Confronti

Federico Mento: «Sull'impresa sociale la sinistra si liberi dai pregiudizi»

29 Febbraio Feb 2016 1009 29 febbraio 2016

Il coordinatore di Human Foundation replica all'esponente di Sel Nuccio Iovene: «Mentre ci accapigliavamo sulle riduzioni di spesa, nelle comunità sono gemmate esperienza di un nuovo welfare, co-prodotte dai cittadini, orizzontali, slegate dalle dinamiche delle politica. Piuttosto che evocare nuovi fantasmi - la “Big Society” si aggira per l’Italia - mi permetto di suggerire una grande campagna di ascolto»

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Il coordinatore di Human Foundation replica all'esponente di Sel Nuccio Iovene: «Mentre ci accapigliavamo sulle riduzioni di spesa, nelle comunità sono gemmate esperienza di un nuovo welfare, co-prodotte dai cittadini, orizzontali, slegate dalle dinamiche delle politica. Piuttosto che evocare nuovi fantasmi - la “Big Society” si aggira per l’Italia - mi permetto di suggerire una grande campagna di ascolto»

Tengo a precisare che non ho partecipato all’incontro promosso da SEL e da altre componenti della sinistra: “Cosmopolitica” di cui ha parlato su Vita.it Nuccio Iovene qualche giorno fa. Sarà stata la paura di “volare” o piuttosto il senso di scoramento nel veder ripetersi in forma compulsiva fasi costituenti, aggregazioni alchemiche di ceti politici con il fiato sempre più corto. Forse più che cosmopolitica, la storia recente della sinistra italiana è stata purtroppo una “cosmocomica”.

Federico Mento

Possiamo davvero pensare che il modello di welfare italiano, così per come lo abbiamo conosciuto, sia in grado di affrontare le sfide del capitalismo post-neoliberale?

Oggi abbiamo fortemente bisogno di un pensiero critico che ci consenta di leggere e di comprendere le modalità di produzione del valore e le nuove forme di esclusione sociale. Possiamo davvero pensare che il modello di welfare italiano, così per come lo abbiamo conosciuto, sia in grado di affrontare le sfide del capitalismo post-neoliberale? E’ vero come sostiene Nuccio Iovene che la riforma dello stato sociale è stata delegata ai colpi di forbice delle politiche di austerità. Ma, al di là della battaglia sulle risorse per il welfare, non sarebbe stato più lungimirante impegnarsi in un radicale ripensamento dei modelli di programmazione, erogazione e valutazione dei servizi?.

Mentre crollava la casa, ci siamo dedicati a sostenere la porta. Come spesso accade, la società è più avanti della politica e delle organizzazioni di rappresentanza. Mentre ci accapigliavamo sulle riduzioni di spesa, nelle comunità sono gemmate esperienza di un nuovo welfare, co-prodotte dai cittadini, orizzontali, slegate dalle dinamiche delle politica. Piuttosto che evocare nuovi fantasmi - la “Big Society” si aggira per l’Italia - mi permetto di suggerire una grande campagna di ascolto che coinvolga le tante esperienze di welfare generativo che da anni stanno cambiando i territori. Senza avere pregiudizi nei confronti di chi attraverso l’impresa sociale vuole generare, allo stesso tempo, valore economico e valore sociale nella propria comunità e ha bisogno di “capitale paziente” che accompagni questi processi di sostenibilità.

L’esclusività della intermediazione Stato-Terzo Settore ha compresso le spinte all’innovazione dei modelli, producendo in taluni casi inaccettabili fenomeni di opacità. Per questo, non dobbiamo temere strumenti per valutare l’efficacia degli interventi, proprio perché il welfare di cui abbiamo bisogno deve sapere apprendere dagli errori e scalare le esperienze di successo. Senza scomodare astri e stelle, la politica per il Terzo Settore deve, dismettendo pretese di primati nell’interpretare i bisogni della società, favorire i processi di contaminazione di quel nuovo mutualismo da cui oggi dipende una buona parte della tenuta sociale del nostro Paese.