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Demone del gioco: un poliziotto malato di azzardo stermina la famiglia

3 Novembre Nov 2016 1002 03 novembre 2016
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È accaduto in provincia di Genova ed è solo l'ultima di una interminabile serie di tragedie legate all'azzardo: un poliziotto, travolto dai debiti di gioco, ha ucciso moglie, figlie e si è tolto la vita. Per quanto ancora il nostro Paese, già provato da gravi tragedie, potrà tollerare il peso di questa bomba a orologeria innescata alla radice stessa del legame sociale?

«Venite a casa mia, vi lascio la porta aperta, ho ucciso tutti». Mauro Agrosì aveva 49 anni, faceva il poliziotto. Con queste parole ha chiamato i colleghi, poi si è suicidato. Poco prima, con 7 colpi esplosi dalla pistola d'ordinanza, aveva tolto la vita alla moglie Rossana Prete e alle due figlie Giada e Martina, di 10 e 14 anni. È successo a Cornigliano, in provincia di Genova.

Il poliziotto era di stanza a Bolzaneto e i colleghi lo descrivono come una persona equilibrata e tranquilla. Ha lasciato una lettera in cui parla di «problemi insormontabili» e di quanto la vita sia difficile. Quali problemi? Oramai, quasi non c'è fatto di cronaca nera che non riguardi debiti di gioco. Azzardo "legale", "lecito", "pulito" - tra molte, molte virgolette e turandosi bene il naso - che piace a politici e decisori italiani.

Secondo quanto è emerso dai fatti, il poliziotto era un giocatore di Gratta&Vinci. Stando ancora alle prime notizie d'indagine, i debiti non sembravano così alti da giustificare un gesto così grave e devastante. Lo stipendio del poliziotto - che aveva chiesto la cessione del quinto - era però di 1600 euro e, su un bilancio famigliare che si reggeva unicamente su quel reddito, anche "poche" migliaia di euro di debiti possono pesare come macigni. E così è stato.

La dipendenza da azzardo ha un effetto primario: destabilizza il senso di realtà. Anche in coloro che, servitori dello Stato, dovrebbero essere particolarmente formati, preparati, addestrati per tener fede, il più possibile, alla realtà. Ma l'azzardo di Stato - quante volte ritorna, in questa brutta storia la parola "Stato"! - è questo, non altro: devastazione di vite umane, dissipazione di legami, azzeramento di ogni remora etica o affettiva.

Ogni grave tragedia deve spingerci a porre le domande giuste, a interrogarci sul punto dolente e vero della questione, non a liquidare il tutto come "gesto di un folle". Condannare non serve, giudicare neppure. Serve discernimento. E il discernimento ci spinge a dire che no, non è stato il gesto di un folle o la mera conseguenza di un cortocircuito personale, ma l'inevitabile deflagrazione di quella bomba a orologeria che si chiama azzardo legalizzato e di massa. Una bomba che decisori incoscienti hanno innescato nel cuore dei territori e nel luogo più intimo e fragile delle nostre comunità: la famiglia. Per quando ancora sopporteremo tutto questo? In nome di quale "valore"?

Immagine in copertina: Miguel Medina/Afp/Getty Images

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