Dialoghi del sabato/1

"La politica è l'inversione della vita". Intervista con Marco Bassani

15 Gennaio Gen 2015 1820 15 gennaio 2015

"Il problema", osserva Marco Bassani, professore di storia delle dottrine politiche all'Università di Milano, "è che la vita reale non entra mai nei giudizi politici". Un'analisi a tutto campo sul ruolo della Chiesa e del Politico nel mondo moderno e postmoderno.

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"Il problema", osserva Marco Bassani, professore di storia delle dottrine politiche all'Università di Milano, "è che la vita reale non entra mai nei giudizi politici". Un'analisi a tutto campo sul ruolo della Chiesa e del Politico nel mondo moderno e postmoderno.

Domenica scorsa, 11 gennaio, abbiamo visto centinaia di migliaia di persone sfilare a Parigi. Il senso di questa cerimonia laica, in qualche modo ancora ci sfugge. Iniziamo oggi il primo di cinque dialoghi sulla genealogia del moderno, incontrando Luigi Marco Bassani.

Bassani insegna storia delle dottrine politiche all'Università di Milano, esperto di dottrine federaliste ha pubblicato: I concetti del federalismo (Giuffré, Milano 1995), Il pensiero politico di Thomas Jefferson. Libertà, proprietà e autogoverno (Giuffrè, Milano 2002), Dalla Rivoluzione alla guerra civile. Federalismo e Stato moderno in America 1776 - 1865 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2009).

Un mostro moderno: lo Stato

Lei ha ricordato che dopo «la scristianizzazione dell’Occidente, deificato lo Stato, monumento e greppia delle elite, le classi colte dell’Occidente si trovano ora costrette ad inchinarsi di fronte ad un altro dio. Nemesi: divinizzando lo Stato siamo diventati incapaci di combattere chi vuole statalizzare il divino». Una lettura su cui Le chiedo di tornare.

Marco Bassani: La mia lettura parte dal 1790: il 13 febbraio 1790 l’Assemblea votò la proibizione per i voti religiosi e la soppressione di tutti gli ordini e le congregazioni (esclusi quelli che esercitavano attività ospedaliera e scolastica). Nel luglio del 1790 con la Costituzione civile del clero....

Per capirci, la Costituzione approvata dall’Assemblea nazionale francese, volta a regolamentare la vita della Chiesa sul territorio nazionale, con la soppressione dei privilegi degli ordini religiosi e una stretta irregimentazione dei parroci, che finirono per essere eletti – e quindi alle dipendenze – dal potere politico ...

Marco Bassani: Esattamente. Improvvisamente, nel cuore del Paese allora più importante e potente dell’intera cristianità, la Francia, la Chiesa si trova difronte a ciò che non si aspettava: un potere irresistibile e assoluto. Questo potere irresistibile e assoluto lo aveva visto nascere, tenuto anche a battesimo, ma non lo aveva ben compreso: si chiama “Stato (moderno)”. Lo Stato improvvisamente decide che i preti devono stare in sacrestia e che la politica ne deve regolamentare la funzione. Da sempre la Chiesa aveva avuto problemi col potere politico, ma, fin dalla sua nascita, nel periodo di osmosi con le decadenti strutture politiche dell’Impero romano morente e fino al 1790 abbiamo assistito in Europa alla lotta fra due entità che si fronteggiavano e trovavano infine un momento – chiamiamolo così – di sintesi dialettica o di compromesso.

J.J. David, "L'incoronazione di Napoleone" (1806)

La nascita dello Stato, che certo precede di almeno due secoli la Rivoluzione, pone la Chiesa di fronte a qualcosa che, invece, attesta una cesura. Quando il 2 dicembre 1804 Napoleone si autoincorona, strappando di mano la corona al Papa la Chiesa viene davvero cacciata dalla modernità europea. Una modernità sulla quale, letteralmente, non può più dir nulla.

Questo nonostante la Restaurazione e il tentativo di far rientrare il mondo nei ranghi attraverso il legittimismo e il tradizionalismo?

Marco Bassani: Dalla costituzione civile del clero del 1790 alla prima enciclica, la Rerum novarum, promulgata il 15 maggio 1891 da Leone XIII passa un secolo. La Chiesa tenta, prova, ma questo lasso di tempo sta li a dimostrare che non riesce a uscire dalla cesura provocata con la Rivoluzione.

Perché non ci riesce secondo questa sua lettura?

Marco Bassani: Non ci riesce perché si trova a confrontarsi con un potere irrestistibile e assoluto, lo Stato moderno, col quale non è possibile alcuna dialettica. Un potere che si auto fonda, che non riconosce nulla né sopra di sé, né al di sotto, né al fianco. Una monade che non sa che farsene di Dio. Il Sillabo di Pio IX, del 1864 è un tentativo da parte della Chiesa di dire che tutto ciò che accade, nel Moderno, è da condannare. La Chiesa si accorge di non avere più alcuna possibilità di influenzare gli intellettuali. Tant’è che se osservassimo attentamente ciò che accade in quegli anni, fino al 1891, vedremmo che alle classi colte la Chiesa chiede una sola cosa: chiede di poter partecipare all’istruzione soprattutto nei primi anni. Fa un discorso di questo tipo: «mandateci almeno la povera gente, cercheremo di salvare il cristianesimo nel cuore dei poveretti che adesso voi borghesi massoni e senza Dio obbligate a studiare».

Lei ha posto una data limite, 1891. Che cosa accade dopo?

Marco Bassani: Accade l’opposto. Accade che la Chiesa inizia a rincorrere tutte le mode del mondo moderno senza accorgersi che vi è un problema enorme nel seguire il Politico. Il problema di questo inseguimento del Politico è dato dal fatto che, per sua stessa natura, la Chiesa deve relativizzare il Politico. Lo deve relativizzare perché non sta nel Politico la salvezza.

La Chiesa, dunque, secondo Lei non dovrebbe far altro che guardare con enorme scetticismo il Politico?

Marco Bassani: Esattamente. E le dico di più, Quando Gutierrez, Boff, Hélder Pessoa Câmara e tutti i Teologi della liberazione venivano censurati non era solo per la loro vicinanza al marxismo, ma era per l’idea stessa della riduzione del cristianesimo a un’ideologia di emancipazione umana, tutta umana e tutta terrena. Solo sotto Giovanni Paolo II la Chiesa si è riappropriata di questo distacco dal Politico. E infatti il Papa allora esortava ad aprire le porte a Cristo, non agli ispettori del fisco ...

Lei non cita Benedetto XVI, però...

Marco Bassani: Sia nell’enciclica Caritas in veritate, sia nelle ultime non trovo una singola critica agli Stati e alla malattia della nostra epoca, lo statalismo. Tutte le critiche vengono lanciate all’anonima globalizzazione, al mercato, al neoliberismo, concetti fumosi e totalmente privi di portata esistenziale, ma ad alto carico ideologico ed emotivo. Mentre nella Centesimus Annus le cose erano molto complesse, la vita reale sgorgava da ogni riga, qui tutto sembra un inseguire l’errore prospettico che porta a confondere tassazione e carità, cosa che appartiene alla retorica delle classi politiche moderne. Paradossalmente, questo proprio mentre i dati ci mostrano come la carità sia più alta là dove le tasse sono più basse. Ad esempio, gli Stati Uniti sono il luogo dove la carità è più alta. Non solo, ovviamente, perché c’è più ricchezza, ma anche perché le tasse sono più basse.

L’80% americani dichiara di credere in Dio. Il 60% partecipa a una funzione religiosa...

Marco Bassani: Alla domanda «Dio ha un ruolo nella vostra vita?», l’80% degli americani risponde: «Sì, ha un ruolo molto importante». In Europa saremo forse alla metà.

Leggo da un suo articolo, “La fine inevitabile di una vecchia idea morente: lo Stato” : «Marx considerava il governo il comitato di affari della borghesia, nell’era post-marxista il comitato si sta dando da fare, segnatamente in Europa, per distruggere l’apparato produttivo della borghesia. Viviamo una sorta di hobbesiano bellum omnia contra omnes che non è il risultato di un ritorno allo stato di natura, ma della statizzazione e politicizzazione della società». Questa distruzione dell’apparato produttivo coincide con una crisi del modello della carità ...

Marco Bassani: Se vivi all’interno di società come quelle europe, società statizzate non solo di fatto, ma anche dal punto di vista concettuale, è inevitabile che lo spazio per la carità sia ideologicamente fuori gioco. E laddove ci sarebbe spazio ideale per farla, con uno Stato che ha un total tax rate del 65-70% la carità viene messa completamente ai margini, non esistono più i soldi per farla. Tutti i soldi finiscono in tasse e se un imprenditore decide di dare qualcosa assai spesso lo fa per ottenere appoggi politici, a loro volta indispensabili per non chiudere i battenti.

Tasse o carità

Un nodo altro nodo critico è quello della solidarietà come cavallo di Troia per la costituzione di un parastato che funga da “esercito di riserva” per il politico, come abbiamo visto nel caso di Mafia Capitale ...

Marco Bassani: È un fenomeno di corruzione anche questo. D’altronde, se pensiamo all’8X1000... L’8x1000 ha corrotto profondamente la Chiesa. Se rispetto alla costituzione civile del clero del 1790 ci sono stati preti refrattari, io dinanzi a questa elemosina di Stato non ne vedo nemmeno uno.

Perché nessuno rimanda al mittente i soldi dell’8x1000?

Marco Bassani: Perché manca la capacità di comprendere a fondo che accettando i contributi i preti diventano dei funzionari pubblici. Statizzazione significa anche sottostare a una serie di principi che non sono i tuoi e la Chiesa, in questa lunga deriva, ha finito col sottostare a principi che non erano i suoi, in una cornice di statalizzazione integrale.

All’interno di questo orizzonte di senso, c’è la questione della legalità. L’ultimo baluardi di certi preti sembra la “religione del legalismo”. Sembrano diventati tanti piccoli, involontari esecutori testamentari del formalismo giurico... Viene da chiedersi se abbiamo mai letto una sola riga di don Sturzo...

Marco Bassani: Osteggiato dalla Chiesa, osteggiato dal partito, osteggiato da tutti, tornato dopo la guerra in Italia, don Sturzo iniziò a denunciare i guasti dello statalismo italiano. Di lui Giorgio La Pira disse: “Sturzo che pure era stato un agitatore sociale e un difensore della povera gente a contatto con il capitalismo americano si era rincretinito durante gli ultimi anni”. Il punto fondamentale è che, in realtà, stava iniziando tutto il processo di instupidimento che ci ha portati fino alle soglie del baratro legalista. E questo abisso conduce alla confusione totale fra tasse e carità. Certi preti, anche ai livelli gerarchici più alti, ritengono che i governi siano gli strumenti di Dio in terra per ristabilire una certa giustizia sociale. Pur essendo preti si muovono all’interno di una prospettiva tutta laica e tutta terrena. Persino un grande mistico come Giuseppe Dossetti era pronto a fare qualunque cosa affinché vi fosse una continua redistribuzione dei redditi. Redistribuzione dei redditi significa passaggio di ricchezza dal settore privato, a quello pubblico, da chi la produce a chi la consuma. Diciamo che la Chiesa ha oggi una illimitata fiducia nelle “burocrazie illuminate” che nessun economista o semplice osservatore della realtà potrebbe più avere. Ma questa fiducia è una reazione di lungo periodo al trauma prodotto nel 1790 con la costituzione civile del clero.

In questi anni, però, anche grazie a una retorica della legalità abbiamo assistito a un’accelerazione in questo senso, proprio a opera di alcuni “preti di strada”...

Marco Bassani: Un piccolo episodio: negli anni Trenta, Adolf Hitler voleva costituire un’unica chiesa germanica, superando le divisioni fra cattolici e protestanti. Per farlo aveva fatto una sorta di sondaggio fra la popolazione con 4 risposte: “credente in Dio”, ateo, cattolico e protestante. La sua speranza era che la prima voce trionfasse, per mostrare alle gerarchie che le chiese tradizionali dovevano fondersi. Gli atei erano meno del 3 %, ma anche i credenti in Dio erano pochissimi, insomma il popolo era legatissimo alle chiese cristiane tradizionali. Poi, quando hanno visto che le loro chiese non hanno fatto nulla o quasi per fermare il massacro della Seconda guerra mondiale e erano totalmente irrilevanti rispetto ai mali del Novecento, ecco lì è iniziato il movimento di scristianizzazione delle masse (di quattro secoli in ritardo rispetto a quello delle élite).

La legge è la legge (e lo Spirito muore)

C’è poi un altro aspetto, che è propriamente filosofico. Che cosa accade negli anni tra il Sillabo e la Rerum Novarum, quando inizia quella che è ormai la ultra-ideologica, anche se ondivaga, dottrina sociale della Chiesa? In quegli anni si struttura San Tommaso come filosofo ufficiale della Chiesa Cattolica.

Questo però comporta un richiamo al diritto di natura, che prevede anche disobbedienza civile nei confronti del diritto positivo che lo contrasta....

Marco Bassani: Attenzione! Il richiamo al diritto di natura è solo apparente, perché in Tommaso prevalgono ben altri aspetti: a cominciare da una definizione ultraformale della legge. Ossia non è possibile stabilire quale sia la retta ragione, quale il vero Bene comune, qual’è il giusto legislatore. Non vi è in Tommaso alcun principio che ci indica quale sia una legge giusta. Pur essendo vissuto ben prima della nascita dello Stato e della formalizzazione in Stato di diritto, si presta enormemente a una visione da chierico legalista, che non poggia più in alcun modo sul Vangelo, ma su questioni tutte interne e tutte inerenti alla statualità contemporanea. Alla legge devi sempre obbedire e devi obbedire perché e stata emanata da un parlamento regolarmente eletto. Individuato lo Stato come il garante del bene comune, il governo è il suo strumento perfetto e indiscutibile. Anche il nazionalsocialismo, sotto questo aspetto, non rappresenta nessuna rottura della legalità di Weimar: il cancellierato a Hitler è arrivato da Hindenburg e sulla base della proclamazione dello stato di emergenza il caporale austriaco ha proseguito a governare fino alla catastrofe. Esiste, insomma, in San Tommaso una versione ultra-formale della legge che è stata assai utile, dal punto di vista filosofico profondo, per accettare la versione ultralegalista dello stato di diritto.

L'ultralegalità o la morte dei contenuti

Quando parla di versione ultralegalista dello stato di diritto si riferisce a qualcosa di ben diverso da quello di matrice anglosassone, ossia a quella di uno Stato che le leggi le pone e in qualche modo a quelle leggi cerca anche di sottoporsi... Diciamo che si è declinato con uno stato di diritto in salza mediterraneo-bizantina...

Marco Bassani: Direi che questa versione legalista dello stato di diritto è una visione di Staatsrecht, ossia visione dello Stato fondato sul principio di legalità totalmente a-contenutistico. Gli organismi hanno solo i poteri loro conferiti dalla legge e devono agire in conformità a che cosa? Alla legge stessa. Si tratta di una sorta di incontro fra le pericolose utopie rousseauiane e poi giacobine della legge inflessibile conciliazione fra autorità e libertà (obbligati a essere liberi) e la dogmatica giuridica tedesca dell’Ottocento. Concezione tutta procedurale: l’individuo deve andare in galera perché esiste una legge che autorizza un giudice a decretare il punto di diritto sul caso singolo. Non vengono puniti i furti, ma il ladro Schultze dal giudice Hans per mezzo della macchina impersonale dello Stato. Questa fine dei contenuti porta alla normofilia prima e alla statolatria . Sturzo parlava di “panteismo di Stato”.

Don Luigi Sturzo

Questo vale anche per la riflessione sul Bene comune?

Marco Bassani: In quest’ottica, depositario del Bene comune è il governo liberamente eletto attraverso una procedura di elezioni a liste concorrenti. Il Bene comune coincide con la legge. Ma alla fine, questa è una lettura debitrice assai più a Rousseau, che al grandissimo Tommaso il cui pensiero si muoveva su realtà istituzionali “innocenti”, almeno rispetto allo Stato moderno.

Il sogno di Rousseau, edificare una religione civile, sembra diventato realtà attraverso la trasformazione di molti preti in funzionari parastatali dello Stato...

Marco Bassani: Noi ci troviamo esattamente in questa situazione. Negli ultimi passi del Contratto sociale, Rousseau auspica l’avvento di una religione civile in grado di rendere l’uomo cittadino. Ma questa religione civile nella sua base sta ancora nella cattedrale tomista del medioevo cristiano. Queste due matrici – religione civile alla Rousseau e formalismo tomista – si sono fuse quasi perfettamente nel cattolicesimo “democratico” che è la piena combinazione di statalismo e legalismo. Osservanza delle leggi – anche quando sarebbe tecnicamente impossibile, come in questo periodo – ma oggi l’obbligo di cittadinanza è uno solo: pagare le tasse. È l’obbligo fiscale sembra essere al centro delle preoccupazioni della Chiesa – non a caso da quando è diventata consumatrice di tasse e non più di danari liberamente donati dai fedeli. Per fortuna un po’ di buon senso in qualche prete rimane. I preti assolvono gli evasori nel confessionale e un sacerdote studioso che conosco ha affermato in una pubblica conferenza in Navarra che “pagare le tasse non di rado significa cooperare con il male”.

Con il denaro elettronico e la piena tracciabilità, a più riprese inalzata come un vessillo contro mafie, corruzione e quant’altro, evadere non sarà più possibile...

Marco Bassani: Torniamo alla storia: nel 1864, lo stesso anno del Sillabo, in Italia inizia il corso forzoso. Il corso forzoso stabilisce che non può più esserci il baratto e, fra le altre cose, ordina che si deve utilizzare solo il contante emesso dallo Stato per qualunque transazione. Il contante emesso dallo Stato diventa la via per creare una comunità nazionale là dove non poteva esistere. L’idea era utilizzare l’economia per la costruzione della nazione.

Oggi, la vera utopia dello Stato moderno non è più la mobilitazione totale dei giovani maschi, ossia creare grossi eserciti. La vera utopia è controllare ogni singola transazione tra i privati per poterla tassare. Diventare il dominus incontrastato delle attività economiche senza necessariamente statizzare tutto, ecco come agisce lo Stato. Come diceva Reagan: “se qualcosa si muove tassala, se continua a muoversi regolala, se si ferma sussidiala”. Il denaro elettronico – “tracciabile” – è l’ultima frontiera di questo controllo totale.

L’esempio del baratto e del corso forzoso mi riporta alla mente alcuni fatti recenti, in Romania, Paese in cui l’Unione Europea sta cercando di “debellare” quella fetta di agricoltura – e non è poca cosa – che si basa sull’autosussistenza, in particolare delle patate. La critica che viene posta, in questo caso, è che per costruire una presunta comunità europea si debba procedere secondo il ben noto “divide et impera” mascherato da economia di mercato. Un mercato che, però, è solo un’interdipendenza forzata delle comunità locali dagli Stati. In questo modo, i romeni mangeranno patate italiane, gli italiani patate francesi e nessuno, tranne qualche burocrate forse, trarrà beneficio da questo legame perverso...

Marco Bassani: Il mostro europeo non reggerà. È impossibile, totalmente impossibile che tenga. È un mostro che distrugge costantemente e sistematicamente ricchezza. Non è una questione meramente ideologica, ma un dato di fatto evidente e lampante. Stiamo assistendo a una distruzione sistematica del benessere da parte degli eurocrati. In Italia lo vediamo di più, perché l’Italia sta perdendo percentuali disarmanti di PIL, ma è un fenomeno che coinvolge l’intera Europa. Sull’agricoltura questo è evidentissimo, se pensiamo al solo fatto che una parte spropositata del budget dell’Unione Europea è in quella voce. Politiche agricole che vengono decise a livello sempre più alto. È un antico sogno, che parte da Kant e arriva a Albertini o Spinelli, che pretende di frenare i guasti della sovranità spostandola a un livello sempre più elevato. Solo che questo potrebbe funzionare solo se crei una davvero l’incubo ultimo, una repubblica mondiale, cosa assolutamente impossibile, per fortuna. A livello continentale, però, questo sta accadendo e tocca la vita di quasi cinquecento milioni di persone. Tutti i Paesi che entrano nell’area europea stanno perdendo direttamente ricchezza o smettono di crescere.

Non funziona, quindi?

Marco Bassani: L’Unione europea è un modo per gestire il declino. Si immagina che il destino dell’Europa sia inevitabile e le classi al potere, sia potere politico che economico, hanno deciso di gestire lentamente questo declino sulla scena mondiale. E quindi di accettare una decrescita – felice o infelice che sia – ma molto manageriale, dove esiste un tentativo di regolamentare il tutto.

Che vie d’uscita ci sono, rispetto a questo declino?

Marco Bassani: Vedo due vie d’uscita. La prima è la strada delle élites politiche che vogliono unificare e accentrare, ossia rendere sempre di più l’Europa una grande Italia, mentre il fallimento dell’Italia deriva proprio dal fatto di essere una piccola Europa. Con questo processo si sposta sempre più lontano dai cittadini il livello delle decisioni politiche. Il sogno delle classi politiche potere è questo. A loro interessa che gli scambi siano sempre più locali e ridotti e le decisioni sempre più globali e lontane. Dall’altro lato, vi è invece l’interesse e la via d’uscita delle comunità locali che hanno l’esigenza esattamente opposta, ossia che gli scambi siano sempre più globali e i governi sempre più locali. Il punto è che Veneto, Lombardia, Catalogna non hanno alcun bisogno né dell’Italia, né della Spagna (e tantomeno dell’Europa, se non come quadro di riferimento di libertà e liberi scambi).

Purtroppo credo che l’attacco del fondamentalismo islamico spingerà nella direzione illiberale degli Stati nazionali e del loro cartello di nome UE, poiché induce a presentare i problemi come globali e comuni e quindi verso la “necessità”, tutta presunta, di un governo sempre più lontano dalle comunità locali e reali, visibili dai cittadini. Ma è proprio questo processo che accelererà la distruzione di ricchezze. Credo comunque che salteranno prima gli Stati nazionali dell’Europa. L’Europa rimane il baluardo ultimo dello statalismo delle classi dirigenti per gestire un declino ineluttabile. L’Europa giungerà al redde rationem alla fine, quando si saranno sfaldati gli Stati nazionali. In ogni caso, credo che la Catalogna sarà il muro di Berlino dell’Europa occidentale, immobile da 70 anni.

Qui riemerge in tutta la sua evidenza il problema della politica...

Marco Bassani:Il problema della politica – di tutta la politica – è che la vita reale non entra mai nei giudizi. È come se si assistesse a una sospensione di realtà, un mondo artefatto e costruito all’interno del quale ognuno recita una parte e fa qualunque cosa, ma nulla ha a che vedere con la vita reale propria e degli altri. Nessuno – e questo è il dramma in cui ci troviamo – fa entrare le proprie esperienze di vita in giudizi di carattere politico. Anzi, fondare i propri convincimenti su premesse di carattere generale, ossia ideologico, è considerato tipico delle persone istruite. Non far entrare la vita nelle nostre idee ci riesce benissimo solo in politica, per il resto siamo persone per lo più assennate. Il fatto è che le nostre conclusioni di carattere politico sono al contrario premesse. Premesse che già abbiamo e dentro le quali tentiamo di far entrare a forza la vita reale. La politica è l’inversione della vita.

@oilforbook