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Adozioni

La ricerca delle origini? Non è un reality

7 Giugno Giu 2019 1415 07 giugno 2019
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Un dialogo con Anna Genni Miliotti, esperta di adozioni. «I nostri figli sono quelli che sono arrivati a noi dopo aver sopravvissuto a tante perdite e difficoltà. Sono dei guerrrieri, dei vincitori. Quante volte ho visto i bambini ed i ragazzi adottati preoccuparsi degli altri. Dovremmo puntare di più sulle loro risorse invece di sottolinearne le fragilità. Chissà, magari i ragazzi e le ragazze adottate potranno insegnare agli altri una strada diversa»

L'adozione sta arrivando sempre più spesso alla cronaca... Accanto ai – giusti e doverosi – casi di denuncia l’adozione spesso però è raccontata con uno storytelling sbagliato. Un tema su cui aveva riflettuto già un anno fa Maria Novella De Luca, sul numero speciale che dedicammo alla adozioni. Ma tanto diffuso che pochi mesi fa la vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, Laura Laera, si è vista costretta a scrivere una nota per dire che «la realtà dell'adozione internazionale purtroppo non sempre emerge dal contenuto di articoli o trasmissioni che la presentano più come l’acquisto di un prodotto utile a soddisfare desideri e bisogni degli adulti e non quale prezioso strumento di tutela per l’infanzia abbandonata nel mondo». Proponiamo un dialogo con l'esperta di adozioni e scrittrice Anna Genni Miliotti, per andare oltre le luci della tv. Giovedì 13 maggio sarà a Milano (ore 20.30) insieme a Sonia Negri e Sara Petoletti per un evento sull’adozione organizzato dalla biblioteca Valvassori Peroni che ospita la mostra fotografica “La mia storia sulla pelle” promossa dal CTA.

Capita sempre più spesso di vedere in tv persone che cercano figli/genitori/fratelli biologici. La ricerca delle origini è molto più diffusa di un tempo, da un lato perché è più semplice per via dei social network dall'altro lato perché è culturalmente più accettata. La ricerca delle radici della propria storia è probabilmente un percorso inevitabile per un ragazzo adottato, ma questo percorso può evidentemente assumere tante forme. Quali rischi, quali opportunità, quali consigli?

Anna Genni Miliotti

La ricerca delle origini, o meglio della propria identità, è un passo che tutti gli adottati si trovano ad affrontare, in tempi e modi diversi. Chi lo sente impellente fin dall’adolescenza, chi lo rimanda all’età matura, o addirittura quando i capelli si fanno bianchi. E c’è anche chi non cerca mai, perché non vuol rivivere né incontrarsi con il proprio passato. La ricerca non è un reality, è molto più difficile, e non sempre si trova quello per cui si è partiti. Ma è comunque importante per ricomporre la “wholeness”, l’intero, che per una persona adottata è una questione vitale. Certo richiede la privacy, quindi no TV, a meno che non se ne voglia fare spettacolo. E attenzione ai social, non tutti i gruppi sono affidabili. Soprattutto quando si è minorenni, perché su internet è difficile controllare gli accessi, e bisognerebbe evitare di affidarsi al web. Tutti possono accedere ai dati, e occorre esperienza e maturità per non cadere nelle varie trappole. Il rischio maggiore? Essere trovati da chi non si desidera, perdere il controllo del processo di ricerca e, specie i più giovani, incorrere nel rischio di “plagio”. Ci possono essere parenti che desiderano “tirare dentro al passato” il familiare perso, e un giovane si trova confuso e perso tra la “loyalty” la lealtà nei confronti delle famiglia adottiva, che gli ha offerto una nuova possibilità di vita, e la lealtà con i legami di sangue del proprio passato, per i quali prova un naturale “attaccamento”. Per questo consiglio di non procedere mai da soli, e di assicurarsi sempre di avere il pieno controllo sui contatti.

Il rischio maggiore? Essere trovati da chi non si desidera, perdere il controllo del processo di ricerca e, specie i più giovani, incorrere nel rischio di “plagio”. Un giovane si trova confuso tra la “loyalty” la lealtà nei confronti delle famiglia adottiva e la lealtà con i legami di sangue del proprio passato, per i quali prova un naturale “attaccamento”. Per questo consiglio di non procedere mai da soli, e di assicurarsi sempre di avere il pieno controllo sui contatti

Poi ci sono i rischi riguardanti il viaggio, specie se questo avviene all’estero. Ci sono paesi che possono presentare dei reali pericoli, ed è bene informarsi prima. E mai procedere da soli, ma garantirsi buoni accompagnatori, che non siano estranei, anche se professionisti, ma amici, magari genitori adottivi: persone che ci vogliano bene, di cui possiamo sentire la vicinanza affettiva nei momenti che potranno essere difficili. Ed anche qui, l’adottato deve essere il protagonista assoluto del viaggio, deve poter dire “stop” in qualsiasi momento, quando gli eventi si faranno concitati, così come le emozioni. Per questo sono molto dubbiosa riguardo all’esito dei viaggi di gruppo: ognuno ha i suoi ricordi ed ha bisogno dei suoi tempi, anche se solo in visita ad un istituto o una casa di bambini, ed in un gruppo è difficile rispettarli. Ma soprattutto occorre procedere solo quando si è pronti, e prepararsi bene ai due viaggi: quello fuori di sé, quello fisico, e quello dentro di sè, nelle proprie emozioni. Questo è il più difficile: non ci sono google maps sufficienti.

Si moltiplicano gli episodi di bullismo e razzismo che colpiscono anche i ragazzi italiani adottati che - in quanto nati altrove - hanno la pelle di un altro colore. C'è chi minimizza. Che dimensioni ha questo fenomeno nella sua esperienza e perché è sbagliato minimizzare?
La nostra società sta diventando sempre più intollerante verso le diversità, e non solo quelle più evidenti come il colore della pelle. Le persone più fragili vengono prese di mira, e spesso anche nella scuola stessa, che dovrebbe essere un luogo dove sperimentare la tolleranza e la inclusione. Io frequento spesso le scuole per i miei laboratori di scrittura terapeutica, soprattutto le primarie, dove la inclusione e integrazione sono la normale quotidianità. Ma questo modello, salendo con gli anni, si perde, per colpa di altri modelli veicolati dai cattivi media e ahimè, dalla cattiva politica. In questo melting pot gli adottati sono uno dei bersagli, soprattutto se diversamente colorati. Loro sono e si sentono cittadini italiani, perfettamente uguali a tutti gli altri, ma vivono la mancanza di una cultura della accoglienza, e ne subiscono talvolta le conseguenze. Devo però dire che sono anche quelli che si difendono meglio, proprio per questa loro ricostruita dignità e forza. Conosco tanti episodi al riguardo, e vorrei dire ai genitori adottivi, giustamente preoccupati, di fidarsi di più delle capacità dei loro figli. Loro sono quelli che sono arrivati a loro, dopo aver sopravvissuto a tante perdite e separazioni, a tante avversità e dolori. Sono dei guerrrieri, dei vincitori, anche grazie alla formidabile esperienza dell’adozione. Quante volte ho visto i bambini ed i ragazzi adottati preoccuparsi degli altri, di quelli più deboli! Gli stanno vicino, li aiutano e li proteggono. La loro sensibilità è una delle loro tante risorse. Dovremmo puntare di più su questo, e farne un esempio, a scuola come nella società, invece di sottolinearne le fragilità. Il bullismo è una piaga da combattere, sempre, e chissà magari i ragazzi e le ragazze adottate potranno insegnare agli altri una strada diversa, quella della accoglienza.

Devo dire che i ragazzi adottati sono anche quelli che si difendono meglio, proprio per questa loro ricostruita dignità e forza. Vorrei dire ai genitori adottivi, giustamente preoccupati, di fidarsi di più delle capacità dei loro figli. Loro sono quelli che sono arrivati a loro, dopo aver sopravvissuto a tante perdite e separazioni, a tante avversità e dolori. Sono dei guerrrieri, dei vincitori, anche grazie alla formidabile esperienza dell’adozione

Che ferite rischiano di provocare episodi del genere su un bambino o ragazzo adottato?
Le conseguenze sono legate all’età e alla fragilità. Un minore adottato deve fare i conti, più che sul diverso colore della pelle, sulla diversità della sua storia. È quella la sua maggiore fragilità: aver perso la sua prima famiglia, aver subito perdite o maltrattamenti, avere due storie da conciliare e ricucire… mica facile! Pesa di più la parola “ma quella non è la tua vera madre!” che altre sul diverso colore della pelle (per chi ce l’ha). Come ogni genitore adottivo, anche io ho dovuto consolare i miei figli per atti di bullismo subiti, non per il colore della pelle, ma perché forse figli di… ecc. E li ho difesi, quando pensavo non lo potessero ancora fare da soli. Ma più che contro i loro compagni, li ho dovuti difendere dagli adulti, quei genitori o quegli insegnanti incapaci di educare figli o alunni ad una cultura più consapevole e accogliente. E quella è una battaglia che combatto ancora, con il mio lavoro, ed i miei libri.

Lei d'altra parte sottolinea sempre molto le risorse e la capacità di resilienza dei ragazzi adottati. Ci può fare degli esempi? Perché sarebbe utile mettere di più l'accento su questo aspetto?
Una mamma mi ha raccontato di suo figlio, preso di mira sul bus di linea che lo riportava da scuola a casa. Tre ragazzi lo hanno preso da parte, insultandolo per il colore della sua pelle, pronti a picchiarlo. Erano soli, e il conducente non interveniva, ma figlio è riuscito a difendersi, e a scendere alla prima fermata, divincolandosi dai tre bulli. Ogni genitore adottivo e non solo, non può che essere preoccupato, nella società di oggi, per il bullismo dilagante, e sempre più violento del “branco”. Credo però che occorra fidarsi maggiormente della capacità di resilienza degli adottati. Oggi anche in Italia si è scoperta questa parola, tutti la usano, ma se la dimenticano quando invece andrebbe sottolineata. Degli adottati, specie se ragazzi, si sottolineano solo “le criticità”, come cita pure un documento del MIUR. Dobbiamo invece sottolineare le loro tante risorse e capacità, che derivano dalla loro storia, pregressa e presente. È per le loro capacità che si fanno strada nella loro vita, come dice una ricerca della Università della California presentata a Bilbao ICAR4, con maggiore successo degli altri: hanno determinazione, forza per superare i cambiamenti, elasticità e sensibilità. Cos’altro vogliamo?

Parliamo quasi sempre, sui media, di adozione internazionale. Eccezion fatta per quei casi che commuovono tutto il Paese, in cui viene ritrovato un neonato e scatta la "corsa all'adozione", come è stato di recente per il piccolo Giorgio. Che riflessioni fare invece anche su questo strumento dell'adozione nazionale? Ogni tanto si dice della necessitò di rivedere la legge, di rivedere il sistema delle case famiglia... ma poi si fa nulla. Serve mettere mano alla legge o ad alcuni passaggi?
Sono stata in audizione nella passata Commissione Giustizia della Camera in tema di riforma della legge sull’adozione. Ritenevo e ritengo necessaria una revisione in molti punti, dagli articoli sulla ricerca delle origini, alle norme sulla adozione nazionale, che rimane la sorella minore della internazionale. Occorre una maggiore trasparenza sugli abbinamenti e una banca dati aggiornata in tempo reale dei minori presenti nelle case famiglia, e di quanti siano adottabili. Ed un uso efficace ed attento delle adozioni a rischio, che sono diventate la norma nelle adozioni nazionali. La cronaca ci ha abituato a storie di minori sottoposti a genitori abusanti e maltrattanti, senza alcun intervento, se non tardivo, delle autorità. Togliere la patria potestà sembra essere, in Italia, un esercizio difficile e ancora troppo contestato. Occorrono maggiori risorse umane negli uffici dei tribunali per i minorenni, e un aggiornamento di tutti gli operatori che si prendono carico di famiglie e minori, che sono anche loro comunque troppo pochi, per un carico che è sempre maggiore, e non solo in tema di adozioni. E vorrei anche terminare con un invito, alle autorità tutte, ad un’azione di promozione dell’adozione che è una cosa ben diversa da quella “adozione a distanza” tanto pubblicizzata. Ci sono ancora troppi minori senza una famiglia, e ne hanno bisogno subito, e non a distanza, ma da vicino. Come dice un adottato, intervistato nel mio ultimo libro Adottiamo un bambino? (Franco Angeli), «con tanti bambini soli, che bisogno c’è di fare un figlio in provetta?». In questi tempi di crisi delle adozioni, ripartiamo da qui, dal promuovere la scelta, possibile, di una famiglia accogliente, come risorsa per un minore ma anche per la società. E sosteniamo maggiormente i minori adottati e le loro famiglie nelle tante sfide quotidiane che li aspettano.

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