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Verso un nuovo welfare. Dialogo con Stefano Fassina

2 Ottobre Ott 2013 1657 02 ottobre 2013

In vista della legge di Stabilità e dopo la conferma della fiducia, il viceministro dell'Economia svela i suoi piani su 5 per mille, imu al non profit, iva sui servizi sociali e riorganizzazione dell'Inps. In edicola da venerdì e on line per gli abbonati dal pomeriggio

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Verso un nuovo welfare. Dialogo con Stefano Fassina
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In vista della legge di Stabilità e dopo la conferma della fiducia, il viceministro dell'Economia svela i suoi piani su 5 per mille, imu al non profit, iva sui servizi sociali e riorganizzazione dell'Inps. In edicola da venerdì e on line per gli abbonati dal pomeriggio

La vicenda del 5 per mille, prima, il dibattito sul ruolo delle Fondazioni, poi; non c’è dubbio che dalla sua nomina ad oggi l’attenzione del viceministro dell’Economia Stefano Fassina verso il privato sociale sia andato via via crescendo. Un percorso che, alla vigilia della presentazione della prossima legge di Stabilità, e subito dopo la conferma dle voto di fiducia al Governo Letta, Fassina accetta di completare con questa intevista a 360 gradi sulle questioni aperte sulla via della costruzione di un nuovo sistema di welfare.

Fondazioni, cooperative sociali e organizzazioni senza scopo di lucro in generale. Dal suo punto di vista quale deve essere il loro ruolo nella cornice di un nuovo stato sociale?
Prendiamo le fondazioni. Il loro ruolo è importante e risponde al principio della sussidiarità. A questo proposito, occorre superare una visione semplicistica e riduttiva per cui è solo attraverso la fornitura diretta attraverso le amministrazioni pubbliche che è possibile tutelare gli interessi della collettività. Va però evitato anche l’errore opposto, quello di pensare che il privato possa sostituire in tutto e per tutto il ruolo del pubblico; è una visione che ritroviamo in certi slogan, ad esempio nell'idea di big society, che spesso mascherano un’opzione per un welfare fai-da-te, in cui i cittadini sono lasciati a sé stessi e alla capacità di auto-organizzarsi. Si tratta di soluzioni che abbandonano la tutela dei diritti al potere contrattuale dei singoli o al gesto caritatevole di qualche mecenate. Va anche evitato un approccio che guarda al privato sociale solo in termini di risparmi di spesa e disconosce il valore aggiunto di solidarietà attiva e passione civica. Detto questo, rispetto al pubblico il privato sociale mostra spesso una maggiore capacità di rispondere in modo flessibile e rapido all'emergere dei bisogni e di adattarsi a quelle che sono le preferenze specifiche di coloro che sono oggetto di prestazioni e interventi, e questi sono punti di forza che vanno valorizzati.


Capitolo Imu. Nel dibattito sulla cancellazione dell’Imu il non profit è rimasto totalmente escluso. Il Governo poi si è limitato a un generico impegno in base al quale la futura service tax non colpirà gli enti non commerciali. Come lo spiega?
Considero il provvedimento sull’Imu incompleto e per molti versi insoddisfacente. Non solo il settore nonprofit, ma l’intero mondo della produzione è tuttora penalizzato da imposte immobiliari troppo gravose, ed è per questo che c’è l’impegno a tornare sul punto degli immobili strumentali. In quella sede ci sarà certamente spazio anche per considerare il caso specifico degli enti non profit, le cui specificità dovranno essere tenute in debita considerazione.

In ottica service tax ci può anticipare come verranno definiti gli enti non commerciali?
È presto per dirlo. La definizione di questa imposta è ancora oggetto di discussione, e vi sono diverse ipotesi sul tappeto. (L'INTERVISTA INTEGRALE NEL NUMERO DI OTTOBRE DEL MAGAZINE IN EDICOLA DA VENERDI' E ON LINE PER TUTTI GLI ABBONATI DA DOMANI)