porta spesso molti più danni che benefici, per cui sarebbe semplicemente illogico e irresponsabile affidarsi primariamente a essi».

Le acque nell’Unione

Nell’Unione europea, a prendere invece sul serio la Direttiva Acque è stata la Spagna, che nel 2005 ha approvato la Estrategia Nacional de Restauración de Ríos (Strategia nazionale per la riqualificazione fluviale), con l’obiettivo prioritario di raggiungere il buono stato ecologico per i corsi d’acqua e migliorare le funzionalità degli ecosistemi fluviali. Parte del programma prevedeva la rimozione di sbarramenti e dighe obsolete: a oggi sono stati realizzati centinaia di progetti di questo tipo, riconnettendo oltre 2.600 km di tratti fluviali. La nuova Strategia nazionale spagnola, riferita al 2022-30, si prefigge di aumentare di altri 3.000 km la continuità dei corsi d’acqua. Se lo fa la Spagna, perché non l’Italia?

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