Governo

La rivoluzione delle popolari è contro la Costituzione

22 Gennaio Gen 2015 1002 22 gennaio 2015

Siamo sicuri che l'eliminazione del voto capitario per le banche cooperative sia compatibile con il nostro assetto costituzionale. Il Governo non ha considerato o riflettuto su quanto recita l'art. 45 della Costituzione. L'intervento del costituzionalista Vincenzo Bassi

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Sede Banca Popolare Bergamo
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Siamo sicuri che l'eliminazione del voto capitario per le banche cooperative sia compatibile con il nostro assetto costituzionale. Il Governo non ha considerato o riflettuto su quanto recita l'art. 45 della Costituzione. L'intervento del costituzionalista Vincenzo Bassi

L’eliminazione, per le banche cooperative, della regola del voto capitario (ovvero della regola per la quale ogni socio è titolare di un singolo voto indipendentemente dal numero delle azioni possedute o rappresentate) ha suscitato molte critiche da parte di illustri economisti, banchieri, sociologi, politici, sindacalisti, etc.
Ma la domanda che io mi pongo è un'altra, di tipo giuridico: siamo sicuri che una tale decisione politica è compatibile con il nostro assetto costituzionale?
Dico subito che in questa sede non è possibile affrontare in modo esaustivo il tema. Tuttavia è mai possibile che il nostro governo non si sia fermato un attimo a riflettere sul significato dell’art. 45 della Costituzione laddove recita: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”.
Ebbene, non credo di dire una corbelleria quando affermo che il governo sembra andare proprio nel senso opposto a quello delineato dai nostri padri costituenti. La loro preoccupazione era quella di sottrarre la cooperazione all'ingerenza diretta dello Stato. Sino a oggi, si è pensato infatti che lo Stato sarebbe potuto intervenire sulla disciplina della cooperazione solo per imporre maggiori garanzie cui sono collegati aiuti pubblici. In pratica non si può chiedere l'aiuto dello Stato, se contemporaneamente allo Stato non è consentito di esercitare il dovuto controllo.
Questo controllo statale deve tuttavia non limitare la cooperazione ma, anzi, aiutarne con tutti i mezzi lo sviluppo. Ciò in quanto la cooperazione non è un'istituzione politica né professionale, ma è un associazione economica a fini sociali. In altre parole, basata sul principio della mutualità e inspirata ad alte finalità di libertà umana (funzione sociale della cooperazione), la cooperazione costituisce un mezzo efficace di difesa dei produttori e dei consumatori dalla speculazione privata.
Tutto questo era chiaro ai nostri padri costituenti (basta andare a leggere i lavori preparatori per rendersene conto), ma non al nostro governo che sembra aver tradito non solo le intenzioni sempre dei padri costituenti, ma anche la stessa lettera della Costituzione.
Non occorre essere giuristi per capire che la garanzia costituzionale è stata introdotta proprio per evitare di consegnare queste esperienze di imprese associative a quello che alcuni chiamano l’“oligopolio finanziario”. Malgrado ciò, sembra che la Costituzione non sia bastata; non sia bastata perché l’ignoranza, la prepotenza e l’arbitrio di pochi hanno deciso di intervenire per cancellare quell’idea, semplice ma vincente, di localismo bancario che ha contribuito allo sviluppo del sistema produttivo italiano rappresentato per il 95% da piccole imprese.
E come avverrebbe tutto questo? Con un decreto legge ovvero un atto legislativo avente lo scopo non (come disposto dalla Costituzione) di meglio controllare la cooperazione ma di distruggerla, permettendo l’impossessamento del patrimonio creditizio accumulato dalle comunità locali, da parte di soggetti che con le comunità locali nulla hanno a che vedere, e ciò con gravissimi danni alle comunità locali, specie alle piccole e medie imprese, agli artigiani e alle partite Iva.
Si tratta di uno scenario impensabile, qualche mese fa, discutibile, oggi, e probabilmente illegittimo (anche da un punto di vista costituzionale), in un futuro – lo si spera – non troppo lontano.

* Vincenzo Bassi è Consigliere dell’Unione romana dei giuristi cattolici, avvocato cassazionista, tributarista, dottore di ricerca in Diritto costituzionale e Diritto costituzionale europeo